Scena 1. È il 18 luglio, un’ora calda del pomeriggio milanese, incontro per caso un amico medico. Mi dice: sei dimagrita. Non è vero, ma lo dice perché sa che mi sto facendo da un anno quelle insopportabili punture di Saxenda, e pensa mi serva incoraggiamento. Poiché conosce l’endocrinologo che me le ha prescritte, dice: vedrai che ora te le cambia, è arrivato in vendita in Italia il Wegovy. Dico ma come, non so niente.
Scena 2. È sempre il 18 luglio, ma sera. La mia amica Omissis è una di quelle che si fanno punture nella pancia per entrare nella taglia 40 (le milanesi in questo decennio usano i farmaci per dimagrire con la morbosità con cui in quello scorso usavano le benzodiazepine). Faccio quella che sa le cose: mi hanno detto che ora arriva il Wegovy. Mi ride in faccia, apre il frigo, che è pieno di siringhe bianche: non le ho mai viste, il Saxenda e l’Ozempic hanno siringhe azzurre. Dunque è lui, il Wegovy tanto atteso, bianco come l’innocenza (ah, anche poeta). «Lo vendono dal 4 luglio».
Scena 3. È la notte tra il 18 e il 19 luglio, e sono sull’internet a cercare notizie. Il Wegovy, chi sa due cose di questo commercio dimagrante ne è al corrente, è meglio del Saxenda perché ha lo stesso principio dell’Ozempic (semaglutide) ma in dosaggi più adatti al dimagrimento che al diabete. Il Wegovy è la soluzione a tutte le puttanate che i giornali e le tv italiane raccontano da un anno, sui diabetici rimasti senza medicinale perché esso è stato monopolizzato dai ciccioni. La notizia dell’arrivo del Wegovy dovrebbe stare su tutti i giornali italiani, visto che sono mesi che ci assillano con gli articoli sull’Ozempic. Invece, silenzio totale. Speriamo che duri.
Scena 4. È settembre, sono alla visita di controllo dall’endocrinologo, e lui mi prescrive il Wegovy. Sui giornali e nelle televisioni – che all’inizio dell’anno hanno mandato esaurito il Saxenda con le loro inchieste che avrebbero dovuto stigmatizzarne l’abuso e invece lo invogliavano – si continua a tacere, quindi spero sia meno complicato trovarlo. Il medico mi dice che sì, si dovrebbe trovare facilmente perché non è mutuabile. Ma non lo è manco il Saxenda, penso. Ma possibile che il primario qui mi sembri sempre non sapere un cazzo di niente, penso. Non dico niente, vile.
Scena 5. Un’ora dopo, una farmacia in Brera. Ma lo devo ordinare? E arriva in tempi civili? Domattina. Oddio che gioia, dopo mesi ad attendere il Saxenda, mesi a non sapere se potevo finirlo e quando ne avrei avuto di nuovo, dopo più di un anno di punture giornaliere, mi state dicendo che questo arriva domani ed è una puntura a settimana? Ma è praticamente Natale.
Scena 6. Il giorno dopo. Un amico ha deciso di non stare più sui social, quindi ha comprato un telefono d’una volta, un Nokia senza connessione. Non è la connessione, che ti farà rinunciare, e io lo so perché anni fa pure io ne comprai uno: è la tastiera. C’è stato un tempo in cui ci sembrava normale, dover spingere quattro volte un tasto per scrivere una sola lettera, pigiare venti volte per una parola: dalla comodità non si torna indietro, alla scomodità non ci si capacita di essersi abituati. Ci penso mentre m’infilo nella pancia un ago che mi sembra minuscolo, molto più piccolo di quelli che si usano per il Saxenda, e poi per una settimana non ci devo più pensare, che benessere, che rilassatezza, chi me lo doveva dire che un ago nella pancia poteva sembrarmi una vacanza.
