Quando si vota per un giudice costituzionale non ci si assenta dall’aula. Se non piace la figura proposta non la si vota. Non partecipare al voto è un gesto di ostruzione al buon funzionamento del principale organo costituzionale di garanzia. Del resto per eleggere il giudice serve una maggioranza qualificata di cui la maggioranza governativa non dispone. Perché allora scegliere il mini-aventino? Per evitare i franchi tiratori nelle file dell’opposizione, lo sanno tutti. L’eventuale assenza dall’aula dell’opposizione sarà – questo il punto – rivolta contro l’opposizione stessa, non contro la maggioranza.
Quanto a questa. Quanto disprezzo delle istituzioni c’è in quel messaggio del presidente del Consiglio che ordina ai parlamentari di essere presenti oggi (mancava solo la clausola del vecchio Partito comunista italiano «senza eccezione alcuna»)! La scelta dei giudici (cinque su quindici) spetta al Parlamento, non al governo. Ma Meloni già si vede investita dal voto popolare disegnato in quel premierato su cui ha lavorato il suo candidato giudice costituzionale.
Quando e se il premierato diventerà norma costituzionale avremo un parlamento scelto dal premier e un presidente della Repubblica scelto da quel parlamento. E 10 su 15 giudici costituzionali scelti da quel premier. Ma l’opposizione non lo ha ancora capito, e strepita solo contro l’irrilevante sminuimento dei poteri del presidente della Repubblica. Nel suo piccolo però darà un colpetto di piccone alla Costituzione liberale che oggi ancora abbiamo.