Calduccio pericolosoLa lunga strada verso la decarbonizzazione del riscaldamento domestico

In Italia, 17,5 milioni di case (su 25,5 milioni) sono riscaldate a metano. Abbiamo un patrimonio edilizio vecchio, inefficiente, variegato e fragile. La direttiva europea sulle “case green” impone uno sforzo enorme, ma necessario: sottolineare i costi dimenticando i benefici (anche economici) è pura propaganda

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Dalla newsletter settimanale di Greenkiesta (ci si iscrive qui) – Alcuni di voi, raggomitolati nel piumone, stanno esultando come dopo un gol della Nazionale. Altri, invece, stanno già bramando il giorno in cui potranno indossare di nuovo i pantaloncini corti all’aperto. Che vi piaccia o no, in molte zone d’Italia le temperature si stanno ormai abbassando, e da martedì 15 ottobre chi vive al Nord (ma non solo) potrà accendere i termosifoni.

Il riscaldamento domestico, un po’ come i trasporti, è un tema ecologicamente trasversale, nel senso che ha un impatto a trecentosessanta gradi sul nostro pianeta. Da una parte, emette gas serra (come la CO2) e contribuisce così al cambiamento climatico di origine antropica; dall’altra, produce microparticelle che rendono l’aria irrespirabile e insalubre, aggravando l’inquinamento atmosferico. Per quanto riguarda l’Italia, uno dei report più esaustivi sull’argomento è stato realizzato nel 2021 da Elemens, società di consulenza specializzata nel settore energetico, che ha elaborato i dati dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra). 

Nel nostro Paese, si legge, il riscaldamento degli edifici residenziali, pubblici e commerciali è responsabile del 17,7 per cento delle emissioni di CO2; la percentuale sale al 64 per cento per il PM2,5 e al 53 per cento per il PM10. Secondo l’Ispra, le emissioni di gas serra nazionali del 2021 sono cresciute soprattutto per via del riscaldamento e dei trasporti. Il motivo è semplice: 17,5 milioni di case su 25,5 erano riscaldate a metano. Oggi la situazione è pressoché la stessa, non solo all’interno dei nostri confini. Nell’Unione europea, il 36 per cento delle emissioni climalteranti legate all’energia deriva dagli edifici e, secondo la Commissione europea, il settantacinque per cento del parco immobiliare è inefficiente dal punto di vista energetico.

La decarbonizzazione del riscaldamento domestico ci aiuterà sia a rendere le città più vivibili, sia a frenare la corsa dei cambiamenti climatici. Al momento, però, siamo drammaticamente indietro. In Europa, l’impianto normativo chiave per rendere più “verdi” le nostre case è la direttiva Ue sulla Prestazione energetica nell’edilizia (Epbd), chiamata anche “direttiva case green”, approvata ad aprile in via definitiva dal Consiglio economia e finanza. La norma, che dovrà essere recepita negli ordinamenti legislativi dei singoli Stati, punta a premiare le soluzioni più ecologiche per riscaldare, ma anche per raffreddare, le abitazioni: pompe di calore (funzionano a elettricità e non a gas, riducendo le emissioni) e solare termico in primis.

La direttiva “case green” vieterà agli Stati membri, a partire dal 2025, di sovvenzionare le caldaie alimentate con il gas o gli altri combustibili fossili. «Ma sarà possibile continuare a incentivare le pompe di calore ibride. È un punto debole della direttiva. Le pompe di calore ibride funzionano a gas per svariate ore, impedendo una decarbonizzazione completa. In più, dopo dieci o quindici anni, richiederebbero di rivedere completamente il sistema impiantistico, perché non garantiscono una totale transizione verso l’elettrico», racconta Francesca Andreolli, ricercatrice senior Energia ed Efficienza energetica di ECCO, think tank italiano che si occupa di clima. 

