Dalla newsletter settimanale di Greenkiesta (ci si iscrive qui) – Qualche giorno fa sono andato a vedere “Fiore mio” – scritto, diretto e interpretato da Paolo Cognetti – al cinema Palestrina di Milano. È una pellicola che affronta il cambiamento climatico in varie sfumature, ma sempre con una vena di romantico ottimismo di cui a volte – almeno quando siamo rilassati su una poltrona a goderci un film – abbiamo bisogno.
«Quando parlano di scioglimento dei ghiacciai e del cambiamento climatico, mi viene sempre in mente che dove qualcosa scompare… c’è qualcos’altro che arriva», dice a un certo punto lo scrittore milanese. Ed è proprio una conseguenza del clima che muta – l’esaurimento della sorgente che rifornisce d’acqua la sua casa a Estoul, in Valle d’Aosta – a spingere Cognetti sulle cime più imponenti del monte Rosa, dove visiterà tre rifugi per lui significativi, tra cui l’Orestes Hutte, l’unico vegano di tutto l’arco alpino.
Paolo Cognetti e il direttore della fotografia, Ruben Impens, hanno accantonato dolcemente l’elemento umano per valorizzare la maestosità della natura, vera protagonista di un film multisensoriale da vivere due volte: la prima a occhi aperti e la seconda a occhi chiusi, per immergersi meglio nei suoni della montagna, intercettare la delicatezza della colonna sonora di Vasco Brondi e immaginare di affondare gli scarponi nella neve fresca assieme a Cognetti.
“Fiore mio” è in grado di rigenerare corpo e mente grazie alle sue lunghe pause silenziose: una sorta di «meditazione visiva» – come scrive Brenda Vaiani in questo pezzo su Linkiesta Etc – a più di duemila metri sopra il livello del mare. I dialoghi sono lenti e incisivi, i rifugisti genuinamente schivi e malinconici, e le riprese capaci di rendere giustizia al luogo che, sotto molti aspetti, è il termometro della salute del Pianeta. E dell’essere umano.