Cattiva fedeL’insofferenza dei cattolici democratici per il laicismo radicale di Schlein

La sinistra cattolica si sente marginalizzata nel Pd sulle questioni etiche e lamenta una mancanza di dialogo interno, a favore di posizioni politiche sempre più nette e radicali. Ma quanto potrà mai essere credibile l’alternativa Ruffini, l’uomo del fisco?

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C’è da tempo un’irrequietezza generale dei cattolici democratici nei confronti di una politica sempre più articolata su un esclusivo crinale destra-sinistra, che non lascia nessun margine alla cultura della moderazione intesa come mediazione, e in particolare nei confronti di una cultura super laica che caratterizza il Partito democratico di Elly Schlein. I cenacoli nei quali si esprimono a voce alta questi pensieri critici sono vari, molto spesso non lontani da ambienti ecclesiastici e vaticani, sino ai tradizionali ambienti prodiani, e a quelli dell’eterna discendenza democristiana e popolare.

Il problema esiste. La torsione laica (anzi, per i cattolici naturali avversari della cultura woke: laicista) che Elly Schlein e il suo gruppo dirigente (si pensi a un esponente come Alessandro Zan) hanno impresso al Pd pone un serio problema, sia nel merito delle questioni etiche sia, nell’attitudine a prendere con nettezza posizioni, anziché professare una certa cultura dell’ascolto. Insomma, secondo questa diffusa preoccupazione, c’è il dubbio che gli elettori cattolici preferiscano «Giorgia-sono-cristiana» a Elly che balla al gay pride. Inoltre, in questi ambienti, dà fastidio che il problema politico della presenza dei cattolici non venga proprio considerato, ma al massimo tollerato e relegato nel confino dei cosiddetti indipendenti portabandiera di un certo pacifismo imbelle, da Marco Tarquinio a Paolo Ciani. 

Più prosaicamente, era stato fatto notare alla leader che nella segreteria nazionale il tasso di cattolicità fosse prossimo allo zero. Insomma, la questione da tempo non è più quella di una “Cosa bianca” fuori tempo massimo, pur ritenendo in quest’area che la cultura politica dei cattolici sia ancora non solo viva ma necessaria per arrotondare le punte acuminate di un bipolarismo muscolare, e per tradurre la Dottrina sociale della Chiesa nella dimensione della vita pubblica contemporanea. Di qui i richiami alla lezione di Aldo Moro e, naturalmente, la fascinazione per personalità così diverse eppure intimamente legate tra loro come il cardinale Zuppi e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. 

Il fatto importante che sta emergendo è che questa insofferenza per il laicismo radicale del Pd si incrocia con una valutazione assai critica della linea politica del partito, e con forte scetticismo sulla capacità di poter realmente vincere la sfida per il governo contro una destra che si sta rivelando, almeno per ciò che riguarda la presidente del Consiglio, più in grado di governare di quanto si pensasse due anni fa.

Romano Prodi, come abbiamo già scritto, ha detto a qualche amico che Elly Schlein, in caso di vittoria, non sarebbe capace di guidare il Paese: di qui il suo continuo appello a fare proposte concrete e non solo denunce e proteste. Il che non toglie che i giudizi dei cattolici democratici sul governo Meloni siano severissimi. Lo ha notato poco tempo fa Antonio Polito: «Pensiamo a ciò che hanno scritto e detto i vescovi dell’autonomia differenziata, definita tout court “un tentativo di accentuare gli squilibri già esistenti tra territori”. E quando spuntò il premierato, che pure a rigor di logica riguarda l’ordinamento dello Stato più che il pulpito, il cardinal Zuppi subito avvertì che “gli equilibri istituzionali vanno toccati sempre con molta attenzione”». 

Non si tratta però di trovare un federatore come fu ai tempi dell’Ulivo, quando ancora sussisteva l’eco del Fattore K per cui a palazzo Chigi non sarebbe mai potuto andare un comunista, o meglio un erede del Pci, e si scelse appunto un cattolico democratico – scuola Beniamino Andreatta – come Prodi. Il problema semmai è ottemperare a due esigenze: quella di far pesare la cultura cattolica in un centrosinistra radicaleggiante, e quella di elevarne il tasso tecnico. 

Per questo Pierferdinando Casini, che conosce gli umori del prodismo, è stato tra i primi a parlare di un possibile impegno di Ernesto Maria Ruffini, attuale direttore delle Entrate, addirittura come leader degli avversari di Giorgia Meloni, un’ipotesi che i conoscitori degli ambienti vaticani hanno fatto presto a collegare con la circostanza che Ruffini è fratello di Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede. 

È probabile che si tratti solo di un ballon d’essai, di una suggestione in buona fede. Ma può darsi che al Nazareno la cosa sia stata vista come una piccola stilettata alla candidatura alla presidenza del Consiglio di Elly Schlein, che da quelle parti viene data per scontata una volta fatto proprio il criterio vigente a destra: chi ha più voti è candidato a palazzo Chigi. E Ruffini, l’uomo del Fisco, ovviamente di voti non ne ha, e non ne avrà mai.

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