L’assassino caruccettoIl mistero Luigi Mangione, e l’illusione che gli psicopatici siano geniali

La reazione eccitata alla cattura dell’omicida, e la vittima perfetta per fare battute senza timore di essere cacciati dalla società civile

Associated Press/LaPresse

«Era amichevole, un buon conversatore, aveva doti da leader»: lo sta dicendo alla Cnn un tizio con cui aveva lavorato Luigi Mangione, e io penso solo che è un gran sollievo che abbia ammazzato il capo d’un’assicurazione sanitaria e non la fidanzata. Pensa le indignazioni che ci toccherebbero per questi «salutava sempre» riferiti all’assassino, se la vittima fosse stata un po’ meno ideale.

O forse la dicitura giusta è «più ideale»: è ideale la vittima perfetta, quella – ragazza mite, studentessa ligia, brava figlia – che ti fa indignare tantissimo perché qualcuno ha osato ammazzarla, o è ideale il morto che è completamente scomparso dalla conversazione collettiva se non per le variazioni su «così imparano, le assicurazioni sanitarie»? Cosa ci conviene di più, a noialtri debosciati che vogliamo solo una scusa per chiacchierare?

Da quando gli uomini che ammazzano le mogli o le fidanzate o le ex hanno smesso d’essere assassini e per loro s’è inventata quella scemissima parola che è «femminicida», una delle richieste più assurde che si sentano fare ogni volta che accade è quella di non fornire note di colore sull’assassino, di non metterlo al centro del racconto, di non dargli alcun contesto.

È la disperata richiesta di non renderlo interessante, in un secolo che sa che l’attenzione è una valuta, e pensa vada data alla morta come risarcimento (dovesse succedere a me, non credo che il mio cadavere si riterrebbe consolato dall’avere le foto sul giornale; dovesse succedere a me, spero che almeno mi ammazzi uno abbastanza belloccio dal beneficiare il caso della fotogenia di riflesso).

Ma l’assassino non siamo noi a renderlo interessante a mezzo attenzione e nome in cronaca: lo è già quasi sempre, e la vittima non lo è quasi mai. La vittima è quella che ha avuto la grandissima sfiga di inciampare in uno abbastanza psicopatico da ammazzarla, l’assassino è quello che vale la pena osservare. Ci ricordiamo il nome di Raskolnikov, mica quello della vecchietta.

Anche l’idea che gli assassini siano psicopatici non va bene, per le pensatrici di questo secolo, e io le capisco: sono state truffate dall’intrattenimento degli anni Ottanta e Novanta, dal Kevin Spacey di “Se7en”, dal Patrick Bateman di “American Psycho”. Ci hanno illuso che gli psicopatici fossero geniali, e ora eccoci qui, alle prese con una deludente realtà di psicopatici imbecilli, neanche capaci di ammazzare qualcuno e non farsi prendere. Neanche abbastanza svegli da sapere che alla schiena non ti fai operare, nessun intervento alla schiena ha mai risolto niente, nel migliore dei casi continua a farti malissimo come a Luigi Mangione, nel peggiore finisci in sedia a rotelle come Bernardo Bertolucci.

State tranquille, militanti dell’Instagram: «psicopatico» non significa «genio del male». Non diciamo che sono psicopatici come complimento: lo diciamo perché le persone sane e razionali non ammazzano le altre persone; è un po’ il criterio minimo di accesso ai normali, non ammazzare nessuno.

Lunedì, mentre una cassiera d’un McDonald’s della Pennsylvania, alle nove di mattina ora locale, chiamava la polizia dicendo che c’era lì un cliente somigliante alle foto che giravano da giorni e su cui l’internet tutta si strizzava le mutande, lunedì noialtre nel nostro pomeriggio abbiamo potuto assistere in diretta all’accelerazione di tutte le fasi che normalmente circondano un caso di cronaca.

