Possiamo ancora restare nella soglia dei +1,5°C di aumento della temperatura media globale rispetto ai livelli pre-industriali (ora siamo a circa +1,2°C), ma solo con un cambio di passo immediato da parte dei Paesi del G20, che rappresentano le economie più floride e quindi responsabili dei tre quarti delle emissioni di gas serra. È questo il messaggio principale alla base dell’Emissions gap report 2024, pubblicato dall’Unep – il Programma dell’Onu per l’Ambiente – durante la Cop16 sulla biodiversità di Cali e in vista della Cop29 di Baku (11-22 novembre).
I campanelli d’allarme non mancano. Con le attuali politiche climatiche e ambientali, avvertono i tecnici dell’Unep, assisteremo a un aumento «catastrofico» della temperatura del pianeta: +3,1°C. Lo scenario “migliore”, per così dire, è contraddistinto da un incremento medio di 2,6°C, di gran lunga superiore rispetto ai target fissati dall’accordo di Parigi (massimo +2°C e preferibilmente +1,5°C).
«Ogni decimo conta in termini di vite salvate, economie protette, danni evitati, biodiversità preservata e capacità di ridurre rapidamente qualsiasi aumento di temperatura», scrive in una nota l’Unep, che ha scelto un titolo meno sobrio rispetto agli ultimi due anni – “The closing window” nel 2022 e “Broken record” nel 2023 – per l’Emissions gap report 2024: “No more hot air… please!”. Basta aria fritta, per favore. Il tempo delle chiacchiere è finito.
L’Emissions gap report ha riportato l’attenzione sugli sforzi di mitigazione climatica (riduzione delle emissioni) in un periodo in cui, considerando il numero sempre più alto di eventi meteorologici estremi, l’adattamento ai cambiamenti climatici sta comprensibilmente dominando la scena. L’abbandono delle fonti energetiche fossili, però, resta la strada principale da percorrere per frenare una crisi galoppante, nella speranza di consegnare alle future generazioni una Terra più vivibile.
Per rispettare l’obiettivo dei +1,5°C, scrive l’Unep, i Paesi devono «impegnarsi collettivamente» per ridurre le emissioni del quarantadue per cento entro il 2030 e del cinquantasette per cento entro il 2035 (rispetto ai livelli del 2019). Per rimanere entro un aumento di 2°C, invece, la produzione globale di gas climalteranti dovrà scendere del ventotto per cento entro il 2030 e del trentasette per cento entro il 2035. Si tratta di «tagli senza precedenti», sottolinea il programma dell’Onu per l’Ambiente, ma necessari per mitigare i cambiamenti climatici di origine antropica.
Servono politiche molto più ambiziose, da elencare all’interno delle pagine dei prossimi Nationally determined contributions (Ndc), i piani nazionali (non vincolanti) dedicati alle azioni per contrastare il riscaldamento globale, da presentare entro la Cop30 del 2025 (Brasile). In questo contesto, il solare e l’eolico potrebbero soddisfare il ventisette per cento delle riduzioni delle emissioni entro il 2030 e il trentotto per cento entro il 2035. Puntando sulle fonti energetiche pulite, quindi, i governi devono alzare immediatamente l’asticella della propria ambizione climatica, senza rimandare una transizione verde inevitabile.
«Il momento più critico per l’azione climatica è arrivato. Abbiamo bisogno di una mobilitazione globale, a partire da adesso, altrimenti l’obiettivo dei +1,5°C morirà presto, e quello dei +2°C prenderà il suo posto in terapia intensiva. Il mondo potrebbe superare i +1,5°C: le possibilità che ciò accada aumentano ogni giorno (e in certe zone del mondo è già successo, ndr). Ma dobbiamo comunque continuare a impegnarci per un pianeta a zero emissioni nette, sostenibile e prospero», dice Inger Andersen, direttore esecutivo dell’Unep.
Tra il 2019 e il 2023, si legge nel report, le emissioni sono cresciute dell’1,3 per cento anno su anno, toccando un nuovo record nel 2023: 57,1 gigatonnellate di CO2 equivalente. Continuiamo a peggiorare, anche se a un ritmo più lento rispetto al passato. Secondo l’Unep, la traiettoria da seguire è questa: fino al 2035, le emissioni globali dovranno essere tagliate ogni anno del 7,5 per cento per rimanere nella soglia dei +1,5°C (meno quattro per cento annuo per i +2°C).
Si tratta di obiettivi ambiziosi ma possibili, perché – scrive l’Unep – a livello mondiale esiste un «potenziale tecnico» per ridurre le emissioni del cinquantadue per cento entro il 2030 (rispetto ai livelli del 2019): una percentuale superiore rispetto a quella teoricamente necessaria per rispettare i +1,5°C (meno quarantadue per cento). Tradotto: teoricamente possiamo farcela, ma ora è giunto il momento della volontà politica. Ed è qui che l’ottimismo, inevitabilmente, crolla e si scontra con la realtà.