Non è un momento semplice per Hezbollah. La guerra contro Israele – interrotta dal cessate il fuoco entrato in vigore il 27 novembre e recentemente prorogato fino al 18 febbraio – ha infatti gettato Hezbollah in uno dei momenti di maggiore crisi dalla sua fondazione, nel 1982. Negli scorsi mesi, il gruppo terroristico ha perso gran parte della sua infrastruttura militare – secondo l’Idf, l’ottanta per cento dei suoi missili di precisione e a lungo raggio è andata distrutta, passando così da cinquemila a meno di mille – e numerosi alti dirigenti, tra cui lo storico leader Hassan Nasrallah, sono stati uccisi. Inoltre, la caduta del regime amico di Bashar al-Assad ha avuto un duplice effetto negativo per il gruppo terroristico libanese: da una parte, ha ridotto i profitti derivanti dal contrabbando di Captagon con la Siria, dall’altra ha tagliato le vie di approvvigionamento economico e militare dall’Iran, principale alleato regionale e guida dell’Asse della Resistenza (o almeno di quello che ne rimane).
Eppure, non si può ancora dire che Hezbollah sia fuori dai giochi. Nei prossimi mesi il movimento guidato da Naim Qassem potrebbe infatti tornare a crescere e rigenerarsi, facendo leva su importanti gangli della politica libanese. Il gruppo terroristico libanese detiene un notevole peso specifico nella politica nazionale, come dimostra il fatto che cinquantatré seggi parlamentari su centoventotto sono occupati da suoi rappresentanti e da alleati. In caso di accordo con il blocco Democratic Gathering del leader druso Walid Jumblatt e con il partito National Moderation dell’ex primo ministro Saad Hariri – accordo per il quale non si esclude il ricorso a intimidazione e corruzione – l’organizzazione sciita potrebbe superare la soglia della maggioranza in aula e accedere alle stanze dei bottoni della politica nazionale.
Non ultima quella che riguarda la ricostruzione del sud del Libano, devastato da oltre un anno di combattimenti con Israele. Secondo una stima preliminare fatta dal Comitato nazionale per la ricerca scientifica del Libano, gli attacchi israeliani hanno prodotto circa dieci milioni di metri cubi di macerie. Il dipartimento di conservazione della natura dell’Università americana di Beirut ha inoltre ipotizzato che il conflitto abbia generato fra i cinquanta e i cento milioni di tonnellate di macerie; la precedente invasione israeliana del Libano del 2006 aveva prodotto sei milioni di tonnellate di edifici distrutti.
In questo scenario, Hezbollah potrebbe arrivare a intestarsi le operazioni di riedificazione dei villaggi bombardati dall’esercito di Tel Aviv e ripristinare così le sue roccaforti nel sud del Paese. Per farlo dovrà mettere le mani su importanti ministeri statali, cercando un accordo con il governo del neoeletto presidente Joseph Aoun, ex comandante delle Forze armate libanesi. Promosso dagli Stati Uniti e dall’Arabia Saudita, nel suo discorso d’insediamento Aoun ha detto che intende disarmare Hezbollah, riducendolo a compagine politica, e riportare le truppe statali nei villaggi del sud. Della stessa idea è il neoeletto primo ministro Nawaf Salam, politico che aveva preso parte alle manifestazioni contro Hezbollah nel 2019 e oggi è favorevole a inaugurare una nuova era nel Paese.
Ma fare i conti senza Hezbollah non è affare semplice, e diversi osservatori ritengono sia ancora presto per vedere il gruppo sciita estromesso dai tavoli di potere in Libano. In questa fase, dunque, è probabile che il governo opti per la negoziazione. Negli ultimi giorni, fonti vicine all’esecutivo hanno riferito che cinque ministeri potrebbero essere assegnati ad Hezbollah, tra cui quello delle Finanze e quello della Sanità. «Il governo di Beirut intende mantenere la stabilità interna e preservare il cessate il fuoco. Per questo motivo si vede costretto ad accettare di concedere ministeri di spicco a Hezbollah», dice a Linkiesta Nicola Pedde, direttore dell’Institute for Global Studies. «Sebbene Stati Uniti e Israele siano fortemente contrari all’idea di un’assegnazione di ministeri così pesanti, questa è una strada obbligata per il governo libanese. In questo momento avere Hezbollah in una postura non cooperativa potrebbe essere fortemente rischioso per la tenuta del nuovo esecutivo», aggiunge.