Il complottismo: non è lui, ha le sopracciglia diverse, e comunque chi ci crede che si porta dietro l’arma e il manifesto, e poi perché il documento falso, «per ordinare un mcmargarita?» (negli Stati Uniti il documento lo fai vedere praticamente solo per ordinare alcolici, e nella confusione delle prime notizie non era chiaro che i documenti glieli aveva chiesti la polizia, non la cassiera di McDonald’s).

La libido: come sarebbe l’hanno fermato da McDonald’s, ma li hai visti quegli addominali nella foto a torso nudo, com’è possibile che mangi roba fritta?

Le analisi politiche contraddittorie: un’assicurazione sanitaria ha fatto soffrire i suoi nonni e lui li vendica perché è italiano, no è lui che da quando ha dei pezzi di metallo nella colonna vertebrale ha troppi dolori per scopare, no è il figlio di una famiglia ricca che dimostra che anche i ricchi non ne possono più della mafia assicurativa, no è italiano quindi neppure bianco quindi come mai non gli hanno sparato invece di arrestarlo.

A un certo punto mi è comparsa una foto di Mangione a un matrimonio indiano vestito coi costumi tipici, e l’accusa di appropriazione culturale; poi un tizio che sosteneva che lo stato dell’America si capiva dal fatto che l’assassino del dirigente assicurativo bianco l’avessero preso subito, e invece quello che aveva strangolato lo schizofrenico nero in metropolitana l’avessero assolto; e ancora qualcuno che suggeriva a Mangione di usare come linea difensiva una frase che usò Andrew Cuomo («Non sono un depravato, sono solo italiano»); e poi l’account di Burger King che twittava «Noi non facciamo la spia»; e infine una tizia che si era tatuata su una caviglia l’immagine della telecamera di sicurezza che girava da giorni, quella in cui Mangione aveva gli occhioni verdi sotto al cappuccio.

Ed è, incredibilmente, stato solo di fronte al tatuaggio che mi sono arresa alla contemporanea incapacità d’essere una società adulta. L’unica abilità adulta che i teoricamente adulti di oggi hanno acquisito è quella di annusare cosa si possa dire in pubblico e per cosa invece si rischi il linciaggio.

«He puts the cute in execute», ha detto qualcuno di Mangione, con un gioco di parole tra «cute», belloccio, ed «execute», giustiziare. L’assassino caruccetto, ridacchiamo di Mangione; poi, quando Turetta riceve le lettere d’amore in carcere, ci strappiamo le vesti, perché la nostra forma d’adultità è saper distinguere tra gli assassini su cui puoi fare battute e mossette in pubblico, e quelli per cui invece puoi strizzarti le mutande solo in privato.

Ieri ho detto a un tizio socialmente rispettabile che avevano condannato Leonardo Caffo – il tizio al centro dell’avvincentissima polemica su “Più libri più liberi” – a quattro anni, e che me lo aspettavo perché una femminista che conosciamo entrambi m’aveva detto tempo fa un dettaglio degli atti, un dettaglio che riguardava la rottura del dito della sua ex.

Il tizio, che non aveva seguito la vicenda, ha ben pensato di fare una battuta moscia nonché prevedibile: mi ha chiesto se avesse rotto qualcosa alla femminista a noi nota, «in quel caso lo difendo». Ho pensato che non ho abbastanza selezionato le mie frequentazioni, se ancora devo sentir fare battute che non fanno ridere, neanche vivessi su un social. Ho pensato che forse era il caso che il tizio si desse alle battute su Mangione e le assicurazioni che se la cercano: quelle si possono fare, con quelle non ti cacciano dalla società civile.

Ho pensato a quella leggenda che dice che Norman Mailer chiese alla moglie «andiamocene da questa cena», perché erano a tavola con Claus von Bülow e Mailer sperava d’andare a cena con un assassino e invece gli sembrava proprio innocente, «che noia». Ho pensato che Claus von Bülow non avrebbe mai messo le sue foto su un social permettendoci d’illuderci di capirne gli intenti, e non solo perché allora i social non c’erano: perché forse era vero, che nel Novecento gli psicopatici erano a volte altrettanto fotogenici, ma di norma assai meno scemi.

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