
Il messaggio dell’ultimo Emissions gap report dell’Unep, il programma dell’Onu sull’Ambiente, è chiaro: a livello mondiale esiste già un «potenziale tecnico» per ridurre le emissioni del cinquantadue per cento entro il 2030 (rispetto ai livelli del 2019). Si tratta di una percentuale superiore rispetto a quella teoricamente necessaria per contenere l’aumento della temperatura media globale entro gli 1,5°C: meno quarantadue per cento.
Tradotto: i target climatici sono teoricamente raggiungibili con gli strumenti che abbiamo a disposizione oggi, ma la politica deve ancora trovare la formula giusta per sprigionare tutti i vantaggi – anche occupazionali – delle tecnologie odierne. In Italia, per esempio, significa meno burocrazia, più chiarezza normativa e focus comunicativi concreti.
In questo scenario, l’eolico e il solare rivestono e rivestiranno un ruolo chiave. Nel 2023, si legge in un report di Italia Solare, nel nostro Paese è più che raddoppiata la potenza fotovoltaica connessa rispetto al 2022. Solo il ventidue per cento di questa crescita, però, è arrivato dagli impianti utility scale, quindi di grandi dimensioni.
Insomma, la strada è ancora lunga, ma questi dati confermano che il «potenziale tecnico» di cui parla l’Unep è attribuibile soprattutto alle attuali fonti rinnovabili, pulite e sempre meno costose, essendo sempre più integrate nel nostro tessuto industriale. Ne abbiamo discusso con Filippo Fontana, COO e founder di Vexuvo e portavoce dell’Alleanza per il fotovoltaico, il network di operatori energetici impegnati per lo sviluppo della produzione di energia solare in Italia.
Come valuta il 2024 dal punto di vista dello sviluppo del fotovoltaico italiano?
Quello che abbiamo vissuto potrebbe anche celare una intrinseca paura del cambiamento, sia in termini politici che sociali. Se crediamo nella transizione, dobbiamo superare questa paura, e la politica e le aziende devono guidare con una visione orientata al futuro. Abbiamo delle ragioni profondissime per non avere paura. Questa transizione implica certamente un cambio di abitudini, un cambio di priorità e delle nuove infrastrutture nel nostro paesaggio, ma, come Paese, dobbiamo necessariamente prenderci questa responsabilità.
Quali sono gli aspetti più importanti da sottolineare, anche in ambito comunicativo, quando si parla di transizione energetica?
Gli obiettivi generali li conosciamo: ridurre le emissioni, migliorare la produzione energetica, abbassare il costo dell’energia, garantire al nostro Paese l’indipendenza energetica. Spesso, però, ci scordiamo delle opportunità indotte da questa transizione, che secondo me sono principalmente i posti di lavoro. Posti di lavoro qualificati e distribuiti in quelle aree – come nelle zone rurali o nelle regioni del Sud – in cui c’è poco lavoro e da cui i giovani scappano. Un’altra opportunità è l’innovazione in ambito agricolo. Questo settore è stato il protagonista della paura che menzionavo all’inizio.
Quali sono le opportunità più importanti per il settore agricolo?
Stanno emergendo opportunità tecnologiche. Un esempio è l’agricoltura di precisione, in grado di migliorare notevolmente il settore. Quest’anno, quelle opportunità non sono state comprese e approfondite, anche in termini mediatici. Forse fa ancora più notizia la disgrazia rispetto alla possibilità. Ma noi non ci stancheremo mai di spiegare che c’è il margine per un futuro più pulito e più equo da tanti punti di vista.
Come avete accolto il Dl Agricoltura e le relative limitazioni sul fotovoltaico nelle aree agricole?
È stato un duro colpo. Era inatteso. Di fatto, impone un divieto tout court di lavorare sui terreni agricoli. In più occasioni istituzionali, come Alleanza per il fotovoltaico abbiamo spiegato che i vantaggi di questa norma sull’agricoltura sono irrisori. Tuttavia, ci sono state altre novità apprezzabili e di buona volontà, come il Testo unico Fer e il Testo unico sulle autorizzazioni. È apprezzabile la volontà di riordinare le parti fondamentali di questo business. Ma lo schema generale – pur mirando agli obiettivi di razionalizzazione e semplificazione – introduce una serie di vincoli burocratici.
Cosa vi preoccupa di più?
