La carestia imposta dai russiIntrighi e desideri segreti nel rifugio degli intellettuali di Kharkiv

Yaroslav Trofimov in questo estratto di “Non c’è posto per l’amore, qui” (La Nave di Teseo) racconta la vita artistica negli anni Trenta della allora capitale ucraina, prima della tragedia dell’Holodomor

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Era la prima volta che andavano allo Slovo, anche se ne avevano sentito parlare. Lo Slovo – che significa “parola” – era stato costruito in modo specifico per la nuova élite letteraria 50 e teatrale della capitale ucraina, e ospitava le menti più fervide della città. Moderno e minimalista, aveva la forma di una C – nell’alfabeto cirillico la lettera iniziale di Slovo – con un parco giochi al centro e un solarium sul tetto. Sembrava non appartenere nemmeno allo stesso universo del dormitorio della fabbrica di trattori dove alloggiava Debora. Né Debora né Samuel conoscevano scrittori o attori, e lei era molto ansiosa, temeva di rendersi ridicola. Sulla porta incontrarono Sasha, l’amico di Samuel. Aveva in mano un bicchiere di vino, e diede a entrambi una pacca sulla schiena. “Sono felice che siate riusciti a venire,” disse. “E tu devi essere Debora,” proseguì, fissandola negli occhi. “Samuel – noi lo chiamiamo Syoma – ci ha parlato molto di te. Moltissimo.” “Non troppo, spero,” ridacchiò lei. “Ha solo detto a tutti quanto sei incredibilmente straordinaria,” disse Sasha. 

Nessuno accennò al fatto che Debora e Samuel trascorrevano un paio d’ore tutte le domeniche pomeriggio tra le lenzuola di Sasha, un favore insolitamente generoso. Sasha non chiedeva nemmeno più di essere pagato in vodka. Di solito dopo quegli incontri andavano al cinema, dove, nella confortevole serenità successiva al sesso, si concentravano realmente sui film. Erano mesi che Sasha chiedeva di conoscere Debora. A marzo Samuel gli aveva finalmente rivelato il suo nome, ma non gli suonava familiare. Uman era una piccola città, ma non così piccola da conoscersi tutti. E poi gli ebrei costituivano almeno metà della popolazione, e Rosenbaum era uno dei cognomi più diffusi.

Debora si sentiva in imbarazzo a incontrare il proprietario del letto dove aveva perso la verginità, e qualche settimana prima aveva rifiutato in modo deciso la proposta di Samuel di andare a pranzo con Sasha. Ma un invito per la festa del 1° maggio allo Slovo era tutta un’altra cosa. Era un territorio neutrale, ed era difficile rinunciarvi, con tutte le persone affascinanti che avrebbero partecipato. Si chiese se avrebbe conosciuto qualche autore dei libri che leggeva. Con i suoi occhi nocciola, il corpo muscoloso e la mascella quadrata, Sasha aveva un aspetto vagamente noto, ma Debora non riusciva a collocarlo da nessuna parte. Anche lui, con il suo sguardo, scavava dentro di lei come se stesse cercando di ricordare dove l’avesse già vista. 

Era molto più carina di quanto pensasse, e non riusciva a smettere di immaginare il suo corpo flessuoso nel suo letto, le guance arrossate, il respiro affannoso. Scosse la testa per scacciare quell’immagine, ma non ce la faceva proprio a distogliere lo sguardo dalle goccioline di sudore sopra il suo naso, o dalla punta umida della sua lingua quando la faceva passare sul labbro inferiore. “Syoma dice che sei di Uman anche tu. Che zona?” le chiese. “Sulla collina, vicino al fiume.” In un paio di minuti scoprirono di avere almeno una decina di conoscenze in comune. Dopo un altro minuto, Debora batté forte le mani. “E così tuo padre è un insegnante di matematica, eh?” “Affermativo,” replicò Sasha. “E devo ammettere che non è un uomo facile con cui avere a che fare.” “Lo so,” replicò lei ridendo. “Me ne ha fatte passare tante!”  Una donna con gli occhi azzurri fasciata in un vestito di seta troppo attillato si avvicinò furtivamente a Sasha stringendo in mano due bicchieri di vino. Un’espressione preoccupata le segnava il viso. “Syoma, Debora, lasciate che vi presenti Larysa, la mia fidanzata.” Sasha si girò, passando dal russo all’ucraino. Larysa squadrò Debora dalla testa ai piedi con uno sguardo di ghiaccio, indugiando sul suo abito con evidente disprezzo. Arricciò le labbra in un sorriso forzato.

