Ordito e si bemolleInterpretare e cogliere la melodia degli abiti, secondo i Santamaria Sound Studio

Abbiamo intervistato il fashion designer Dorian Stefano Tarantini e il sound designer Paolo Forchetti per scoprire cosa si cela dietro al loro nuovo progetto: uno studio creativo e di consulenza musicale che sviluppa l’identità sonora di un brand

Courtesy of Santamaria Sound Studio

Oggi il suono è un elemento imprescindibile per la comunicazione strategica di un brand di moda. Come la colonna sonora per un film, la musica dà vita a una collezione, ne stabilisce il Dna, enfatizzandone il racconto. L’esempio più esemplificativo è quello del brano “Ancora”, interpretato da Mina e che Mark Ronson, produttore britannico, ha rimaneggiato per la sfilata primavera-estate 2024 di Gucci, che ha visto il debutto del direttore creativo Sabato de Sarno. Dopo il fashion show, “Ancora” ha continuato a riecheggiare tra i social network, scalando le classifiche mondiali e contribuendo ad accrescere l’interesse intorno alla nuova identità di Gucci.

Non è per nulla strano, quindi, che il fashion designer Dorian Stefano Tarantini, pochi mesi dopo essersi separato dal marchio di accessori Borbonese, abbia lanciato insieme al suo amico di lunga data e sound designer Paolo Forchetti, lo studio creativo e di consulenza musicale “Santamaria Sound Studio”. Il progetto promette di realizzare sound tailor-made sfruttando le competenze che entrambi i due fondatori hanno accumulato negli anni.

«Rispetto ad altri “studi di suono”, noi conosciamo a fondo il linguaggio della moda, lavorandoci dietro le quinte da decenni. Quello che noi disegniamo per i vari marchi di moda non è una “colonna”, ma un’identità sonora, che può essere sviluppata su diversi aspetti: per la sfilata, per il retail, per una cena di gala, per una presentazione, per una campagna pubblicitaria o per una playlist su Spotify», confidano a Linkiesta Etc i Santamaria Sound Studio. L’obiettivo, dunque, è quello di tessere e produrre l’identità di un brand, creando un vocabolario sonoro che lo definisca e lo renda riconoscibile.

La produzione musicale, però, non è l’unico servizio che il duo si promette di fornire, ponendosi l’obiettivo di «diventare un punto di riferimento nel panorama globale, non solo come studio musicale, ma come un laboratorio creativo in grado di offrire soluzioni su misura per i brand, integrando musica, design e visione artistica in modo fluido e innovativo».

Insomma, una consulenza a tutto tondo che si basa su una ricerca delle tendenze emergenti fino allo studio dei macrotrends, a partire dai quali creare suoni e atmosfere che risuonano nel tempo. Per capire meglio cosa si cela dietro questa nuova realtà, ancora poco affermata nel tessuto moda italiano, abbiamo intervistato i “Santamaria Sound Studio” per farci spiegare direttamente da loro cosa c’è dietro questo progetto e cosa li ha ispirati.

Foto di Delfino Sisto Legnani

La tua esperienza come stilista e direttore creativo in che modo ti permette di interpretare i bisogni di un brand? Da che cosa parti?
Dorian Stefano Tarantini: Sicuramente, la mia esperienza come designer e la gestione del mio brand “M1992”, che ha sfilato per diverse stagioni, ha arricchito il mio approccio alla direzione creativa e mi permette di dialogare in modo più sincero e naturale con i colleghi. Conoscere il linguaggio della moda e i suoi codici mi consente di comprendere appieno le necessità, le ispirazioni e le aspirazioni del brand che seguo […]. Il mio primo passo è sempre un incontro con il direttore creativo del brand, dove cerco di stabilire una relazione di fiducia, quasi un’amicizia, che mi permetta di assorbire le sue emozioni e il suo pensiero dietro la collezione. Ogni sfilata è un racconto, e il mio compito è quello di tradurre quel racconto in un’esperienza sensoriale completa, dove ogni dettaglio – dall’abito alla musica, dalla location alla luce – contribuisce a costruire un’atmosfera unica. Per me, la location è un elemento cruciale. Conoscere lo spazio in cui si svolgerà la sfilata è fondamentale, non solo per la produzione della soundtrack, ma anche per decidere come la musica si relazionerà con l’ambiente. Un brano, per esempio, può suscitare emozioni completamente diverse se suonato in un contesto industriale, con il suo carattere ruvido e aperto, rispetto a uno spazio barocco, ricco di dettagli e di storia.[…]. In sintesi, il mio approccio creativo nasce dall’ascolto profondo delle visioni del brand, dalla comprensione del loro linguaggio e dalla capacità di unire ogni elemento – visivo e sonoro – per raccontare una storia che parli direttamente al pubblico, creando un’esperienza che va oltre la semplice sfilata.

