Malato d’EuropaLe ragioni del fallimento dell’economia tedesca

La Germania ambiva a essere un modello globale, ma la letale combinazione tra burocratizzazione eccessiva, costi elevatie scelte economiche poco pragmatiche rischiano di farla diventare un monito su come non affrontare le sfide del XXI secolo

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A molti tedeschi piaceva vedere il proprio Paese come un leader globale nella lotta al cambiamento climatico. Nonostante la Germania sia responsabile solo dell’1,5 per cento delle emissioni di CO2 di origine antropica a livello mondiale, i nostri ambientalisti sostenevano che la Germania potesse fungere da modello per le altre nazioni. Questi autoproclamati salvatori del mondo ritenevano che se la Germania avesse aperto la strada, gli altri l’avrebbero presto seguita. Ma ora sembra che la Germania sia diventata più un esempio negativo che un modello. La situazione economica tedesca peggiora di mese in mese. La crescita è inferiore a quella di quasi tutti gli altri Paesi Ocse.

Basf, un tempo la più grande azienda chimica del mondo, sta tagliando migliaia di posti di lavoro in Germania, reindirizzando diversi miliardi di euro di investimenti in Cina. Il più grande produttore di acciaio tedesco, ThyssenKrupp, la scorsa settimana ha annunciato l’intenzione di tagliare undicimila posti di lavoro. L’azienda aveva ricevuto due miliardi di euro di sussidi a condizione di passare alla produzione di “acciaio verde” con l’idrogeno, che è totalmente antieconomico. Sia Basf che ThyssenKrupp hanno citato i prezzi esorbitanti dell’energia e la burocrazia elefantiaca della Germania come ragioni delle loro decisioni.

Si è registrato un aumento significativo del numero di aziende che hanno presentato istanza di insolvenza. L’attuale tasso è superiore del sessantasei per cento rispetto alla media del mese di ottobre negli anni dal 2016 al 2019, prima della pandemia Covid-19. Secondo uno studio condotto da Ey, sempre meno aziende straniere vogliono investire in Germania. Il numero di progetti di investimento diretto estero in Germania è diminuito del dodici per cento rispetto all’anno precedente. Si tratta del sesto calo consecutivo e del livello più basso di attività di investimento dal 2013.

Ey ha individuato nella politica energetica tedesca uno dei principali deterrenti per gli investitori industriali. La combinazione di un contesto recessivo, gli alti prezzi dell’energia e le incertezze sull’approvvigionamento energetico sono tutti fattori chiave, insieme all’alto costo del lavoro e alle complessità burocratiche, che scoraggiano ulteriormente gli investitori stranieri.

Le stime dei costi totali della transizione energetica tedesca variano tra 1,8 trilioni di euro (Istituto Ifo) e sei trilioni di euro (McKinsey). Ma i costi indiretti sono ancora più alti. Una componente chiave della politica climatica tedesca ed europea è la transizione della mobilità, che comporta un passaggio obbligatorio alla mobilità elettrica. L’Unione europea ha vietato l’immatricolazione di auto con motori a combustione a partire dal 2035. Di conseguenza, l’industria automobilistica tedesca è sprofondata in una grave crisi. Volkswagen ha annunciato l’intenzione di licenziare decine di migliaia di dipendenti e di chiudere diversi stabilimenti in Germania. Anche i principali fornitori di automobili, come Zf, Continental e Bosch, hanno annunciato decine di migliaia di licenziamenti.

L’industria automobilistica tedesca, un tempo leader mondiale a cui tutto il mondo guardava con ammirazione, è diventata un caso disperato. Il cuore dell’economia tedesca è in crisi. Anche l’edilizia residenziale in Germania è crollata drasticamente. Da un lato, il numero di immigrati che arrivano in Germania continua ad aumentare, mentre dall’altro si costruiscono sempre meno nuove abitazioni. Ci sono ventimila regolamenti edilizi e innumerevoli norme che hanno reso l’edilizia più “verde” e troppo costosa.

Le origini degli attuali problemi economici della Germania possono essere fatte risalire all’amministrazione di Angela Merkel, piuttosto che al governo di Olaf Scholz, recentemente caduto. La situazione economica della Germania era buona non grazie, ma nonostante le sue politiche. La Merkel ha beneficiato delle riforme di mercato e dei tagli fiscali attuati dal suo predecessore, Gerhard Schröder. Durante il suo mandato, la Merkel non solo non ha introdotto alcuna nuova riforma, ma ha invece aggravato i problemi esistenti, in particolare nel campo della politica energetica. 

La lotta al cambiamento climatico è spesso citata come l’obiettivo numero uno dei nostri giorni, l’unica questione fondamentale che dovrebbe guidare tutte le decisioni politiche. Tuttavia, la decisione della Germania di chiudere le proprie centrali nucleari ha portato il Paese a dipendere dall’importazione di energia nucleare e di elettricità proveniente da centrali a carbone all’estero. Inoltre, nonostante il divieto di fracking a livello nazionale, la Germania continua a importare dagli Stati Uniti il gas Lng prodotto attraverso il fracking. Una politica irrazionale e piena di contraddizioni.

La Germania è almeno il campione del mondo nella protezione del clima? No, la Germania occupa un rispettabile terzo posto nell’Indice di Performance Ambientale, ma nella categoria della protezione del clima, tra tutte, si piazza solo al settimo posto (il Regno Unito è al quinto).

La Germania voleva essere campione del mondo non solo nella politica climatica, ma anche in quella migratoria e sociale. Ma la combinazione di generosi sussidi sociali e frontiere aperte non ha funzionato. Oggi, il sessantaquattro per cento dei beneficiari del welfare, noto come Bürgergeld (reddito di cittadinanza), ha un background migratorio. Il sistema sociale è sovraccarico, la criminalità è in forte aumento.

Invece di essere un modello per il resto del mondo in materia di politica climatica e migratoria, come molti politici tedeschi avevano sperato, la Germania è ora diventata una storia ammonitrice. Ancora una volta, il modello dell’economia pianificata ha fallito: in un’economia di mercato sono le aziende, e in ultima analisi i consumatori, a decidere cosa produrre. In un’economia pianificata, invece, le decisioni sono prese da politici che credono di saperne di più di milioni di imprenditori e consumatori. A questo proposito, il resto del mondo può imparare qualcosa dalla Germania, ovvero una lezione su cosa non fare. 

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