Scena 7. Pochi minuti dopo. Ero lì che meditavo contenta sugli aghi, non solo più sottili ma anche compresi nella confezione, il Wegovy è proprio un progresso, quando mi rendo conto che sì, non devo più comprare scatole da cento aghi, ma essendo il Wegovy a dosaggio fisso una siringa dura quattro settimane, sono tredici siringhe l’anno, non mi posso aumentare e diminuire i dosaggi a piacimento come facevo col Saxenda. Quindi, so già quanto spendo. Tremilaottocentoventidue euro l’anno. Penso a quanti golfini di Prada sono, e tutto sommato il diabete mi pare uno scenario non poi così grave.
Scena 8. Ottobre. Il titolo del Corriere dice «Ozempic gratis agli obesi per farli tornare al lavoro: la proposta del governo britannico contro i “girovita che si allargano e costano undici miliardi l’anno”». Ma chi? Ma quando? Oddio, mica parleranno di quello studio sul Mounjaro, lo so, l’ho letto sui giornali inglesi, ma il Mounjaro ha un principio attivo completamente diverso (tirzepatide), perché lo chiamano Ozempic? È come fare un articolo sull’aspirina e chiamarla ibuprofene. È perché pensano che Ozempic sia come Nutella, se dici «cioccolata spalmabile» la gente non capisce? Oltretutto il Mounjaro non è prodotto dai danesi come tutti gli altri, lo produce la Lilly, sono americani, se facessi un giornale ordinerei subito un’inchiesta sugli americani che si riappropriano del mercato dei farmaci dimagranti, ché con tutti gli obesi che hanno era un peccato delocalizzarlo. Chissà se il Mounjaro in Italia lo venderanno mai. Chissà se i giornali si degneranno di dirmelo.
Scena 9. Sempre ottobre. Mando all’amico medico una foto d’una pagina del Times con uno schema che paragona il Mounjaro e l’Ozempic. Lo studio da cui hanno elaborato il grafico dice che in poco meno d’un anno e mezzo con l’Ozempic perdi il quindici per cento del peso, con il Mounjaro il ventidue e mezzo. Chissà se nello studio perdono tutti molto di più ma poi c’è una come me che continua a mangiare carboidrati a pranzo e a cena e abbassa la media d’efficacia. Il sospetto che il Mounjaro funzionasse meglio non m’è venuto quando l’anno scorso me ne parlò l’endocrinologo (che evidentemente qualcosina sa); e non m’è venuto neanche vedendo qualche modella o attrice (ormai, appena una che è magra per mestiere è particolarmente magra, c’è sempre qualcuno che mette su l’aria saperlalunghista e mormora: Ozempic; sembra che prima di ‘sti medicinali la gente non fosse mai dimagrita). Ho capito che era la molecola del futuro quando Little Steven ha detto che lui era dimagrito col Mounjaro. Voglio dire: Little Steven mica è mai stato Kate Moss.
Scena 10. Qualche ora più tardi. L’amico è uscito dalla sala operatoria e mi scrive chiedendo se col Wegovy sto dimagrendo. Dico per niente, come d’altra parte col Saxenda: mangio come prima, in base a che principio fantascientifico dovrei dimagrire? Però le punture tengono lì buona la glicemia, e già questa mi pare una gran cosa. Voglio invecchiare, mica dimagrire. Lui, zelante come un rappresentante di commercio, dice: dagli tempo. Gli ricordo che io sono immune: posso farmi tutte le punture del mondo, e al massimo dopo gli spaghetti agli scampi prenderò un dolce invece di due. Lui insiste: sono testimone della sua efficacia, fa venire il disgusto per il cibo. Non rispondo subito a questo messaggio: alla cena alla quale mi trovo stanno servendo dei canapé con formaggio di capra e mandarancio senapato che mi disgustano al punto che i quattordici che ho appena ingollato non mi bastano. Mollo il telefono e inseguo un cameriere fin nelle cucine. Se fossero tutti come me, le multinazionali farmaceutiche andrebbero in rovina.