Il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini, come è noto, al momento del varo del Governo Meloni, nell’impossibilità di tornare al Viminale a causa del processo in corso sul caso Open Arms, scelse il ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture nella convinzione che una grande stagione di opere pubbliche ne avrebbe consolidato la fama di “uomo del fare” e l’avrebbe aiutato a recuperare il consenso perduto dopo l’azzardo del Papeete.
Proprio dal dicastero di Via Nomentana, però, stanno arrivando al leader della Lega i grattacapi più rognosi: le polemiche sul nuovo codice della strada, contro cui è in rivolta anche la base leghista, gli scioperi a raffica nei trasporti pubblici, la never ending story del Ponte sullo Stretto, i ritardi e i disservizi sulla rete ferroviaria.
Proprio di quest’ultima rogna parla un dossier preparato dall’informatica Chiara Calore e presentato ieri davanti al ministero dei Trasporti dai dirigenti di Europa Radicale Igor Boni e Silvja Manzi, che analizza i ritardi accumulati nell’ultimo trimestre (ottobre-dicembre 2024) dall’Alta Velocità di Trenitalia (Freccia Rossa, Freccia Argento e Freccia Bianca).
Su un totale di 22.865 treni monitorati (corrispondenti a una media di circa duecentosessanta treni AV al giorno), 16.515 hanno registrato ritardi, pari al settantadue per cento. In pratica, arriva in orario solo un treno ad Alta Velocità su quattro.
In tre mesi, i minuti di ritardo accumulati sono stati 278.482, equivalenti a 4.641 ore. Ancora più significativo è il dato del ritardo medio sulle singole tratte. Per alcune di esse si parla di ritardi medi di quaranta minuti o di treni mai arrivati in orario.
Vi sono casi eclatanti come il FR 9658 che va da Reggio Calabria a Milano e ha mantenuto – si legge nel report di Chiara Calore – «un ritardo medio di quarantasei minuti, raggiungendo la destinazione ventuno volte con ritardi maggiori di sessanta minuti, toccando il picco di 468 minuti di ritardo il 30 novembre, e arrivando puntuale solamente otto volte» o come «il FR 8824 che collega Lecce a Milano ed è arrivato sette volte con ritardi superiori ai cento minuti e solo cinque volte in orario». A essere ancora più eclatante è il dato generale dei ritardi medi. Solo il venti per cento dei treni ha infatti avuto un ritardo medio inferiore ai sei minuti.
I giorni più sfortunati per i viaggiatori sono quelli infrasettimanali e il peggiore è il venerdì, con 2.401 treni in ritardo su 3.160 totali, di cui quattrocentotrentaquattro con ritardi superiori ai trenta minuti. La domenica è la giornata più fortunata, con 1.726 treni in ritardo su 2.749 totali e solo centottantasei con ritardi gravi.
I ritardi ferroviari non comportano costi solo per i viaggiatori, ma anche per Trenitalia, che il report di Europa Radicale ha stimato in termini potenziali, non essendo disponibili i dati su quanti aventi diritto presentino effettivamente la richiesta di rimborso. «Analizzando i ritardi di questi tre mesi e rapportandoli alle opzioni di rimborso previste da Trenitalia (per ritardi tra i trenta e i centodiciannove minuti viene rimborsato il venticinque per cento del biglietto e per ritardi sopra i centoventi minuti il cinquanta per cento) – si legge nel report – secondo le nostre stime Trenitalia potrebbe dover versare ogni anno ai viaggiatori un totale di ben 102.255.741 euro per i rimborsi dei ritardi, pari a più di 8,5 milioni di euro al mese».
Trenitalia e ministero tendono da sempre a minimizzare rilevanza e impatto di ritardi e disservizi, addebitandoli a una rete particolarmente congestionata e a cause non imputabili all’azienda. L’esperienza quotidiana di milioni di viaggiatori smentisce tutto questo ottimismo e i dati raccolti nel report di Europa Radicale sembrano dare la misura di un fenomeno di tutt’altro segno e difficilmente minimizzabile.