
Sono piccoli spazi verdi, spesso circondati dall’asfalto, racchiusi nel cuore delle città universitarie e delle capitali di tutta Europa. Gli orti botanici non hanno mai smesso di produrre conoscenza: nascono con gli horti sanitatis dei monasteri medievali, nel 1500 si moltiplicano e alimentano lo sviluppo delle scienze naturali, nel 1700 iniziano a ospitare specie esotiche e di interesse commerciale, funzionando al contempo come strumenti didattici per gli studenti di botanica. Oggi si confrontano con una sfida inedita: il cambiamento climatico.
Ogni anno, infatti, alberi centenari si spezzano per le raffiche di vento, la siccità colpisce in modo inaspettato, le fioriture non seguono più il solito calendario. Ma, come si dice, dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva: proprio come in un laboratorio a cielo aperto, negli orti botanici i giardinieri sperimentano metodi per preservare le specie più fragili e gli scienziati sfruttano questo punto osservazione per studiare le interazioni tra clima e flora, cercando soluzioni nuove.
Una ricerca particolarmente ampia è stata pubblicata dall’Università di Pisa nel 2023. Gli autori si sono concentrati sugli alberi dell’orto botanico di ateneo, fondato nel 1543, il più antico al mondo tra quelli di impronta accademica. «Gli orti botanici sono sistemi dinamici di grande valore scientifico, ecologico, culturale e storico. Sono luoghi insostituibili per coltivare, gestire, studiare e preservare la diversità degli alberi. Nella nostra ricerca, abbiamo quindi valutato l’impatto futuro dei cambiamenti climatici sulla collezione di alberi dell’Orto Botanico di Pisa. Nello scenario più pessimista, entro il 2090 si prevede che oltre il sessanta per cento delle specie arboree coltivate qui usciranno dalla loro nicchia climatica», si legge nello studio.

In altre parole, a causa del rialzo delle temperature medie annuali, nei prossimi anni Pisa verrà a trovarsi in una nuova “zona” climatica, in cui normalmente non vivono più della metà delle specie arboree oggi coltivate nell’orto botanico. Le previsioni hanno un margine di incertezza: da una parte, saranno anche gli eventi meteo estremi “spot” a danneggiare in modo irreparabile le piante, indebolite anche dal costante afflusso di visitatori e dagli stress legati all’ambiente urbano; dall’altra, all’interno degli orti botanici sarà possibile monitorare al meglio la qualità del suolo e assistere gli esemplari in difficoltà. In più, alcune piante potrebbero dimostrarsi più resilienti del previsto, ad esempio nel ridurre il proprio consumo d’acqua.
Sicuramente, d’ora in avanti in avanti, «la selezione delle piante in un giardino botanico dovrà considerare attentamente le caratteristiche delle varie specie – scrivono i ricercatori nelle conclusioni – mettendole in relazione sia con le condizioni climatiche presenti sia con quelle future. Un progetto ispiratore proviene dai Giardini Botanici di Melbourne e si chiama Landscape Succession Strategy. L’obiettivo è mantenere una diversità tassonomica simile a quella attuale, ma anche riorganizzare le collezioni pianificando la sostituzione delle specie che non saranno più adatte nei prossimi anni, in modo che entro il 2036 almeno il settantacinque per cento delle specie risulti idoneo al clima che avremo nel 2090».

Il tempo è poco, tanto che molti orti botanici stanno già registrando i primi caduti. È il caso di Milano, dove periodi molti caldi alternati a nubifragi hanno messo in difficoltà sia l’Orto Botanico di Città Studi sia quello di Brera, oltre alla maggior parte dei parchi pubblici cittadini.
«I primi danni da cambiamento climatico sono arrivati per noi con una sequenza di estati aride – racconta a Greenkiesta Marco Caccianiga, direttore dell’Orto Botanico di Città studi –, in particolare nei mesi caldi del 2022 abbiamo perso due faggi. Erano piante grandi, adulte e robuste, e anche se non tollerano molto la siccità nessuno pensava potessero morire in quel modo».
Ma non sono stati solo i faggi a soffrire: «Faccio un esempio emblematico: avevamo recuperato dei semi di teff e aggiunto la pianta alla nostra collezione di piante alimentari. È una graminacea che viene utilizzata per produrre pane azzimo. Ebbene, nel 2022 persino il teff, che è una specie etiope, ha patito la siccità». Come aggiunge Caccianiga, un tempo il periodo che preoccupava di più il personale degli orti botanici era l’inverno con le sue gelate, mentre oggi la situazione si è invertita, tanto che persino i cactus si trovano in difficoltà quando in agosto le serre superano i quaranta gradi.
Poi è arrivata la tempesta del luglio 2023, che a Città Studi ha abbattuto delle querce, sradicato un abete bianco e danneggiato una sequoia. «Si tratta di eventi davvero inusuali per la pianura Padana – spiega Caccianiga – e a maggior ragione nei centri urbani. Noi in seguito abbiamo scelto di lasciare a terra alcuni tronchi di alberi morti: da una parte per studiare il modo in cui gli invertebrati li decompongono, dall’altra come monito per il futuro».
A Brera, invece, dopo i fortissimi venti del 2023 i gestori si sono ritrovati con alberi di tasso centenari completamente sradicati, mentre il ginko e la firmiana hanno perso rami interi e le felci sono state distrutte. Sempre nel 2023, ma in primavera, l’orto aveva dovuto fare i conti con la siccità e – in deroga all’obbligo di non bagnare gli spazi verdi – l’irrigazione era stata portata avanti seppur con difficoltà, centellinando le risorse. La perdita di ogni esemplare è stata vissuta come un lutto, visto che, come ama ricordare il direttore Martin Kater, «le piante di un orto botanico sono opere d’arte e tesori culturali, come i quadri conservati qui a Brera nella Pinacoteca».
Proprio la ricchezza di questo patrimonio permette di cercare strategie di adattamento innovative. Kater e il suo team sono impegnati infatti, insieme ad altri centri, in una grande opera di ricerca in campo genetico. L’Orto Botanico di Brera sta studiando la sua collezione di salvie, concentrandosi sull’analisi dei genomi di queste piante, molto diffuse in tutta l’area mediterranea.
Nel 2023 hanno completato il sequenziamento di Salvia pratensis, per poi iniziare a indagare sulla biodiversità genetica della specie in Italia, dalle Regioni del Nord a quelle Sud. La variabilità genetica interna alle varie specie è infatti un fattore sempre più interessante per gli scienziati: oggi le piante che presentano poca variabilità rischiano l’estinzione, mentre quelle che differiscono di più da esemplare a esemplare e da zona a zona hanno maggiori possibilità di sopravvivere – almeno in alcune loro varianti – al cambiamento climatico.