Mecenati finanziariCome i colossi del lusso stanno trasformando l’industria artistica contemporanea

In "Wrapping" (Castelvecchi), Aldo Premoli racconta in che modo la fusione tra moda e arte abbia rivoluzionato il panorama culturale, grazie agli investimenti delle grandi aziende in «cattedrali contemporanee»

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Hanno cambiato le regole del gioco. A partire dalla metà degli anni Ottanta, hanno trasformato le dinamiche di quel fenomeno che genericamente indichiamo con il termine moda. È stata una trasformazione progressiva, con un esito non così prevedibile in precedenza. In questo primo scorcio del XXI secolo, le stesse dinamiche sperimentate nella moda sono poi state trasferite nel mondo delle arti. Si è trattato di un’avanzata progressiva: inizialmente timida, poi sempre più decisa e infine oggi travolgente. L’affaire tra moda e arte e sempre esistito, non è una novità. Già nei primi venti anni del secolo scorso quelli che allora venivano definiti couturiers si sono mostrati prima ammiratori e poi disponibili a proporsi come sostenitori dei grandi artisti, fino a divenire nel secondo dopoguerra generosi mecenati, capaci di operazioni di sempre maggior rilievo, dispiegate inizialmente in Europa e Stati Uniti. Ma è la fase attuale a risultare sorprendente. 

Il successo delle logiche finanziarie che sottendono il settore del tessile-abbigliamento hanno trasformato i gruppi del lusso in aziende di grande capitalizzazione, capaci di intervenire nel mondo dell’arte da protagonisti: non solo sostenitori, ma veri e propri produttori di grandi eventi culturali dislocati in luoghi espositivi di ogni parte del pianeta. A partire da quelle che possono essere considerate le nuove cattedrali contemporanee, spazi espositivi fatti costruire su loro commissione, senza risparmio, dalle più affermate archistar del momento capaci di progettazioni visionarie. Allo stesso tempo, non solo hanno chiamato a collaborare i più capaci tra gli storici e i critici d’arte contemporanei, ma hanno anche coinvolto archeologi, scienziati e filosofi. Come veri principi rinascimentali si sono procurati credibilità e la conseguente disponibilità da parte di artisti provenienti da ogni parte del mondo. 

Tuttavia, c’è altro e molto di più: la loro macchina organizzativa, insieme alla potente azione di comunicazione messa in atto, ha fatto sì che negli spazi predisposti confluissero centinaia di migliaia di persone ogni anno, non necessariamente appartenenti alla categoria dei conoscitori. Qualcuno potrebbe obiettare (ed è accaduto) che il loro potere economico abbia finito per soffocare tutto quanto intorno, ma si tratta di una visione miope. Un rischio del genere risulta irrilevante in confronto alla propulsione generata. 

In questo libro racconto come le più celebri tra le holding del lusso siano attualmente in cima alla lista dei players capaci di orientare ovunque il mondo dell’arte contemporanea. I primi due capitoli rendono conto di come questo sia accaduto in perfetta sincronia con l’evoluzione del sistema economico, da cui l’intero pianeta attualmente dipende, mentre i capitoli seguenti raccontano la genesi, il carattere e le attuali imprese delle fondazioni generatesi dai supergruppi (tutti europei, tutti con i fondatori ancora determinanti nelle scelte operate) che risultano essere le stelle fisse utili per orientarsi in questa navigazione, certamente entusiasmante ma ancora burrascosa. Nel momento in cui questo libro viene pubblicato, l’economia europea vede profilarsi all’orizzonte una nuova possibile fase di incertezza. Le dinamiche qui descritte in ogni caso non sono destinate a mutare.

 

 

 

 

 

 

 

 

Tratto da “Wrapping. Come la moda ha conquistato il mondo dell’arte”, di Aldo Premoli, Castelvecchi Editore, pgine 160, 17,50 euro

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