Che fare?L’Europa a fianco dell’Ucraina per difendere libertà e democrazia

Nello spazio Esperienza Europa-David Sassoli a Roma, il direttore de Linkiesta ha moderato una tavola rotonda con la vice presidente del Parlamento europeo Pina Picierno, l’eurodeputato di Forza Italia Salvatore De Meo, l’ambasciatore polacco in Italia Ryszard Schnepf e altri ospiti per parlare del ruolo dell'alleanza transatlantica, di sicurezza e deterrenza europea, e sostegno di Kyjiv

Ufficio del Parlamento europeo in Italia

Cosa succederà ora in Ucraina? Se lo chiede tutto il mondo a pochi giorni dalle deliranti dichiarazioni di Trump e Putin. Se lo chiede l’Europa, che cerca di organizzarsi per evitare che i negoziati di pace si trasformino in una resa. Se lo chiede Volodymyr Zelensky, che al momento è stato escluso dai negoziati tra Washington e Mosca. Se lo chiedono gli ucraini, civili e soldati, mentre si interrogano sul loro destino. E ce lo chiediamo anche noi, cittadini di democrazie liberali, di fronte agli eventi sconcertanti degli ultimi giorni, spaventati da un futuro che si delinea sempre meno libero e sicuro. Perché la guerra russa all’Ucraina non è solo un conflitto militare, ma una battaglia per la ridefinizione dell’ordine mondiale, un test di resistenza per le democrazie liberali e un banco di prova per l’Unione europea, e la Nato.  

L’interrogativo sul futuro dell’Ucraina è anche il punto di partenza scelto dal direttore de Linkiesta Christian Rocca per gli ospiti della tavola rotonda “L’Europa a fianco dell’Ucraina per difendere libertà e democrazia”, tenutosi oggi nello spazio Esperienza Europa-David Sassoli” a Roma. Il primo a dare una risposta è Yaroslav Trofimov, capo corrispondente per la politica estera del Wall Street Journal e finalista due volte del Premio Pulitzer per i suoi reportage sul Medio Oriente e sull’Ucraina, Trofimov ha pubblicato lo scorso anno il saggio “Our Enemies Will Vanish”, dedicato all’invasione russa in Ucraina. Recentemente, in Italia è uscito anche un suo romanzo, “Non c’è posto per l’amore qui” (La nave di Teseo) ambientato in Ucraina ai tempi della carestia imposta dal regime stalinista, che causò la morte di circa quattro milioni di ucraini.

«La guerra che vediamo oggi, la più sanguinosa in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale, non è solo una guerra per il territorio o per il potere geopolitico: è anche una guerra di storia, di narrativa e di identità. L’ex presidente russo Dmitrij Medvedev, e attuale leader del partito al governo in Russia, ha detto esplicitamente che gli ucraini hanno solo due scelte: diventare russi o morire. Ha affermato che, se gli ucraini non accetteranno di unirsi al “popolo russo”, l’Ucraina sarà distrutta», ha spiegato Trofimov in videocollegamento. 

Oggi, l’esercito ucraino conta più di un milione di uomini ed è la forza armata più numerosa tra le democrazie europee. Infatti, ha più soldati rispetto agli eserciti di Italia, Francia, Germania e Regno Unito messi insieme. Nel mondo attuale, è una delle forze militari con esperienza reale nel combattere un nemico moderno e sofisticato. Un patrimonio di conoscenze e di coraggio che non può essere dimenticato, né sottovalutato. «Oggi l’Ucraina è lo scudo dell’Europa. Con la sua resistenza, sta guadagnando tempo per permettere ai Paesi europei di prepararsi e di investire finalmente nella propria difesa e nei loro eserciti. Finché la battaglia resta confinata nel Donbas, non si combatte nel resto d’Europa. E l’Europa ha ancora tempo per prepararsi», chiarisce Trofimov.

Mai come in questo momento, con un cambio di clima alla Casa Bianca, la presenza e la capacità di reazione dell’Europa appaiono fondamentali. Anche per questo motivo, la decisione della vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno di recarsi a Kyjiv il 24 febbraio nel terzo anniversario di guerra è la concreta testimonianza della vicinanza delle istituzioni Ue al popolo ucraino. Secondo Picierno è doveroso farlo perché: «l’Europa è di fronte a un bivio. Sento con urgenza la necessità di imboccare la strada giusta, soprattutto alla luce di una pericolosa saldatura individuata per prima dal presidente Macron: l’alleanza tra il movimento eversivo dell’estrema destra, che trova un punto di riferimento in Donald Trump, e il regime autoritario e criminale di Vladimir Putin. Siamo dentro un perimetro estremamente angosciante e pericoloso. L’Europa deve reagire e farlo con urgenza».

