Immaginate cosa sarebbe successo se la famiglia Benetton, un minuto dopo avere acquistato le autostrade, le avesse tappezzate di manifesti a favore dei partiti di governo – o anche dell’opposizione, se è per questo – o se, peggio ancora, le avesse riempite di cartelloni calunniosi e diffamatori verso i dirigenti di una precisa parte politica. Vi sembra un’ipotesi assurda? Eppure è esattamente quello che fa ogni giorno Elon Musk su X (fu Twitter), da quando lo ha acquistato, dopo averne fatto manipolare l’algoritmo allo scopo di ottenere il massimo della visibilità per sé e per i suoi proclami, aprendo la via, domani, a tutti gli altri giganti delle piattaforme, sulle ben più trafficate autostrade dell’informazione.
Lo potete verificare ogni volta che aprite il social network dal vostro computer o dal vostro telefonino, trovandoci le sparate di questo inquietante miliardario, volenti o nolenti, che voi lo seguiate o no. Sarebbe ora che la variopinta coalizione di interessi e ideologie formatasi attorno al mantra della libertà della rete – micidiale miscuglio di ultraliberisti, futurologi e ultimi epigoni della cultura hippy – si rendesse conto dei pericoli e delle insostenibili contraddizioni di questo stato di cose, prima che anche le democrazie occidentali facciano la fine di certi stati post-sovietici (tipo la Russia), ostaggio del potere economico-mafioso di gruppi di oligarchi in grado di comprare e vendere a pezzi l’intero paese, le sue risorse economiche e le sue istituzioni politiche.
Può sembrare che io l’abbia presa alla lontana, concentrandomi su un dettaglio relativamente minore, rispetto a quello che lo stesso Musk sta facendo in questi giorni, con il tentativo di comprare di fatto le elezioni americane, ma sono sicuro che l’attento lettore non faticherà a unire i puntini. Non foss’altro perché l’inquinamento di X (fu Twitter) colpisce già oggi anche noi italiani, e non solo con le deliranti fesserie del suo proprietario, che perlomeno sono scritte in inglese (ancora una barriera niente male per buona parte dell’elettorato) ma pure con la comparsa sempre più frequente di quel genere di immondizia con cui in tutti i paesi occidentali si fomenta l’odio verso gli immigrati e si alimentano le più diverse campagne di destabilizzazione, da parte dei regimi autocratici e di tutti i nemici della democrazia loro alleati.
Come quegli oligarchi filo-putiniani che in Moldavia ieri hanno tentato di – e solo per un soffio non sono riusciti a – comprare abbastanza elettori da rovesciare l’esito del referendum che ne ha decretato la volontà di aderire all’Unione europea. Cioè più o meno quello che l’oligarca di X, Tesla e Space X sta cercando di fare negli Stati Uniti, dove è arrivato a pagare gli elettori degli Stati in bilico, e solo quelli, ovviamente, per firmare due petizioni-civetta su libertà di parola e diritto di portare armi, già ampiamente garantiti dalle leggi e dalla stessa costituzione americana. Pezzi di carta che hanno manifestamente l’unico scopo di coprire il vero oggetto della contrattazione: da un lato cento dollari subito e la possibilità di vincere addirittura un milione al giorno in una sorta di oscena lotteria della democrazia, dall’altro il voto per Donald Trump.
Il fatto però che una delle due petizioni-civetta riguardi proprio la «libertà di parola», la bandiera con cui Musk giustifica tutto quello che sta facendo, come tutta la nuova destra populista globale impegnata nella grande crociata contro la «cultura woke», dovrebbe far riflettere una volta di più anche i tanti che in buona fede, pure da sinistra, danno credito a simili campagne. A cominciare da quella variopinta coalizione tra ultra-liberisti e anarco-fattoni che si batte per difendere la deregolamentazione del web, e più in generale contro ogni tentativo di mettere un freno alla propaganda e alla diffusione dell’odio in nome della libertà di espressione. Alleanza ideologica che un giorno andrà studiata a fondo, quando gli storici vorranno approfondire le origini dell’ondata populista di questi anni.
Leggi l’articolo di Sara Gianrossi sulle manifestazioni pro-Ue in Georgia
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