Il tonfoMeloni fallisce la prova tecnica di premierato sulla Corte costituzionale

La presidente del Consiglio ha tentato un blitz per far eleggere il suo consigliere giuridico come giudice della Consulta. La strategia dell’Aventino del Pd, per una volta, ha funzionato

LaPresse

È stata una brutta botta che lascerà il segno sulla fronte della maggioranza, il tentato blitz parlamentare per eleggere alla Corte Costituzionale il consigliere giuridico di Giorgia Meloni, Francesco Saverio Marini, estensore materiale del testo sul premierato. Ieri il Parlamento in seduta comune avrebbe dovuto sostituire l’ex presidente della Consulta, Silvana Sciarra, che ha concluso il mandato l’11 novembre del 2023. Sarebbero stati necessari trecentosessantatré voti, che il centrodestra non aveva. Per raggiungere quel numero sarebbe stato indispensabile il sostegno di una parte dell’opposizione che invece miracolosamente è rimasta unita, rifugiandosi sull’Aventino, impedendo ai Cinquestelle e a Carlo Calenda di andare in soccorso a Palazzo Chigi. Così, prendendone atto, i capigruppo della maggioranza hanno dato indicazione di infilare nella “insalatiera” la scheda bianca. 

Adesso è ancora più chiaro perché la presidente del Consiglio si era imbufalita, quando ha visto spiattellata sulle agenzie e sui giornali l’ordine di scuderia ai parlamentari di essere tutti presenti alle votazioni come un sol uomo. Arrivando ad agitare, ancora una volta, complotti, talpe, spie che mettono i bastoni fra le ruote del governo. Addirittura, Meloni se l’è presa con qualche peone spifferante alle iene giornalistiche che venderebbe la madre per una citazione sui giornali. E su questo ha ragione da vendere, per esperienza personale. 

Ma gli errori commessi dalla presidente del Consiglio sono tanti. Intanto ha pensato che fosse il momento giusto per disarticolare il camposanto dell’opposizione. Sono settimane che Giuseppe Conte prende a schiaffi Elly Schlein, e allora Meloni & Co. hanno pensato di affondare il serramanico nel burro, contando che da quella parte sarebbe arrivato quel margine di voti per arrivare a quota trecentosessantatré. 

La manovra non è riuscita, e non perché il centrosinistra sia improvvisamente diventato una falange macedone. Più semplicemente, perché chiunque si fosse sganciato sarebbe passato per stampella del governo sulla composizione di un organo di garanzia che dovrà pronunciarsi (molto presto) sull’autonomia differenziata e sulla separazione delle carriere. Oltre che sul referendum promosso da Riccardo Maggi di +Europa sullo ius soli. Chi si fosse dissociato, sarebbe stato accusato di trumpismo: la Consulta amica del potere come la Corte Suprema americana a maggioranza Trump.

Giusto o sbagliato che sia l’Aventino, questa volta la logica di Elly Schlein ha funzionato, a differenza di quanto è successo un paio di settimane fa nel voto per eleggere i componenti del Consiglio di amministrazione della Rai: il Partito democratico si era chiamato fuori, insieme con Azione e Italia viva; i Cinquestelle e i Verdi-Sinistra avevano invece votato, ed eletto, i propri rappresentanti. 

Ora Schlein può tuonare che solo uniti il centrosinistra ce la può fare. Ma sa tanto di un fuoco di paglia, una vittoria di Pirro, che però ha il merito far sentire più rumoroso il tonfo dei Meloni, che ha attaccato a testa bassa, subendo il gol in contropiede. L’errore di fondo è stato quello di non considerare che certe scelte di garanzia, così delicate, si fanno alzando il telefono e mettendosi d’accordo con chi sta dall’altra parte della barricata. Senza impuntarsi nel fare, prematuramente, prove tecniche di premierato.

X