Tigri di carta e lupi grigiLa débâcle russa e iraniana, la vittoria turca, e altri effetti della fine di Assad

Il crollo del regime di Damasco ha mostrato tutte le fragilità di Russia e Iran: ora è Erdogan ad allungare le mani sulla Siria

AP/Lapresse

Poche cose sono chiare nella improvvisa e inaspettata caduta del regime del macellaio Bashar al Assad. Due di queste hanno, però, un rilievo strategico, di sistema, che riguarda addirittura tutti gli assetti planetari. La prima è che ora è evidente che la Russia di Vladimir Putin non è in grado, non ha né le forze né la capacità politica e militare, di esercitare il ruolo di potenza mondiale. Nulla, infatti, ha saputo fare per difendere da un esercito raffazzonato di miliziani jihadisti un protettorato siriano che pure è strategicamente indispensabile alla politica di potenza del progetto della Grande Russia. Inoltre, il controllo sul regime di Damasco per Mosca significava né più né meno essere considerata una potenza mediterranea e un attore imprescindibile per gli equilibri mediorientali. Ora non più.

Vladimir Putin ha dato prova di non avere forze militari sufficienti da distogliere dal quadrante ucraino. E ora è addirittura costretto a difendere la grande base navale russa di Tartus e la base aerea ancora più grande di Hmeimim da un nuovo governo siriano avverso – che con tutta probabilità semplicemente abolirà la concessione a suo tempo deliberata da Hafez al Assad e poi ampliata da Bashar al Assad. Un quadro inimmaginabile sino a pochi giorni fa.

Non solo, Vladimir Putin personalmente ha dato prova di non essere in grado di “leggere” la realtà di una Siria che considerava il baricentro della propria politica non solo mediterranea, ma anche mediorientale. Uno smacco politico personale, una figura di impotenza strategica, e il giusto prezzo per aver difeso allo stremo un fantoccio sanguinario come Bashar al Assad.

La seconda cosa evidenziata dalla troppo facile avanzata su Damasco delle non eccelse milizie di Abu Muhammad al Jawlani è che l’Iran degli Ayatollah e dei Pasdaran non è in grado di gestire il proprio status, tanto sbandierato, di solida potenza regionale. Status oggi sbriciolato nell’impotenza dimostrata nel difendere il regime siriano dal disastro. Inoltre, la Siria e il regime di Bashar al Assad, dal 1979 e fino a ieri, erano il potente baricentro dell’intero Asse della Resistenza, l’anello indispensabile per la catena iraniana di alleanze mediorientali. Un rapporto, una simbiosi tra i due regimi cementato dal comune alveo sciita, dal comune interesse a egemonizzare il Libano e dalla comune alleanza strategica prima con l’Unione Sovietica, poi con la Russia.

Nel nome di questa strategia iraniana di potenza regionale, decine di miliardi negli ultimi anni sono usciti dalle casse di Teheran per finanziare e consolidare l’alleanza tra i due regimi. Enorme è stato lo sforzo militare dei Pasdaran comandati da Qassem Suleimani, tra il 2015 e il 2019, per impedire la caduta, che pareva certa, di Bashar al Assad. La “Forza Qods”, il reparto delle azioni estere dei Pasdaran, ha convogliato allora in Siria le Brigate Internazionali sciite, il cui nucleo duro era composto da Hezbollah libanese e da sciiti iracheni, pakistani, afghani, persino uiguri. Mentre l’aviazione russa bombardava dal cielo, sul terreno è stato questo esercito organizzato da Teheran a combattere, facendo massacri innominabili della popolazione civile, e infine a garantire la vittoria del regime. L’esercito siriano non si è dissolto oggi, si era dissolto già nel 2015.

Ora, ucciso dagli americani Qassem Suleimani nel 2020, constatiamo che l’Iran vede cadere il suo principale e fondamentale alleato mediorientale, per il quale ha combattuto strenuamente, ma letteralmente non muove un dito. Perché non può muoverlo: i danni che Israele ha inflitto a Hezbollah in Libano e gli obiettivi iraniani bombardati e distrutti dall’aviazione israeliana in Siria e in Iran hanno disarticolato la potenza militare iraniana in Medio Oriente.