Tra i ruoli a cui Hezbollah non potrà rinunciare c’è quello del comandante dell’esercito, incaricato di supervisionare l’attuazione del cessate il fuoco nel sud del Paese. Avere voce in capitolo sulla scelta di questa figura risulta decisivo, dal momento che l’accordo con Israele prevede che il gruppo sciita consegni i suoi armamenti. Sempre in ambito di nomine militari, Hezbollah dovrà monitorare la scelta del prossimo capo della direzione generale della sicurezza, e fare in modo che intrattenga relazioni con l’omologo del proprio gruppo, Wafiq Safa.
E poi c’è la questione economica. Nel 2006 Hezbollah aveva potuto beneficiare di cospicui aiuti provenienti dall’Iran per realizzare opere di ricostruzione nel Libano meridionale. Oggi Hezbollah non può più contare sulla prodigalità della Repubblica Islamica che, a dispetto di quanto dichiarino i suoi vertici politici, vive un momento di profonda crisi politica e finanziaria. Certo, Teheran non ha mai smesso di fare da sponsor economico al proxy libanese (nei giorni scorsi Israele ha accusato il governo di Beirut di aver permesso l’ingresso di emissari iraniani con denaro in contanti per i dirigenti di Hezbollah), eppure le cose sono decisamente diverse rispetto a diciannove anni fa. Per questo motivo, Hezbollah dovrà cercare sostegno in patria: avere dalla propria parte il prossimo governatore della banca centrale, ad esempio, garantirebbe all’organizzazione il controllo su importanti decisioni economiche dello Stato.
Di fronte all’eventualità di una ripresa di Hezbollah, l’Occidente non potrà restare a guardare. «Il primo compito dell’Occidente è quello di garantire la stabilità in Libano e il mantenimento del cessato il fuoco: su questo aspetto stanno giocando un ruolo attivo diversi Paesi, tra cui gli Stati Uniti, la Francia e anche l’Italia, attraverso la missione Unifil», spiega Pedde. «Oltre a questo, si dovrà cercare di indebolire ulteriormente Hezbollah, impedendo che al di sotto del fiume Litani siano presenti formazioni armate, a eccezione dell’esercito regolare libanese. Compito che sarà molto difficile, perché Hezbollah – anche se non armata – cercherà di mantenere una propria presenza nella regione, rappresentando idealmente gli interessi della comunità sciita locale», aggiunge.
Eppure, presso questo gruppo la popolarità del gruppo terroristico libanese è in calo da più di dieci anni, da quando, cioè, nel 2011 Hezbollah aveva ignorato le esigenze dei suoi elettori per correre in aiuto dell’alleato Assad, che rischiava di essere travolto da una guerra civile. E ora la guerra con Israele potrebbe aver incrinato ulteriormente i rapporti tra organizzazione e comunità. Il gran numero di sfollati (circa un milione e trecento mila persone) e gli ingenti danni economici portati dal conflitto potrebbero aver indotto molti sciiti a diffidare dalle promesse di Hezbollah.
Inoltre, durante la guerra diversi sciiti libanesi hanno trovato rifugio nelle abitazioni dei cristiani e dei musulmani sunniti, due gruppi fortemente osteggiati dall’organizzazione sciita: anche questo elemento potrebbe aver gettato un’ombra sulla reputazione del gruppo agli occhi della sua gente. Senza l’appoggio della propria base interna, il percorso di ripresa per Hezbollah potrebbe essere più complicato del previsto. In mancanza di sondaggi, tuttavia, queste rimangono solo supposizioni. Le elezioni municipali di maggio e quelle legislative dell’anno prossimo saranno un importante banco di prova per Hezbollah.