Fascia arcobalenoLa piaga irrisolta dell’omofobia nel calcio inglese

Sam Morsy dell’Ipswich Town e Mazraoui del Manchester United si sono rifiutati di indossare oggetti che indicano sostegno alla comunità Lgbtq+, mentre il capitano del Crystal Palace ha coperto il suo con una vistosa scritta “Io amo Gesù”.

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La lotta all’omofobia nel calcio europeo sta diventando una questione sempre più complicata da affrontare. Negli ultimi anni diversi giocatori in Francia hanno fatto notizia per aver disertato le iniziative a favore della comunità Lgbtq+, ma il problema si sta ormai allargando a livello internazionale. Come si è visto nell’ultimo turno di Premier League, anche nel Regno Unito questa causa sta iniziando a mostrare alcune crepe, dopo che alcuni giocatori piuttosto noti hanno manifestato di non essere a proprio agio nell’indossare la fascia arcobaleno al braccio.

Quello che ha fatto più discutere è Marc Guéhi, 24enne difensore della Nazionale inglese e capitano del Crystal Palace, che sabato contro il Newcastle è sceso in campo con una fascia teoricamente in sostegno alla comunità Lgbtq+, ma con sopra la vistosa scritta “Io amo Gesù”. Sui social questo episodio ha causato molte polemiche e accuse al giocatore, devoto cristiano, di aver voluto usare un messaggio religioso per “coprire” quello contro l’omofobia rappresentato dalla fascia. E la Football Association ha anche dovuto aprire un’indagine sull’accaduto, dato che l’esposizione di simboli religiosi da parte dei giocatori è vietata dal regolamento.

I casi di Guéhi e Morsy
Alla fine, nella giornata di martedì la Fa ha chiarito che, nonostante la violazione, non ci sarebbero state sanzioni nei confronti di Guéhi né del Crystal Palace, ma solo un ammonimento. Questa decisione non ha ovviamente placato le polemiche, soprattutto perché quella sera stessa il difensore è tornato in campo con la stessa scritta sulla fascia nella gara contro l’Ipswich Town. Il capitano della squadra rivale, Sam Morsy, ha invece rifiutato del tutto di indossare la fascia arcobaleno, spiegando al suo club che non può farlo per via della sua fede musulmana.

Il caso Morsy, emerso già dopo la gara del sabato precedente contro il Nottingham Forest, ha riportato alla luce delle discussioni già viste proprio con i simili episodi avvenuti negli anni scorsi nella Ligue 1 francese. Molti tifosi e tifose hanno denunciato l’incongruenza del centrocampista anglo-egiziano in merito ai suoi principi religiosi, dato che tre stagioni fa, quando militava al Middlesbrough, non aveva avuto alcun problema a vestire lo sponsor Unibet, legato al gioco d’azzardo e quindi anch’esso proibito nell’Islam. Pur rispettando il credo religioso di Morsy, i Rainbow Tractors – il gruppo Lgbtq+ del tifo dell’Ipswich Town – si è detto pubblicamente deluso dalla scelta del suo capitano di non supportare la comunità.

Ma altre critiche le ha ricevute proprio il club di Ipswich, che davanti al diniego di Morsy ha acconsentito a fargli indossare una comune fascia da capitano, invece di nominare un nuovo capitano che volesse portare quella arcobaleno nella partita col Nottingham Forest.

Un problema ancora da affrontare
Non sono solo i calciatori e le motivazioni a essere nel mirino delle critiche, dunque, ma anche le società. Come il Manchester United che, secondo The Athletic, avrebbe deciso negli scorsi giorni di non far vestire a nessuno dei suoi giocatori una giacca in favore dei diritti della comunità Lgbtq+, dopo che il difensore marocchino Noussair Mazraoui aveva fatto sapere di non “sentirsi pronto” a indossarla. Una decisione che, come ha scritto il giornalista Adam Crafton, avrebbe creato un certo malumore tra gli altri giocatori dello United.

L’Inghilterra è sempre stata all’avanguardia nella difesa dei diritti Lgbtq+ nel calcio, grazie alla popolare campagna Rainbow Laces, ma negli ultimi tempi anche qui stanno emergendo delle difficoltà nel sostenere il progetto. Già un anno fa il capitano dello Sheffield United, il bosniaco Anel Ahmedhodžić, aveva fatto scalpore per essere stato l’unico capitano della Premier League a non indossare la fascia arcobaleno dell’iniziativa. In questa vicenda va anche considerato il discusso caso di Jordan Henderson, centrocampista inglese che è stato il più visibile alleato della comunità Lgbtq+ nel calcio fino a che, nell’estate del 2023, non ha deciso di trasferirsi a giocare in un paese con leggi profondamente omofobe come l’Arabia Saudita.

Liz Ward, attivista e consulente della Fa, ha spiegato su X che le iniziative contro l’omofobia sono spesso decise da club e federazioni senza un adeguato confronto con i giocatori, che quindi si ritrovano a doverle supportare senza capire bene il perché. Il conflitto tra questa causa e la fede religiosa è un altro problema che culturalmente è stato molto sottovalutato nei vari progetti di sensibilizzazione su questo tema. In più l’ambiente del calcio maschile si conferma uno di quelli in cui i messaggi pro-Lgbtq+ sono più difficili da diffondere. A livello femminile, invece, le cose stanno diversamente: sabato 30 novembre la calciatrice statunitense Korbin Albert – che mesi fa ha diffuso sui social pensieri omotransfobici – è stata fischiata dal pubblico di Wembley al suo ingresso in campo nella partita tra Inghilterra e Stati Uniti, come già era avvenuto a giugno nel corso di un altro match. Una reazione del genere, tra i maschi, appare oggi ancora abbastanza improbabile.

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