Il compromesso sulle pompe di calore ibride è il risultato di uno sfibrante lavoro di negoziazione tra Commissione, Consiglio e Parlamento Ue, al termine del quale la bozza iniziale dell’esecutivo comunitario è apparsa notevolmente sgonfiata: «È stato lasciato tantissimo spazio agli Stati per definire un piano di decarbonizzazione del settore, con la possibilità di escludere un ampio spettro di tipologie edilizie. Difficilmente, però, la direttiva verrà depotenziata a livello di obiettivi da raggiungere, anche perché è una norma che va di pari passo con la direttiva sull’efficienza energetica, di cui si parla pochissimo», aggiunge Andreolli.  

In generale, per quanto riguarda gli edifici residenziali, gli Stati membri dell’Ue dovranno stabilire misure per «garantire una riduzione dell’energia primaria media utilizzata di almeno il 16 per cento entro il 2030 e del 20-22 per cento entro il 2035». Per il contesto italiano, sottolinea l’esperta di Ecco, «raggiungere quel target vuol dire introdurre incentivi adeguati per la riqualificazione energetica».  

Secondo Andreolli, gli aiuti economici dei governi devono «dare al cittadino una visione di medio-lungo periodo, almeno al 2030-2040. Serve poi pensare a un’aliquota in grado di variare in base alla tipologia edilizia (case unifamiliari e condomini) e alle classi di reddito. E gli incentivi, come anticipato, dovrebbero escludere completamente non solo le caldaie a gas, ma anche le soluzioni ibride. Vedremo l’Italia come si comporterà con la prossima legge di bilancio, anche in base alle indicazioni del Pnec (Piano nazionale per l’energia e il clima, ndr)».

La strada è ancora lunga. La direttiva “case green” è stata probabilmente la norma verde più criticata della scorsa legislatura. I suoi elementi impongono infatti un profondo ripensamento del nostro patrimonio edilizio. E i cambi di paradigma, si sa, sono difficili da innescare, soprattutto se la narrazione politica dominante preme impropriamente solo sui costi e mai sui benefici. È pura propaganda lontana dalla realtà. Come spiega ECCO, salire di almeno due classi energetiche consente un risparmio del quaranta per cento sulla bolletta (risparmio medio annuo di 1.067 euro ai costi del 2022). Inoltre, un appartamento ristrutturato vale mediamente il 44,3 per cento in più.

Dall’altra parte, in Italia questa transizione sarà comunque più ostica rispetto ai Paesi europei più virtuosi. La colpa, secondo Francesca Andreolli, è anche di «un patrimonio edilizio vecchio e inefficiente, ricco di tipologie diverse e con centri storici da tutelare. Finora abbiamo investito parecchi miliardi in riqualificazioni energetiche che hanno ridotto i nostri consumi energetici, ma che non hanno spostato quei consumi verso vettori più decarbonizzati».

Lo dimostra il mercato delle pompe di calore, fondamentali – se non inserite in un sistema ibrido con una caldaia a condensazione alimentata a gas – per rendere le nostre case più ecologiche e crescere di classe energetica, con tutti i benefici economici del caso. Secondo l’European heat pump association (Ehpa), nel 2023 le vendite europee di queste macchine termiche sono calate per la prima volta in dieci anni (-6,5 per cento rispetto al 2022). I peggiori? Noi italiani con un inquietante -44 per cento. Colpa senza dubbio del ridimensionamento del Superbonus per mano del governo Meloni (proprio ieri il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha annunciato un aumento delle tasse per le case ristrutturate con la misura voluta dal governo Conte II), ma anche dei prezzi del gas tornati ai livelli precedenti alla crisi energetica del 2021. 

«Complice l’aumento dei prezzi del gas, anche in Italia abbiamo osservato un aumento delle installazioni delle pompe di calore. Riscaldare la casa con l’energia elettrica delle pompe di calore era quasi più conveniente, ma ora l’equilibrio tra gas ed elettrico è praticamente tornato ai valori pre-crisi. E riscaldare un edificio con le caldaie a gas risulta ancora più economico. La frenata delle pompe di calore, però, è anche dovuta all’instabilità degli incentivi fiscali. Un’instabilità che ha fatto sì che molti cittadini decidessero di aspettare e non investire in interventi di riqualificazione energetica», conclude Andreolli.

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