“Benvenuti, benvenuti, godetevi la festa,” disse. “Gli amici di Sasha sono anche amici miei.” Un altro uomo, con una gran testa di capelli crespi e le scarpe di colore diverso, tirò Larysa per un braccio. “Vieni, vieni, devi incontrare Mykola,” gridò. Mettendo i due bicchieri nelle mani di Samuel e Debora, lei si scusò stringendosi nelle spalle e sparì in salotto. “Dai, spostiamoci dentro anche noi.” Sasha li guidò nelle profondità dell’appartamento. Debora non era mai stata in una casa tanto spaziosa. “Grazie mille per l’invito,” disse seguendolo. “Come fai a conoscere tutta questa gente?” “Oh, è tutto merito di Larysa. Ha moltissimi amici in questi circoli, moltissimi,” aggiunse. “Studia letteratura all’università di Kharkiv, e molti dei presenti sono suoi professori.” “Anche a me piacerebbe studiare,” disse Debora sognante. “Magari una volta che la fabbrica di trattori sarà finita.” “In quanto volontaria alla fabbrica, non avrai problemi a farti accettare,” replicò Sasha. “Cercano gente con quel tipo di formazione. Soprattutto se sei raccomandata dalla Sezione politica.”  In precedenza, Samuel aveva spiegato a Debora perché gli intellettuali di Kharkiv volevano essere tanto amici della fidanzata di Sasha. Suo padre, Bohdan Skrypka, un uomo corpulento con dei folti baffi cascanti simili a quelli dell’imperatore austriaco Francesco Giuseppe, era a capo del dipartimento della cultura del Partito comunista ucraino. 

Gli scrittori famosi, alcuni dei quali docenti all’università di Kharkiv, avevano bisogno di ingraziarselo per pubblicare i loro libri, ricevere la loro diaria e ottenere un appartamento allo Slovo. Questo li aiutava ad apprezzare quanto fosse speciale Larysa, la loro nuovo studentessa. Mykola, il padrone di casa, un uomo basso dallo sguardo fiammeggiante e spessi capelli ricci, teneva una sigaretta in una mano e un bicchiere di vino nell’altra, gesticolando animatamente con entrambe. Parlava a voce alta in un ucraino melodioso, frasi a lungo provate uscivano a raffica dalla sua bocca. “Dobbiamo allontanarci il più possibile da Mosca, quella Mosca che ci ha schiavizzato per secoli, quella Mosca che ha cancellato la nostra cultura, che ha messo fuori legge la nostra lingua. Il ‘dialetto piccolo russo’, lo chiamavano. Basta. Noi siamo l’Ucraina, non la Piccola Russia. Kyiv è stata per secoli una grande capitale europea, con cattedrali e biblioteche, quando Mosca non era altro che una palude. È all’Europa che dobbiamo guardare in cerca di ispirazione, lezioni, modernità,” proclamava. “Qualunque altra cosa sarebbe controrivoluzionaria. 