Dunque, registriamo una Russia impotente e sconfitta su un quadrante strategico, e registriamo contemporaneamente un Iran impotente sull’intero arco mediorientale. Due novità che avranno sviluppi di enorme rilievo. Ma a vantaggio di chi? Qui iniziano le note dolenti.

L’indubbio vincitore politico e militare della partita siriana è oggi il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, che non solo ha foraggiato e armato le milizie islamiche di Abu Muhammad al Jawlani, ma che controlla direttamente l’alleato di quest’ultimo, il laico Esercito Siriano Libero, composto sin dal 2015 da reparti dell’esercito siriano che hanno disertato.

Questo, grazie all’eccellente abilità di Hakan Fidan, personaggio di grande rilievo, attualmente ministro degli Esteri di Ankara, ma dal 2015 al 2023 capo dei Servizi Segreti turchi, ruolo che ha giocato intervenendo nella crisi siriana, finanziando e armando spregiudicatamente milizie islamiste e anche jihadiste, compreso al Jawlani.

Dunque, la Siria passa rapidamente dall’essere un protettorato russo-iraniano all’essere un protettorato turco. Non è facile però pronosticarne gli sviluppi, tranne una nuova e sicura pressione militare turca sulla regione curda del Rojava per contrastare i militanti del gruppo terrorista curdo-turco del Pkk.

L’incognita vera riguarda Israele. Quale sarà l’atteggiamento del nuovo governo di Damasco nei confronti dello Stato ebraico?

Sicuramente sarà aggressivo, perché nella biografia dello stesso al Jawlani e dei suoi miliziani l’impegno armato a fianco dei palestinesi e contro gli israeliani è stato costante. Più che aggressivo contro lo Stato ebraico è da sempre anche Erdogan. Non a caso l’esercito israeliano ha subito decuplicato le difese militari sul Golan e lungo l’intera frontiera con la Siria. Ma non è probabile che l’aggressività politica di chi da oggi comanda a Damasco si trasformi in pesanti aggressioni militari. Il rapporto bellico di forze è infatti impari. I nuovi padroni della Siria non hanno divisioni corazzate, ma solo qualche decina di panzer e di autoblindo; non hanno aviazione, non hanno elicotteri. Dispongono solo dei micidiali droni shahed che hanno dato ottima prova sul terreno, ma che sono un’arma parziale.

Dunque, se il nuovo governo siriano, spalleggiato dalla Turchia, decidesse una politica militarmente aggressiva contro Israele, rischierebbe di trovarsi i carri armati e l’aviazione israeliana dentro Damasco nel giro di poche ore. La capitale siriana, infatti, si trova solo a una cinquantina di chilometri dalla frontiera con Israele ed è conquistabile con assoluta facilità da Idf.

Difficile o quantomeno poco probabile quindi che Israele debba subire una forte pressione militare dal nuovo regime siriano.

Resta la certezza che ne subirà una forte pressione politica. Che i palestinesi e personalmente Abu Mazen troveranno una forte e confinante presenza politica al loro fianco di un Erdogan divenuto egemone in Siria. Un quadro, dunque, dagli esiti in chiaroscuro.

Ma una cosa è certa per Israele: il nuovo governo siriano sarà in attrito sia con Hezbollah, col quale ha combattuto battaglie crudeli e sanguinose, sia con il regime di Teheran. La continuità politica della zona di influenza del regime iraniano sino al Mediterraneo è stata bruscamente interrotta. Un danno irreparabile e un vantaggio enorme per Gerusalemme che ora si trova con un ben scomodo e poco gradevole regime confinante, ma che quantomeno può registrare di avere inferto con la sua azione contro Hezbollah e con la reazione a catena che ne è seguita un colpo formidabile al regime iraniano. Sempre più, insomma, l’Iran degli Ayatollah e dei Pasdaran ha dimostrato di essere una tigre di carta.

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