Da diversi mesi la Francia ha registrato un aumento delle violenze legate al traffico di droga. Narcodelinquenza, narcocidi tra i termini che affollano sempre più i quotidiani del Paese. Se i boss della droga sono a Dubai, infatti, i «piccoli» che ne gestiscono il traffico fanno base a Marsiglia. Il capoluogo della regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra è diventata, negli ultimi anni, una delle capitali europee del narcotraffico, registrando nel 2023 quarantasette omicidi legati al narcotraffico.
A dominare il mercato della droga marsigliese è la Dz mafia. «Dz» sta per Dzayir, che in arabo significa «Algeria». Ibrido tra cartello messicano e organizzazione mafiosa, il gruppo criminale è ritenuto responsabile di più di duecentocinquanta omicidi dal 2010 a oggi, in una narco-guerra con l’organizzazione criminale antagonista Yoda, che da un decennio sta travolgendo la città. Inizialmente i due clan si contendevano il mercato nella zona di La Paternelle, che si trova nel nord di Marsiglia e in una posizione strategica perché vicina alle autostrade. Con il tempo, Dz mafia e Yoda si sono però espanse in altri quartieri della città, estendendo dunque anche conflitti e violenza.
«La Dz mafia è l’inizio di un sistema mafioso», ha affermato Philippe Frizon, direttore interdipartimentale della polizia di Bouches-du-Rhône, di cui Marsiglia fa parte. «Con un’agenda espansionistica, compie azioni mai viste prima, video di crimini e pestaggi o atti di intimidazione verso agenti penitenziari e le famiglie dei loro avversari. Stiamo assistendo a un cambio di paradigma che ha a che fare con la messinscena della violenza sui social e il coinvolgimento di ragazzi sempre più giovani», ha aggiunto Frizon.
Il gruppo criminale ha catturato l’attenzione del pubblico a inizio ottobre, quando un ragazzo di quindici anni è stato accoltellato cinquanta volte e poi bruciato vivo: era stato reclutato da un detenuto, appartenente alla Dz mafia, che gli aveva chiesto per soli duemila euro di dare fuoco alla porta di casa di un rivale. Qualche giorno dopo, un ragazzo di quattordici anni, che su ordine di un membro della Dz mafia avrebbe dovuto uccidere un membro di Yoda, ha sparato in testa a un tassista, dopo che si era rifiutato di accompagnarlo nella sua «spedizione omicida».
Lontani dal mantenere un basso profilo, i membri della Dz mafia ricercano una sorta di notorietà pubblica. «Sono interessati alla copertura mediatica», ha spiegato un magistrato di Marsiglia. «Sanno che trascorreranno molti anni in prigione, ma almeno avranno il loro momento di gloria». Questa strategia comunicativa senza precedenti è accompagnata da un uso intensivo dei social media, in particolare Telegram, per trasmettere video di assassinii e rapimenti, che vengono pubblicati online come trofei. Come racconta il quotidiano Le Monde, a caratterizzare la Dz mafia è proprio la sua recente digitalizzazione. I piccoli spacciatori vengono sempre più spesso reclutati sui social network dai trafficanti di Marsiglia, capaci di far sognare denaro facile alle giovani generazioni. Una volta finiti nella rete, gli adolescenti finiscono col pagare il prezzo più alto.
Lo scorso anno, il pubblico ministero di Marsiglia, Dominique Laurens, aveva già raccontato come la città continuasse ad apparire come una «eldorado agli occhi dei giovani in cerca di soldi facili». E aveva detto che questo mito era stato creato e continuamente alimentato sui social network attraverso il racconto di grandi guadagni e di una vita quasi eroica all’interno della criminalità organizzata. Questo meccanismo, aveva detto Laurens, «spinge i ragazzi a venire qui a “jober” (a “fare un lavoretto”, ndr) e a ritrovarsi poi in situazioni infernali», dalle quali riescono a fatica a uscire.
La Dz mafia mescola caratteristiche e metodi di vari gruppi criminali stranieri da cui trae ispirazione. L’uso di assassini inesperti ricorda le «paranze» di Napoli degli anni 2010, dove giovani sicari entusiasti venivano reclutati dai clan camorristi per formare squadre di tiratori. Inoltre, il loro uso di pseudonimi e la divisione del lavoro riflettono le pratiche dei cartelli messicani. A tal punto che, in molti, hanno parlato di «messicanizzazione» del narcotraffico marsigliese, facendo riferimento ai sicari che i cartelli sudamericani reclutano tra le bande di adolescenti, all’aumento delle gambizzazioni, all’uso di fiamme ossidriche nei regolamenti di conti o alla cosiddetta tecnica del «barbecue», che consiste nel chiudere una persona in un’auto per poi darle fuoco.
Nel 2021, un membro della Dz mafia fu bruciato vivo mentre era chiuso nel bagagliaio di un’auto. Qualche mese prima, il corpo di un rivale della banda Yoda fu trovato decapitato. A questo si unisce anche l’aumento di rapimenti e sequestri, sempre ispirati alle modalità dei cartelli sudamericani.
«Abbiamo davvero oltrepassato il limite in un universo criminale vertiginoso», ha detto Franck Rastoul, procuratore della Corte d’appello di Aix-en-Provence, per il quale la Dz mafia «non è la camorra o la ’ndrangheta, ma, se non riusciamo a invertire l’evoluzione, nulla vieta di immaginare una sorta di cartellizzazione domani. Così come le nuove mafie, la Dz mafia ignora i confini, è una vera e propria multinazionale», aggiunge Rastoul.
