La nuova minaccia L’anti-occidentalismo dei trumpiani, e la fine dell’alleanza transatlantica

Alla Conferenza di Monaco, J.D. Vance ha fatto capire che gli Stati Uniti hanno rinunciato alla proiezione globale e all’obiettivo di contenere l’espansionismo russo. L’Ue, stando alle parole di von der Leyen, lo ha finalmente capito ma ora dovrà prepararsi a un mondo in cui Washington non è più una garanzia di sicurezza

AP/Lapresse

Un anno fa Kamala Harris, all’epoca vicepresidente degli Stati Uniti, intervenne alla Conferenza di Sicurezza di Monaco ribadendo il ruolo degli Stati Uniti nel difendere l’Ucraina e nel tutelare l’ordine globale. Nel suo discorso, additò anche l’ipotesi dell’elezione di Trump come un fattore destabilizzante per l’Occidente. Oggi, più che come uno spauracchio da campagna elettorale, quelle parole suonano come una profezia: è bastato un solo giorno della Conferenza di Monaco di quest’anno, apertasi ieri, per toccare con mano la distanza tra Europa e America.

Seppur talvolta con differenze di toni, accenti e prospettive, gli Stati Uniti del 2024 si muovevano nello stesso clima valoriale dell’Unione europea. Ieri, la conferenza si è aperta in un contesto segnato, prima di tutto, dalle dichiarazioni di Donald Trump sul negoziato con la Russia per la pace in Ucraina, che hanno reso chiaro che il punto da cui vorrà partire il nuovo presidente americano sembra, in realtà, una lista di richieste di Vladimir Putin; e, poi, dalla reazione europea, con diversi Stati che hanno espresso la loro volontà di continuare a difendere Kyjiv. Una frattura che, ovviamente, si riverbera su Monaco: se guardiamo alle due figure apicali intervenute ieri, la presidente della Commissione europea e il vicepresidente degli Stati Uniti, è difficile non scorgere la cacofonia di fondo, anzi, lo strabismo prospettico tra le due sponde dell’Atlantico.

Ursula von der Leyen parte dalla Russia («che sfida la nostra sovranità e la nostra sicurezza») per riaffermare la necessità di tutelare la sicurezza dell’Ucraina anche attraverso garanzie date dall’Unione, per sottolineare poi la necessità di fare di più in materia di difesa: se è vero che «le nostre spese in difesa sono passate dai duecento miliardi di euro di prima della guerra a oltre trecentoventi miliardi del 2024», è innegabile che «abbiamo bisogno di spendere ancora di più» arrivando «a oltre il tre per cento del Pil», il che vuol dire «centinaia di milioni in più ogni anno».

Per rendere possibile tutto ciò, von der Leyen ha annunciato l’intenzione di rendere possibile lo scorporo degli investimenti in difesa e sicurezza dal calcolo del freno al debito, rendendo più facile agli Stati europei reperire le risorse necessarie. Il messaggio è chiaro: se gli Stati Uniti si defilano, la situazione per l’Europa si complica, ma non c’è alternativa al difendersi e al difendere l’Ucraina dall’espansionismo russo.

Per il vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance, la «minaccia più preoccupante per l’Europa», invece, «non è la Russia, non è la Cina, non è un attore esterno» bensì «la ritirata dall’Europa dai suoi valori fondamentali». Dove, ovviamente, per valori fondamentali intendeva tutt’altro che libertà e democrazia: Vance ha infatti accusato l’Europa di negare la libertà di parola (vecchio cavallo di battaglia dell’ultradestra americana), di voler regolare il settore tech e di avallare politiche “woke” sul fronte migratorio e sociale.

Nessun riferimento, nel suo discorso, alla difesa e alla sicurezza in senso propriamente detto, se non una pallida rassicurazione sul fatto che la linea Trump sull’Ucraina porterà stabilità all’Europa. Come a dire: vi preoccupate della Russia, quando avete le donne che comandano in ufficio e non si può più dire niente, neanche che il Covid è un complotto e il surriscaldamento climatico non esiste.

È bastato un anno per vedere, a Monaco, gli Stati Uniti rinunciare alla loro proiezione globale, alla comunanza occidentale (quella, sì, valoriale) e al loro ruolo nel contenimento dell’espansionismo russo. E per quanto sia facile anche l’obiezione per la quale il cambio di paradigma proposto da von der Leyen sugli investimenti in difesa andava reso possibile già da tempo (del resto le basse spese in difesa dell’Unione erano viste con allarme già da prima dell’invasione dell’Ucraina), non si può non ammettere che in un solo anno i ruoli sembrano capovolti: gli Stati Uniti si defilano, l’Unione europea appare più lucida nel valutare il contesto attuale.

Più che una prospettiva isolazionista, dietro la retorica di Vance sui valori occidentali, che da Trump e i suoi fedeli vengono sempre intesi in maniera concettualmente deteriore e alterata, è sempre più evidente scorgere un atteggiamento profondamente anti-occidentale, poiché a venir meno, in ultima istanza, è proprio la difesa dei valori occidentali e dell’ordine mondiale post seconda guerra mondiale.

Questa consapevolezza consegna all’Europa la necessità di porsi seriamente il tema della difesa, non solo sul piano immediatamente politico, ma soprattutto su quello culturale e storico. E non ci si può illudere che la linea Trump conduca di per sé a una nuova presa d’atto, come una verità matematica che deriva necessariamente dagli assiomi di base.

Come rivelato in settimana da un sondaggio YouTrend per Linkiesta, oggi in Italia esiste una maggioranza schiacciante a favore dell’esercito europeo e dell’aumento delle spese di difesa. È fondamentale sfruttare questa nuova percezione nell’elettorato, sempre più comune anche in altri Stati membri, per accelerare le riforme di governance necessarie per dare all’Ue le risorse materiali e i processi decisionali per difendersi meglio. Non sarà una passeggiata, ma dopo Monaco nessuno potrà farsi illusioni su quanto sia urgente.

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