Qual è il nostro obiettivo ultimo? È il mondo della rivoluzione proletaria, giusto? La partecipazione di tutti all’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche. Una Repubblica socialista sovietica tedesca, una Repubblica socialista sovietica francese,  una Repubblica socialista sovietica danese, proprio come la Repubblica socialista sovietica ucraina. Che il centro di gravità sia a Mosca è solo un fatto temporaneo, il frutto di una serie di circostanze. Un giorno sarà a Berlino o a New York. E noi dovremo essere pronti per il giorno in cui la situazione cambierà. È per questo che dobbiamo velocizzare l’ucrainizzazione, sradicare l’eredità zarista, reazionaria.” Diversi suoi ammiratori – tra cui Larysa – si erano raccolti intorno a lui e pendevano dalle sue labbra. “Che belle parole, ben detto,” sospirava lei. “Via da Mosca!” Lui le strinse il gomito in segno di apprezzamento. Tutti i presenti sapevano che il padre di Larysa era colui che era stato incaricato di implementare l’ucrainizzazione, un piano del governo per sostituire l’uso del russo. Stalin stava seguendo una politica analoga in tutte le repubbliche non russe dell’Unione Sovietica. Debora parlava un ucraino fluente: in fin dei conti, molti abitanti di Uman e tutti quelli dei villaggi circostanti parlavano ucraino o surzhyk a casa. E naturalmente, in linea con l’ucrainizzazione, aveva imparato la lingua letteraria a scuola. 

Ma i suoi genitori le avevano insegnato che l’ucraino era la lingua dei contadini non istruiti, proprio come lo yiddish era il dialetto degli ebrei arretrati dello shtetl. Solo la grande lingua russa, con la sua eredità illuminata di Puškin, Dostoevskij e Tolstoj, era la strada che portava al futuro, secondo il padre di Debora, che alle superiori aveva imparato a memoria alcune poesie di Puškin ma non aveva mai letto né Dostoevskij né Tolstoj. “Capisco ciò che vuol dire, ma qui a Kharkiv la maggior parte della gente parla ancora russo, cosa farà con loro?” chise Debora al padrone di casa. “È la realtà, no? La gente non può cambiare la propria lingua madre, non può cominciare a pensare e a sognare in un’altra lingua, no?” Mykola era preparato. “Bella domanda. Sai una cosa? Da bambino anch’io parlavo russo in casa. Solo dieci anni fa la maggior parte degli abitanti di Praga, o di Riga, parlava tedesco. Ma una volta che queste città sono state invase dalle energie delle campagne indigene, la lingua è cambiata, si è passati al ceco e al lettone. Lo stesso accadrà qui in Ucraina se avremo la determinazione di reclamare la nostra terra. Se volteremo finalmente le spalle a Mosca.” 

“Mykola, Mykola!” Una donna allampanata con un abito nero lucente e un rossetto rosso brillante interruppe lo scrittore senza smettere di fumare una sottile kretek. “Dovresti smetterla di dire queste cose in modo così netto. Non si può mai sapere come possano venire distorte. I tempi stanno cambiando.” “Ma è tutto vero,” insistette lui. “È ciò per cui stiamo combattendo. Io stesso sono entrato nella Čeka nel 1919, ho ammazzato i nemici della rivoluzione con le mie stesse mani. Nessuno può dubitare della mia fedeltà alla causa.” “Ho letto il suo romanzo, a scuola!” esclamò Debora. “Quello sull’uccisione di sua madre!” Si rese conto che, dato l’argomento, forse quell’entusiasmo era inappropriato. Mykola sollevò una mano, stava per mettersi a spiegare. “No, no, è molto più complicato di così,” esordì, ma la donna col vestito nero gli cinse la vita con una mano e lo tirò via. “Vieni a ballare con me, tesoro,” tubò. “Saremo tutti più felici.

Un pianista in smoking da concerto cominciò a suonare un foxtrot. Nuvole di fumo fluttuavano nella stanza. Debora si guardò intorno ma non riuscì a trovare Samuel. Aveva incontrato un paio di commilitoni e stava bevendo con loro in balcone. Un altro ospite le rabboccò il bicchiere di vino. “Buon 1° maggio,” disse. “Non credo di averla mai vista.” Era sulla trentina, indossava un abito di ottima fattura, con camicia bianca e cravatta nera, e aveva i capelli pettinati con cura da una parte. “Sono un’amica di Larysa,” rispose Debora. “È la prima volta che vengo qui, mi sono trasferita a Kharkiv solo di recente, da Uman.” “Valerian,” disse lui presentandosi. “Sono uno scrittore. Le piace leggere?” “Sì, certo. Leggo almeno un paio di romanzi al mese, a volte di più. Se devo essere onesta, però, ho letto pochissimi nuovi romanzi ucraini.” “È la maledizione degli scrittori ucraini.” 