Pur ritenendo eccezionale la compattezza e capacità di reazione dell’Europa nel contrastare l’invasione criminale di Putin in Ucraina, Picierno ha sottolineato uno dei principali ostacoli operativi delle istituzioni Ue: l’impossibilità di prendere decisioni cruciali di politica estera senza il vincolo dell’unanimità: «La storia della nostra Unione europea non è mai stata costruita in modo scontato o con il consenso unanime di tutti. Non è stato così per l’euro, non è stato così per Schengen, né per il Trattato di Prüm sulla collaborazione antiterrorismo. Per questo penso che sia arrivato il momento di agire con un’avanguardia europeista che avverte l’urgenza di una reazione. Bisogna procedere con chi è pronto a farlo, magari attraverso un trattato internazionale che sancisca finalmente l’Unione europea della difesa. Ci sono questioni enormi da risolvere, e il momento di affrontarle è oggi, non domani. Rispondere alle sfide del nostro tempo non è più una possibilità: è una necessità», ha concluso Picierno. 

Il senso di urgenza di una risposta europea è condiviso dal terzo ospite della tavola rotonda, Salvatore De Meo eurodeputato di Forza Italia nel gruppo del Partito popolare europeo che ha espresso qualche dubbio sulla capacità europea di reagire prontamente alle nuove sfide geopolitiche: «Il mondo sta cambiando a una velocità che non è più compatibile con le nostre regole attuali.  Dobbiamo riconoscere le criticità e le mancanze di un’Europa che, nei decenni scorsi, non ha saputo rafforzarsi né unirsi attorno a un progetto che vada oltre le sole regole economiche. Nella scorsa legislatura sono stato presidente della Commissione Affari Costituzionali e ricordo bene quanto sia stato difficile portare avanti la riforma dei trattati. In quella riforma si era anche discusso dell’abolizione del principio dell’unanimità, ma purtroppo la proposta non è passata e oggi giace nei cassetti del Consiglio».

Secondo De Meo non può esistere pace senza il coinvolgimento dell’Ucraina, ma nemmeno senza un’Europa consapevole del proprio ruolo in questa battaglia: «Se la guerra è il fallimento dell’umanità, dobbiamo evitare che la pace diventi il fallimento della democrazia, della libertà e della diplomazia. Questo è il rischio che corriamo oggi. Si stanno creando dinamiche particolari anche all’interno dell’Alleanza Atlantica. In qualità di Presidente della delegazione europea presso l’Assemblea parlamentare della Nato, nelle varie interlocuzioni percepiamo con chiarezza questa tensione: più che una provocazione, si tratta di una vera e propria minaccia di abbandono dell’Alleanza. E questo non possiamo permettercelo».

La pace si costruisce attraverso la deterrenza. Ed è proprio in questo contesto che l’Europa deve giocare un ruolo da protagonista. «Rafforzare la nostra industria della difesa e le nostre relazioni diplomatiche, potenziando la nostra capacità di protezione, significa creare condizioni di equilibrio e soprattutto di credibilità sullo scenario internazionale», spiega De Meo. Ma non possiamo ridurre il concetto di difesa esclusivamente alla dimensione militare. La difesa è qualcosa di molto più ampio: riguarda l’equilibrio globale, necessario affinché possano esistere anche il welfare, la formazione, la cultura e le infrastrutture: «Diffido di chi semplifica questo dibattito riducendolo a mere percentuali – il due, tre, quattro per cento – o contrapponendo investimenti nella difesa a quelli per la sanità o altri settori. Questo approccio è divisivo e non tiene conto di un principio fondamentale: per garantire servizi essenziali come la sanità, la cultura e lo sviluppo economico, è indispensabile un contesto di pace».

Alla tavola rotonda organizzata nello Spazio Europa è intervenuto anche Ryszard Schnepf, ambasciatore polacco in Italia. Dal primo gennaio la Polonia ha assunto la presidenza di turno del Consiglio Ue, l’organo che riunisce i governi dei ventisette Stati membri. Per ragioni storiche e geografiche è più coinvolta rispetto ad altri Paesi europei in ciò che sta accadendo in Ucraina. Di fatto, è il leader del fronte atlantista nell’Ue, determinata a mantenere uno stretto rapporto con gli Stati Uniti, indipendentemente dalla presidenza di Donald Trump. Questo perché è consapevole che, almeno per il momento, la sicurezza europea dipende ancora in larga parte dal sostegno americano. 

Ma come si comporterà Varsavia di fronte al nuovo atteggiamento del presidente degli Stati Uniti? «Ci troviamo di fronte a una forma estrema di realpolitik, in cui tutti i valori su cui abbiamo costruito la nostra Unione vengono messi in discussione e valutati anche in termini economici. Nonostante le incertezze, crediamo ancora nella collaborazione con gli Stati Uniti. Dopo tutto ciò che abbiamo costruito insieme, possiamo e dobbiamo rimanere una forza occidentale determinata a difendere la democrazia e la sovranità di un Paese che oggi è sotto attacco», spiega Schnepf.