Al di là di queste influenze, l’impatto più diretto proviene dal Nordafrica e dai partner commerciali della banda. «Il loro modello è la Mocro Maffia, le prime proto-cellule della mafia marocchina comparse in Lussemburgo negli anni Settanta, specializzate nel traffico di cannabis e cocaina», dice Rastoul, secondo cui esistono legami con questi trafficanti, specializzati nel trasporto di cocaina tra Sud America ed Europa. «La Dz mafia è un cartello nel senso che è effettivamente un’entità, una federazione di associazioni criminali, che consente ad altri di ottenere da essa, a seconda dei casi, supporto logistico con fornitura di manodopera, appoggio o semplice “laissez-faire” purché non ci siano interessi in conflitto», conclude il procuratore della Corte d’appello di Aix-en-Provence.
Questo embrione mafioso è sotto stretta sorveglianza della giurisdizione nazionale per la lotta al crimine organizzato (Junalco). I magistrati hanno evidenziato come non sia organizzato lungo linee di clan come le tradizionali organizzazioni mafiose italiane, che seguono un sistema gerarchico verticale. «Questi nuovi gruppi criminali sono strutturati più orizzontalmente, con più fonti di influenza e potere, piuttosto che con una singola fonte di autorità», ha dichiarato Eric Serfass, il vice procuratore a capo della Junalco. «Questo li rende più instabili nella composizione, ma più agili nell’azione, nella ricomposizione e nel reclutamento». In questo caso, l’omertà potrebbe essere meno pervasiva, ma l’organizzazione in continuo cambiamento è particolarmente complessa da decifrare.
Junalco ha confermato che le organizzazioni di traffico di droga in genere non rivendicano un’etichetta specifica o un’appartenenza, rendendo difficile mappare la loro presenza in tutta la Francia. Tuttavia, i flussi di prodotti in entrata (soprattutto dai principali porti francesi) e i flussi finanziari in uscita (verso destinazioni per il riciclaggio di denaro) collegano la Dz mafia a un ambiente criminale globalizzato.
Le ultime indagini doganali mostrano che i trafficanti di droga di Marsiglia sanno come collegarsi con fornitori spagnoli, belgi e olandesi per garantire un approvvigionamento continuo e multimodale. «Ciò che li rende così forti è la loro capacità di lavorare just-in-time, di mobilitarsi al massimo e di cogliere la minima opportunità, in sinergia con i flussi logistici», ha spiegato un rappresentante della direzione nazionale di intelligence e investigazione doganale a Marsiglia.
Frizon, direttore della polizia, ha detto che la Dz mafia ha «un progetto criminale di vasta portata, pensato e definito da diverse persone che formano la cupola dell’organizzazione» e che provengono da ex squadre marsigliesi. Alcuni operano dalle loro celle, altri sono a piede libero o in fuga all’estero, in particolare negli Emirati e in Nord Africa. La loro ambizione è dominare il traffico di droga a Marsiglia, per poi espandersi al resto del Paese», conclude Frizon.
Il «narcobanditismo», termine coniato nel 2014 dal dipartimento di polizia delle Bouches-du-Rhône per descrivere le nuove forme di criminalità organizzata nate nelle cité; i quartieri periferici di Marsiglia, si espande dunque sempre di più. Tuttavia, la Francia risulta ancora inadatta ad affrontare legalmente il fenomeno mafioso. Storica terra di latitanza, con Bernardo Provenzano che riuscì a operarsi alla prostata nel più totale anonimato alla clinica “La Ciotat” di Marsiglia nel 2005, con una forte presenza della ‘ndrangheta e della camorra a partire dagli anni Settanta nella regione delle Alpi, in Provenza e in Costa Azzurra, e la crescita esponenziale di bande violente, con strutture «a tipologia mafiosa», sono in molti a rifiutarsi di utilizzare l’etichetta «mafia». Si oppongono i sociologi, che ritengono si parli di emergenza solo per giustificare la repressione, e gli investigatori, che valutano secondaria l’introduzione del 416 bis, il reato di associazione mafiosa, unico strumento per combattere propriamente il fenomeno criminale mafioso.
«La società civile francese soffre di una scarsa consapevolezza del fenomeno della criminalità organizzata. Parlare di Dz mafia non è propriamente neppure corretto, dal momento che i francesi la mafia non la riconoscono», dice a Linkiesta Fabrice Rizzoli, docente di geopolotica delle organizzazioni mafiose presso l’Istituto di studi politici di Parigi, e cofondatore di Crim’Halt, organizzazione non governativa che si occupa di sensibilizzare la società civile sulla presenza della mafia in territorio francese. «Prima del 1982, anno in cui viene introdotto nel codice penale italiano l’articolo 416 bis, delitto di associazione a delinquere di stampo mafioso, l’esistenza della mafia in Italia veniva ignorata spudoratamente. In Francia, il problema persiste. Come si può sapere se a Marsiglia si tratti di mafia se non abbiamo neppure un articolo che spieghi cosa sia la mafia?», aggiunge Rizzoli.
«La Francia sta tuttavia facendo progressi. Prova a copiare l’Italia, senza ammetterlo però, siamo orgogliosi – aggiunge Rizzoli ridendo. «Dall’aprile 2021, disponiamo di una legge per mettere i beni immobili confiscati a disposizione delle associazioni di interesse generale e delle fondazioni di utilità sociale. Con Crim’Halt abbiamo introdotto l’uso sociale dei beni confiscati, in versione ridotta e limitata ma pur sempre esistente. Tuttavia, siamo ancora lontani dall’introduzione dell’articolo 416 bis nel codice penale francese. Procediamo a piccoli step. Per ora, sarebbe sufficiente passare alla confisca obbligatoria civile come in Italia, poiché per adesso è solamente facoltativa e penale», conclude Rizzoli. La confisca amministrativa permetterebbe infatti di confiscare molti più beni ai complici e a coloro che al momento non sono sotto processo, in quanto prestanomi.