Gaza immobiliareLo sdoganamento morale della deportazione, e la campagna anti israeliana del presidente anti americano

Il piano di Trump per una Striscia depalestinesizzata non rappresenta solo uno scandalo per i critici di Israele, ma dovrebbe allarmare anche i suoi sostenitori. L’ipotesi di muovere oltre due milioni di palestinesi legittima la forza come fondamento del diritto, compromettendo l’identità democratica dello Stato ebraico

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Penso di capire e in larga parte di condividere lo sdegno con cui molti sostenitori della causa di Israele hanno accolto lo scandalo e il piagnisteo dei piccoli e grandi fan del partito «Dal fiume al mare» per il piano di Donald Trump su una Gaza depalestinesizzata. Ripulire la Striscia dalle macerie della guerra, e da quel riuscitissimo esperimento di società genocidaria che Hamas vi ha creato, appare intollerabile agli occhi di chi ha tuttavia ritenuto tollerabilissimo, prima e dopo il 7 ottobre, parteggiare per la causa palestinese con l’invariabile contestazione a Israele di usurpare la terra e il diritto altrui, e con l’impudente condiscendenza verso il terrorismo che non viene dal nulla, quindi anch’esso colpa di Israele.

Il fatto è che il piano di Trump – che non è un piano, ma un sasso gettato nello stagno del suk geopolitico mediorientale – dovrebbe apparire mostruoso anche a chi nella guerra ibrida post 7 ottobre ha difeso il diritto di Israele di difendersi e di essere riconosciuto, nella sua realtà e legittimità storica, come l’autentico presidio del “Mai più” che il pogrom di Hamas ha sfidato e smentito, nel tripudio dei distinguo e delle riserve antisioniste internazionali.

La deportazione umanitaria e, per così dire, volontaria dei due milioni e rotti di palestinesi di Gaza dovrebbe apparire ributtante quanto il «from the river to the sea» antisemita, non solo perché semplicemente ne inverte il senso di marcia, come prezzo giusto della guerra persa da Hamas, ma perché ne accetta la logica etico-politica, secondo cui è la forza a fondare e non solo a difendere il diritto, ed è la guerra a ridisegnare i confini degli Stati e la geografia e la demografia del mondo. Israele – ce lo si dimentica troppo spesso – non ha il sacrosanto diritto di difendersi perché ha conquistato il suo territorio, ma perché ha accettato nel 1947 ciò che gli arabi hanno rifiutato, cioè la partizione della Palestina del mandato britannico da parte dell’Onu.

Il diritto del più forte è un’altra cosa, ed è ciò che abbiamo già visto in tempi recenti molto vicini a noi: nell’ex Jugoslavia prima e da un decennio in Ucraina. È qualcosa che vedremo – non è in questione il se, ma solo il quando – a Taiwan e nelle terre e nei mari del Lebensraum cinese. Qualcosa che Trump ha già in agenda di realizzare a Panama e in Groenlandia. Israele e la sua legittimità sono invece figli di un ordine politico e di diritto che è radicalmente alternativo a questa logica del fatto compiuto e del coniugio tra la razionalità della storia e la realtà della violenza.

Si dirà: quello prospettato da Trump è uno scenario mostruoso, ma è la conseguenza di una mostruosità di cui gli Usa e Israele non portano alcuna responsabilità, cioè la trasformazione di Gaza, di tutti i suoi uomini, delle sue donne, dei suoi vecchi e dei suoi bambini in una bomba umana moltitudinaria, in cui non è più possibile distinguere i civili dai combattenti e i prigionieri dai carcerieri.

È un argomento psicologicamente potente, ma politicamente più che fragile e scabroso, perché istituisce la logica di una responsabilità collettiva – ciascuno risponde di tutti e viceversa – che non solo è in contrasto con il diritto internazionale umanitario, ma, nuovamente, è del tutto incompatibile con il quadro di diritto che rende legittima la resistenza di Israele e illegittime le aggressioni che subisce da tre quarti di secolo.