L’ambasciatore polacco ha poi voluto ricordare come la Polonia, già prima dell’invasione russa del 2014 in Crimea e Donbas, avesse messo in guardia Washington e Bruxelles sulle reali intenzioni di Mosca. «Sapevamo che non si trattava solo di un’azione politica o di un intervento militare, ma di un cambiamento globale degli equilibri di potere. I sogni imperiali di Vladimir Putin non si fermeranno, continueranno ad avanzare».

La priorità, ha sottolineato Schnepf, è restare uniti, discutere le politiche di bilancio per permettere ai Paesi di rafforzare le proprie capacità difensive senza generare costi aggiuntivi insostenibili. Una buona strategia potrebbe essere quella di creare una difesa aerea comune, a partire dal controllo dello spazio aereo sul Mar Baltico, ma anche dell’Europa orientale, che si trova sotto una minaccia diretta. Non si tratta di un cambiamento immediato, ma di una strada che Parlamento, Commissione e Consiglio europeo devono intraprendere per lavorare insieme per proteggere «Abbiamo bisogno di pazienza e unità. È come tra fratelli: il più anziano deve sostenere il più giovane, anche quando quest’ultimo non è ancora pienamente consapevole della propria situazione.».

Nona Mikhelidze, responsabile di ricerca presso l’Istituto Affari Internazionali (Iai), è intervenuta invece sulle intenzioni della Federazione Russa e i nuovi piani di Donald Trump. «È un momento particolare: l’Ucraina oggi si trova contro due potenze nucleari. E il fatto che due uomini forti si incontrino per decidere il nostro destino non è altro che una dimostrazione della nostra mancanza di libertà interna», Ma «ogni volta che succedono questi eventi si crea un paradosso: sono proprio gli analisti e i rappresentanti della società civile ucraina a dover rassicurare gli europei, affinché non si deprimano troppo».

Per Mikhelidze l’Europa dovrebbe concentrarsi su due fronti: prepararsi in via preventiva a uno stop degli aiuti americani, e rafforzare al contempo la difesa ai confini dell’Unione: «Creare forze di deterrenza – che non sono peacekeepers, ma strumenti di protezione – è fondamentale. Un piano credibile potrebbe includere il dispiegamento di trentamila truppe in Ucraina, il controllo dello spazio aereo con il sostegno americano e il monitoraggio del fronte con l’uso di droni».

Ma resta il nodo principale: la possibilità reale di raggiungere un cessate il fuoco, data per scontata da molti, ma per niente sicura. «Temo che il negoziato sia solo una manovra tattica della Russia per guadagnare tempo, dividere ulteriormente Stati Uniti ed Europa e far saltare il tavolo quando sarà più conveniente per Mosca. Gli stessi americani hanno detto che, se si arriverà a un accordo, ci vorranno almeno centottanta giorni. Ma nel frattempo? Se gli Stati Uniti decidessero di interrompere il sostegno militare all’Ucraina, chi fornirebbe le armi? Dove troverà l’Europa le risorse necessarie? Cosa si farà con i trecento miliardi di asset russi congelati, di cui oltre duecento miliardi sono nelle banche europee? L’Europa sarà in grado di usare questi fondi per sostenere militarmente l’Ucraina al posto degli Stati Uniti?». Domande necessarie, che però al momento non trovano risposta. Il rischio più grande per Mikhelidze è che gli Stati Uniti si preparino a uno scenario in cui l’Ucraina diventi il capro espiatorio: «Zelensky e il popolo ucraino potrebbero essere accusati di non aver voluto la pace».

Pur mantenendo il necessario realismo e la concretezza nelle misure da adottare, c’è un aspetto politico che secondo Picierno non possiamo ignorare: «Se questi negoziati si concludessero senza una netta condanna politica da parte del mondo libero, domani potremmo svegliarci con Xi Jinping che invade Taiwan o con Trump che – sul serio – prova a comprarsi la Groenlandia. Se vengono meno le regole del diritto internazionale, se si accetta che i confini di uno Stato sovrano possano essere ridisegnati con la forza militare, allora tutto diventa possibile. Ci troveremmo in un mondo ancora più instabile e pericoloso, con crisi ben più gravi di quelle che stiamo già affrontando». Per Picierno lo sforzo del mondo libero e delle democrazie liberali deve essere rivolto alla difesa del multilateralismo, dello Stato di diritto e delle regole che ci siamo dati.  Sostenere oggi l’Ucraina significa esattamente questo.