Aprì leggermente le labbra come per una fitta di dolore. “Pensano tutti che parliamo solo di pastori e mungitrici vicino al ciliegio del villaggio, tanto è radicata l’idea che tutte le novità dal punto di vista civile e culturale non possano che venire dalla Russia e non possano che essere scritte in russo.” “Quindi lei cosa scrive?” chiese Debora. “Un romanzo sulla città. Si chiama proprio così: La città. Le nostre città, come Kharkiv, come Kyiv, erano navi russe al largo su un mare ucraino, ma ora le cose stanno cambiando. Il mare si sta ingrandendo, per così dire. Purtroppo non l’hanno letto in molti,” sorrise Valerian. “Quindi ora sto traducendo libri di altri autori. Diderot, Anatole France, Balzac. Lo sapeva che Balzac si è sposato qui in Ucraina? Proprio non lontano da Uman.” “Ah, io leggo moltissime traduzioni. Ma di autori più moderni. Stefan Zweig, Romain Rolland…” “Capisco, preferisce quelli di moda. Pensa di voler fare la scrittrice anche lei?” “Oh, santo cielo, no.” Debora liquidò quell’idea alzando gli occhi al cielo. “Perché no? Lo fanno tutti.” “Sta scherzando, vero? Che cosa dovrei scrivere? Non mi è mai successo nulla.” “Be’,” disse Valerian sgranando gli occhi, meravigliato dalla sua innocenza, ”allora è molto fortunata. Molto fortunata.” Lei non seppe bene come rispondere. Fu Sasha a interrompere quel silenzio imbarazzato, intromettendosi tra lei e il romanziere. 

Era già ubriaco, e molto diretto. “Vieni, compatriota, balliamo.” Prese Debora per una mano. Lei fece un rapido sorriso mortificato, ma Valerian non era tipo da offendersi. “Vada, si diverta.” Si inchinò. “È stato un vero piacere conoscerla.” Sasha condusse Debora al centro della pista da ballo. Inspirò il suo profumo, lo stesso odore che impregnava la sua stanza e le sue lenzuola, e si sentì autorizzato a stringerla sempre più forte. Stava iniziando a farle male. Larysa ballava lì accanto con un poeta dai capelli lunghi che continuava a sussurrarle parole all’orecchio. Non si accorse di Sasha e Debora finché quasi non andò a sbattere contro di lei. A quel punto, strinse gli occhi e inarcò le sopracciglia. Sasha parve non prestarle attenzione.

Debora si stacco dal suo petto. Notò Samuel in un angolo della stanza che parlava con una donna dalle gambe lunghe, probabilmente una studentessa di teatro. Lui alzò momentaneamente lo sguardo e Debora gli fece cenno di avvicinarsi immediatamente. Samuel abbandonò malvolentieri la conversazione. “Posso?” si inserì nel ballo. Debora, riconoscente, passò dall’abbraccio di Sasha a quello di Samuel. Stanco e sudato, Sasha non ci fece caso. A passo lento andò in cucina a versare a tutti un altro giro. “Di sicuro bevono un sacco questi intellettuali,” disse Samuel con un sorrisetto. Debora sentiva un lancinante mal di testa che le partiva dalle tempie, tirò Samuel per una manica. “Voglio andare a casa,” disse. “Adesso. Per favore.” Se ne andarono prima che Sasha tornasse con la vodka.

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Tratto da “Non c’è posto per l’amore, qui”, di Yaroslav Trofimov, La nave di teseo, pagine 448, 22,00 euro

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