Si dirà: dopo tutto questo tempo, dopo tutti questi fallimenti, che senso ha ancora porsi il problema della legittimità misconosciuta di Israele? L’importante è che abbia i mezzi per difendersi, posto che il suo diritto a farlo è comunque posto in discussione, malgrado sia ancora l’unico Stato mediorientale a sottoporre le scelte di guerra a decisioni democratiche, a non colpire deliberatamente i civili e a non usarne la sete e la fame per scopi bellici, guadagnandone per tutta risposta rumorose inchieste internazionali per genocidio.

Mi pare un argomento boomerang sul piano opportunistico, visto che la guerra che Israele sta perdendo è in tutto il mondo proprio quella della legittimità. Ed è un argomento che più profondamente è destinato a pervertire la natura dello Stato ebraico e a ragguagliarla a quella auspicata dai gruppi politico-religiosi nazionalisti e suprematisti, che non a caso hanno salutato l’uscita di Trump come un annuncio di quel rivoluzionario cambio di paradigma del conflitto israelo-palestinese da loro sempre richiesto: annessione e deportazione.

In politica non esistono boutade. Anche le parole sono fatti politici, malgrado le loro conseguenze non siano sempre coerenti e all’altezza o alla bassezza dei propositi dichiarati. «Dal fiume al mare» non è una boutade solo perché è un progetto irrealizzabile e irrealizzato. Se non diventa la liberazione della Palestina, può diventare un pogrom; può diventare un’endemia terroristica a intensità variabile; può diventare un’opera di demolizione vittimistica e suicidaria della rispettabilità di Israele, attraverso il sacrificio programmato delle vittime da addossare allo stato ebraico. Insomma, può diventare Hamas o Gaza o il 7 ottobre o la caccia all’ebreo della diaspora davanti alle sinagoghe.

Lo sdoganamento morale della deportazione post-bellica dei gazawi – che ovviamente non ci sarà, perché nessuno se li prende e nessuno può pensare di muoverli a forza, senza neppure sapere dove metterli – ora vivrà di viva propria, come ogni genio maligno uscito dalla lampada del nichilismo politico. Cosa diventerà? A Gaza non si faranno resort, piscine, casinò e campi da golf. Ma qualcosa di depalestinizzante si farà.

Infine: non è vero che la proposta di Trump non viene dal nulla, nel senso che è una conseguenza di ciò che Gaza è diventata dopo il ritiro israeliano; non è vero che è una dolorosa certificazione della irredimibilità del popolo palestinese – già il giudizio di irredimibilità di un popolo dovrebbe mettere terrore.

La proposta di Trump viene da dentro, non da fuori. Viene da Trump, non da Hamas, esattamente come l’odio non viene mai dalle sue vittime, ma da chi le odia. Trump odia e disprezza tutto, letteralmente tutto del mondo di prima, quindi odia e disprezza tutto ciò che ingarbuglia le sue dispotiche geometrie di potenza, come qualunque questione di diritto e legittimità. Il piano Riviera per Gaza è la campagna anti israeliana del presidente anti americano degli Stati Uniti.

Come si permette di modificare la Costituzione statunitense con gli ordini esecutivi presidenziali, così si autorizza a modificare i confini di fuoco del Medio Oriente con un ambizioso programma di espansione immobiliare, e lo fa sapendo perfettamente che non lo realizzerà, ma che troverà la sponda di quelli che hanno, dentro Israele, sempre odiato Israele per quello che era e soprattutto che non voleva diventare – un baraccone etno-nazionalista come un altro – e più di tutti hanno odiato chi si opponeva a questo disegno e tentava e ritentava di ricucire la tela slabbrata di un processo di pace tanto impossibile, quanto obbligato.

Il più odiato di tutti, il traditore Yitzhak Rabin, è stato ucciso per questo e l’Israele più entusiasticamente trumpiana è quella che ancora festeggia quell’omicidio, e ora ne può salutare il significato profetico. C’è purtroppo una coerenza nel fatto che sia il primo presidente anti americano degli Stati Uniti a legittimare il sogno anti israeliano covato da decenni dai nemici interni dello Stato ebraico, della sua natura laica e secolare e del suo ancoraggio allo stato di diritto interno e internazionale.

 

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