I vestiti, gli accessori e tutto ciò che compone una collezione hanno un suono? Come lo si interpreta per poi portarlo “in cassa”?
Dorian Stefano Tarantini: Assolutamente sì, credo che ogni abito, ogni accessorio, ogni dettaglio di una collezione abbia un suo suono. A volte questo suono è delicato, sottile, come un sussurro che si fa sentire solo attraverso le sue sfumature, altre volte è potente, quasi un grido di autoaffermazione. L’abito comunica in modo viscerale e, se ci pensiamo, lo fa usando una lingua che spesso si sovrappone a quella della musica, entrando in risonanza con le frequenze più sottili e con quelle più potenti della sonorità. Se riflettiamo su quanto un colore, una texture o una silhouette possano evocare emozioni e sensazioni legate al suono, capiamo che lo show stesso è, in realtà, il risultato di un incontro tra estetica visiva e sonora. Potremmo dire che una sfilata è fatta per il cinquanta percento di musica. Ogni elemento del design ha il suo timbro, e la musica è l’estensione naturale di quella vibrazione visiva. Quando lavoro alla colonna sonora di una sfilata, mi trovo spesso ad affrontare due tipologie di approccio. Quando la collezione è molto chiara, strutturata e definita nei suoi codici, la ricerca musicale può essere precisa, mirata. È come se la musica seguisse il percorso già tracciato dal designer, enfatizzandone la visione. Al contrario, quando una collezione è più fluida, volatile o ambigua, la musica deve interpretare e tradurre le idee che si nascondono dietro lo show, unendo e riordinando le emozioni che il designer ha voluto comunicare. In questi casi, il mio compito è quello di creare una narrazione musicale che faccia da ponte tra la visione creativa del designer e l’esperienza sensoriale che lo spettatore vivrà. Alla fine, il suono e la moda sono in perfetta simbiosi. La musica non è mai un semplice accompagnamento, ma una componente fondamentale che arricchisce la percezione visiva, e viceversa. Ogni collezione ha la sua melodia, basta riuscire a sentirla.


Come è nata la tua passione per la musica? È arrivata prima o dopo la moda?
Dorian Stefano Tarantini: La mia passione per la musica e per la moda è nata praticamente nello stesso momento, perché per me non esiste suono senza immagine e viceversa. La musica, anche quando non ha un’immagine che la accompagna, inevitabilmente ci induce a crearne una nella nostra mente. Nel mio caso, questa “immagine mentale” è spesso influenzata da un’estetica in cui la moda gioca un ruolo predominante. Crescendo negli anni Novanta, un periodo in cui la moda contemporanea stava vivendo il suo massimo splendore con figure iconiche come Versace, Prada, Gaultier, e dove MTV dettava le tendenze, è stato impossibile non essere immerso in questi due mondi. […] Sono sempre stato un collezionista appassionato, sia di moda che di musica, e il mio lavoro oggi rappresenta una sintesi naturale di queste due passioni.

La carriera da musicista qualificato, produttore, ex membro di una band e sound designer, ti permette di avere una visione del mondo della musica molto ampia. Quale sono le tue reference musicali? Come influenzano il tuo lavoro?
Paolo Forchetti: La mia carriera come musicista e sound designer mi ha dato l’opportunità di esplorare il mondo della musica da prospettive diverse, ampliando continuamente il mio bagaglio creativo. Le mie reference musicali nascono da un approccio di ricerca costante, che si nutre di esperienze sia fisiche che digitali. Mi piace andare alla scoperta di vecchi negozi nascosti, mercatini e collezioni private in giro per il mondo. Questo tipo di ricerca è un rituale che mi permette di entrare in contatto con sonorità dimenticate o rare. Nel corso degli anni ho costruito un ampio archivio musicale personale che rappresenta, per me, una risorsa essenziale: è un punto di partenza per ogni progetto e una fonte continua di ispirazione.
Frequento regolarmente club e concerti e ho una forte passione per il cinema, in particolare per le colonne sonore e film di registi come John Waters, Oliver Stone, Gregg Araki, David Lynch e Brian De Palma, per citarne alcuni. In sintesi, il mio approccio è un equilibrio tra ricerca sul campo, esplorazione digitale e immersione nella cultura musicale e cinematografica: un mix che mi consente di avere uno sguardo ampio e di tradurre queste influenze in progetti sonori unici.