La poca chiarezza relativa alla gestione del transitorio e al coordinamento con lo stato attuale. Questa cosa avviene anche con il Decreto sulle Aree idonee. Un’altra questione? Si è dato veramente troppo spazio alle Regioni per estendere eccessivamente alcuni vincoli. I pochi esempi che abbiamo visto hanno mostrato che quasi tutto il territorio sarebbe non idoneo e non utilizzabile per le fonti rinnovabili. È molto problematico. Anche qui, la tematica della non-gestione del transitorio dà spazio a norme potenzialmente in contraddizione con le leggi precedenti: di nuovo, ci troveremmo in una situazione in cui l’ente locale non saprebbe come muoversi di fronte a un progetto presentato con una normativa vigente ed entrato in vigore con una nuova normativa approvata durante il percorso autorizzativo. Deve esserci una chiarezza generale anche dal punto di vista del governo centrale, altrimenti l’ente locale avrà sempre più difficoltà a muoversi e decidere, prediligendo posizioni per lui più cautelative.
Il focus comunicativo del governo sul nucleare rischia di distrarre l’opinione pubblica dagli interventi più urgenti nell’ambito delle rinnovabili?
Gli obiettivi climatici sono stati fissati con le attuali tecnologie per le rinnovabili, senza il nucleare, e sono perfettamente raggiungibili con le prime. Per me non esiste una dicotomia tra rinnovabili e nucleare. Stiamo andando verso un futuro in cui la domanda di energia elettrica aumenterà sempre di più, anche a causa dei data center per l’intelligenza artificiale. Idealmente, dal 2040 o dal 2050 potrebbe anche essere necessaria l’integrazione con una ulteriore tecnologia. Tuttavia, c’è un tema comunicativo che riguarda la realtà di oggi.
Quale?
Disporre di una tecnologia non vuol dire essere pronti a industrializzarla. A livello di comunicazione, bisogna spiegare che in Italia la tecnologia nucleare ad oggi non è disponibile. Il fotovoltaico, invece, è una tecnologia matura e completamente industrializzata, a costi assolutamente competitivi per il Paese. Ora è il fotovoltaico la fonte energetica più economica. Il governo, soprattutto attraverso il Mase, ci ha spiegato che i primi reattori di quarta generazione saranno pronti nel 2033-2035. Tra dieci anni, dovranno esserci framework normativi adeguati, una filiera e una professionalità diffusa. Tra dieci anni, quindi, il nucleare potrebbe raggiungere la maturità che il fotovoltaico aveva negli anni Novanta. È corretto investire nel nucleare, ma il focus mediatico è sbagliato.
Gli scettici delle rinnovabili spesso premono sul tema dell’intermittenza, ma ormai abbiamo le tecnologie giuste per ovviare a questo “problema”, che in realtà problema non è.
«L’intermittenza delle rinnovabili è un fatto. Il fotovoltaico produce durante le ore diurne, quando si concentrano i consumi. L’eolico produce molto anche di notte. In generale, il mix tra il fotovoltaico, le altre rinnovabili, gli accumuli e i sistemi di batteria ci permetterà di raggiungere i target climatici con le tecnologie di oggi. Gli obiettivi sono scientifici e raggiungibili. Smentire questo fatto è quindi un po’ antiscientifico, e fuorviare con una comunicazione troppo focalizzata sul nucleare è errato. Io sono un tecnico, credo nelle energie pulite e credo anche nelle opportunità del nucleare, anche se ha aperto a questioni non da poco. Il tema, però, è che già oggi ci sono delle resistenze in merito all’installazione dei pannelli fotovoltaici… figuriamoci con le centrali, i reattori e i siti per le scorie. Le nostre competenze di sviluppo della rete, di integrazione con l’infrastruttura di rete e di esperienza nell’autorizzazione degli impianti saranno un volano per una nuova fase di transizione.
Cosa vi aspettate dalla Cop29, la conferenza Onu di Baku sui cambiamenti climatici?
Spero che i delegati siano allineati e che abbiano una volontà chiara, evitando di fuorviare il discorso. Oltre all’energia, che è un pezzo del piano per ridurre i gas serra, dovranno emergere le tematiche di infrastrutturazione e di soluzione delle problematiche idrauliche. Spero davvero ci siano più chiarezza e più volontà per perseguire questa transizione. L’impulso deve arrivare dall’alto, anche perché – purtroppo – ci sono Paesi con interessi divergenti dal punto di vista delle politiche energetiche.