Non tutti i paesi europei hanno la stessa opinione su come affrontare la Russia. In Polonia, maggioranza e opposizione sono unite sul sostegno all’Ucraina, mentre in Italia c’è divisione su questo tema persino nel governo: Forza Italia ha una posizione chiara e atlantista, la Lega invece è storicamente più vicina alla Russia. Come può la coalizione di governo trovare un punto di convergenza su un tema così delicato e strategico per la nostra sicurezza nazionale? «Sul tema dell’Ucraina, bisogna riconoscere che, al di là di alcune differenze, il governo non ha mai avuto ripensamenti. La presidente Meloni si è sempre schierata a favore di Kiev, instaurando con Zelensky un rapporto che è andato oltre quello istituzionale e che oggi le permette di esercitare un ruolo importante», spiega De Meo. «Al di là di chi sia alla guida della Casa Bianca, il rapporto con Washington deve rimanere solido. È vero che questa nuova presidenza americana si distingue per particolarità e toni diversi, ma l’alleanza con gli Stati Uniti resta fondamentale, e noi abbiamo sempre creduto nella necessità di costruire un dialogo costruttivo con loro», spiega De Meo. 

Secondo Mikhelidze la guerra in Ucraina non si combatte solo sul campo militare, ma anche sul piano narrativo. Nelle relazioni internazionali, le percezioni giocano un ruolo enorme nei processi decisionali, come dimostrato dal costruttivismo. «Lo abbiamo visto chiaramente nella politica estera russa, dove ideologie e percezioni hanno avuto un impatto determinante nella formulazione delle strategie. Per questo è fondamentale che l’Europa presti attenzione anche a come si racconta, sia nel comunicare i successi ottenuti in questi tre anni, sia nel modo in cui spiega la guerra alla propria popolazione».

In effetti all’inizio del conflitto, si diceva che Kyjiv sarebbe caduta in tre giorni, e invece oggi l’Ucraina resiste. Non solo: ha riconquistato più territori di quanti ne avesse persi dopo il 2022.  «Dobbiamo contrastare la narrativa secondo cui sarebbe stato meglio firmare l’accordo di Istanbul, quando in realtà, all’epoca, l’Ucraina controllava molti meno territori di quanti ne controlli ora», conclude Mikhelidze.

Carlo Corazza, direttore dell’Ufficio italiano del Parlamento europeo, ha chiuso i lavori ribadendo l’impegno dell’Unione europea per l’Ucraina: «la settimana prossima a Kyjiv, è un segnale chiaro e netto: continueremo, come abbiamo fatto dal primo giorno, a sostenere l’Ucraina con forza. È importante ricordare che finora l’Europa ha investito molto più degli Stati Uniti: centotrenta miliardi di euro contro i cento miliardi stanziati da Washington. Abbiamo attivato la direttiva sulla protezione temporanea, accolto milioni di profughi e continueremo a farlo, senza esitazioni e senza cedimenti. Allo stesso modo, continueremo a lavorare per accelerare il processo di adesione dell’Ucraina e degli altri Paesi che hanno fatto richiesta, come la Georgia».

Per Corazza il punto fondamentale per la difesa europea non è solo spendere di più – raggiungendo il due per cento del Pil e oltre – ma soprattutto spendere meglio, a livello europeo. «Serve un fondo comune: oggi abbiamo un budget di sette miliardi, ma come proposto da Mario Draghi, dovrebbe arrivare almeno a cento miliardi. Questo permetterebbe di fare ciò che già aziende come Leonardo stanno facendo con l’industria tedesca e polacca: integrare, creare economie di scala, sviluppare interoperabilità».

Infine, rivolgendosi agli studenti degli istituti romani presenti al dibattito, ha fatto un parallelo storico: « L’identità dell’Occidente si è formata nel V secolo a.C. in Grecia, grazie a due eventi fondamentali. Il primo sono state le guerre persiane, che avrete sicuramente studiato: il piccolo mondo occidentale dell’epoca – Atene, Sparta, Tebe – si unì per difendere la propria libertà, definendo la propria identità in contrapposizione alla tirannia. Il secondo evento, altrettanto cruciale, fu il pensiero di Socrate, che sconfisse i sofisti nel dibattito filosofico. Socrate sosteneva la ricerca della verità, mentre i sofisti ritenevano che non esistesse una verità assoluta, ma solo percezioni soggettive. Oggi stiamo assistendo a una nuova versione di quello scontro. Il primo fronte della guerra tra autocrazie e democrazie liberali è la disinformazione. Quando si parla di free speech in modo distorto, sono i nuovi sofisti che riemergono, cercando di convincerci che la verità non esiste. Ma la verità esiste. Il pensiero occidentale è nato con Socrate e dobbiamo esserne fieri. Soprattutto, dobbiamo difenderlo».

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