Che tipo di lavoro e di ricerca c’è dietro la realizzazione di una colonna sonora per un brand di moda rispetto ad altri ambiti?
Paolo Forchetti: La realizzazione di una colonna sonora per un brand di moda richiede un approccio molto specifico, che si distingue rispetto ad altri ambiti per la necessità di tradurre un’estetica visiva e concettuale in un linguaggio musicale. Il primo passo è immergersi nella collezione, cercando di comprenderne l’essenza e il messaggio […]. Un elemento fondamentale di questo processo è analizzare il moodboard della collezione, che offre una panoramica visiva delle ispirazioni, dei colori, delle texture e delle atmosfere che definiscono la collezione. A partire da qui, si cerca di costruire un dialogo con questi elementi, cercando un equilibrio tra coerenza con l’identità del brand e innovazione musicale. Il lavoro richiede una profonda sensibilità interpretativa: ogni suono, melodia o ritmo deve contribuire a rafforzare la narrativa della collezione, coinvolgendo il pubblico in un’esperienza efficace e multisensoriale.

Quali sono gli strumenti musicali che utilizzi per realizzare i sound?
Paolo Forchetti: Per realizzare i miei sound, utilizzo una combinazione di strumenti digitali, analogici e, a volte, anche l’intelligenza artificiale, a seconda dell’effetto che voglio ottenere. In molte occasioni, un semplice computer è sufficiente per creare e modificare musica in modo preciso e versatile. Software come Ableton Live, Logic Pro e vari plug-in mi permettono di sperimentare con suoni sintetici, campioni e modelli sonori, dandomi la possibilità di esplorare infinite possibilità creative senza limiti. Tuttavia, non disdegno gli strumenti analogici, che spesso aggiungono una profondità e una qualità unica al suono. Sintetizzatori vintage, drum machine (ndr, strumento musicale elettronico in grado di imitare strumenti a percussione) e registratori a nastro possono conferire una calda e “umida” sensazione al sound, qualcosa che il digitale da solo non può sempre replicare. L’intelligenza artificiale, poi, è entrata a far parte del mio processo creativo e offre un nuovo livello di sperimentazione, dando vita a idee che potrebbero sfuggire a un approccio più tradizionale. In questo senso, diventa uno strumento che amplifica la mia creatività, più che sostituirla. Il segreto è non limitarsi, ma piuttosto essere aperti a tutte le possibilità che la tecnologia e la musica possono offrire.

La traccia di presentazione al pubblico dei Santamaria Sound Studio è un carillon che riproduce una traccia di “Leitmotif” di Pëtr Il’ič Čajkovskij, “Moments in Love” di Art of Noise e “Immaculate” di Shygirl con la rapper Saweetie. Il tutto combinato a estratti ironici di discorsi di Donald Trump, Kim Kardashian, Michael Jackson e Bill Gates. Lo possiamo considerare il manifesto del lavoro di Santamaria Sound Studio? Come definireste il vostro approccio?
Santamaria Sound Studio: Il concept di Music Box nasce dall’intento di custodire e raccontare le molteplici sfaccettature del nostro stile e della nostra continua ricerca sonora. Volevamo creare una sorta di “carillon” che fosse non solo un mix, ma un vero e proprio viaggio sensoriale, in grado di attraversare epoche, ricordi e visioni future. Il risultato è un layering sonoro che coinvolge profondamente l’ascoltatore, accompagnandolo in un’esperienza che va dalla musica classica dei balletti ottocenteschi ai suoni dei rave anni Novanta, passando per le soundtrack iconiche del cinema d’autore. Ogni strato sonoro è arricchito da interferenze digitali che richiamano l’estetica della digital art, creando una connessione tra il passato e il futuro, il reale e l’immaginario.

Le idee, insomma, sono ben chiare e non resta che scoprire quali saranno i prossimi progetti a cui Santamaria Sound Studio si dedicherà; forse proprio gli show di Versace, Prada e Martine Rose, brand con cui i due fondatori, come ci hanno confidato, vorrebbero collaborare e con cui si sentono affini per l’estetica e il Dna.

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