Pozzo senza fondoCon o senza l’accordo sul nucleare, il regime iraniano non uscirà dalla crisi

Trump ha dichiarato di voler avviare un negoziato con Teheran per porre fine alla sua minaccia atomica. Secondo Pejman Abdolmohammadi, gli Stati Uniti potranno avere un ruolo decisivo nella caduta del governo iraniano

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Da qualche giorno Donald Trump ha concentrato le sue attenzioni sull’Iran. Durante il suo primo mandato presidenziale, dopo aver interrotto unilateralmente il Jcpoa – l’accordo sul nucleare iraniano avviato nel 2015 dall’amministrazione Obama – Trump aveva intrapreso la linea della «massima pressione» contro Teheran, con l’obiettivo di fiaccarne l’economia con pesanti sanzioni commerciali. Poi, dal 2020 al 2024, con Joe Biden alla Casa Bianca, i controlli sulle esportazioni di petrolio iraniano (il novanta per cento veniva venduto alla Cina, fedele alleato) si erano fortemente ridotti. Ora Trump potrebbe riprendere il lavoro da dove era stato interrotto e fare anche un passo in più: avviare un negoziato per impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari, privando così gli ayatollah – sempre più isolati nella regione e internamente deboli – dell’unico mezzo in grado di garantire la sopravvivenza della Repubblica Islamica, al potere nel Paese da quarantasei anni.

La dichiarazione d’intenti del presidente americano è arrivata martedì 4 febbraio con un ordine esecutivo in cui ha dichiarato che «il comportamento dell’Iran minaccia l’interesse nazionale degli Stati Uniti», e che quindi è «nell’interesse nazionale imporre la massima pressione sul regime iraniano per porre fine alla sua minaccia nucleare, ridurre il suo programma di missili balistici e fermare il suo sostegno ai gruppi terroristici». Nel giro di poche ore è arrivata la risposta del governo di Teheran. «La massima pressione è un esperimento fallito, e riprovarci porterà a un altro fallimento», ha detto il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. «Se il problema principale è che l’Iran non persegua le armi nucleari, questo è realizzabile», ha aggiunto.

Il giorno successivo, tramite un post sul suo social media Truth, Trump ha lanciato un altro messaggio ai vertici della Repubblica Islamica: «Voglio che l’Iran sia un Paese grande e di successo, ma non può avere un’arma nucleare. Le notizie secondo cui gli Stati Uniti, lavorando in coordinamento con Israele, faranno esplodere l’Iran in pezzi sono fortemente esagerate. Preferirei di gran lunga un accordo di pace nucleare verificato, che lascerà l’Iran crescere pacificamente e prosperare. Dovremmo iniziare a lavorarci immediatamente, e arrivare a una grande Celebrazione del Medio Oriente quando sarà firmato e completato. Dio benedica il Medio Oriente!». Lunedì 10 febbraio, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian si è opposto alla richiesta di Trump di aprire una trattativa sul programma nucleare, sostenendo che vi sia una contraddizione tra le iniziative diplomatiche della Casa Bianca e la rinnovata strategia della «massima pressione» nei confronti della Repubblica Islamica.

A riguardo, secondo Pejman Abdolmohammadi, professore in Relazioni Internazionali del Medio Oriente dell’Università di Trento e Associate researcher dell’Ispi, «in questa circostanza Trump sta usando, come al solito, tre dadi. Il primo è quello della massima pressione. Il secondo riguarda l’offerta. E il terzo riguarda la decisione finale che prenderà. Al momento Trump sta lanciando il secondo dado, mostrando all’Iran tre proposte: la riduzione dell’arricchimento dell’uranio, la disattivazione dei sistemi missilistici e della difesa e il completo ritiro dalla regione mediorientale dei proxy rimasti. Vale a dire solo le milizie sciite in Iraq e gli Houthi nello Yemen, visto che le milizie in Siria, Hezbollah e Hamas sono praticamente fuori dai giochi».

Di fronte a queste proposte, la Repubblica Islamica può scegliere se prenderle in considerazione o rifiutarle. Ma in entrambi i casi la stabilità del governo di Teheran sarà compromessa. Infatti, spiega Pejman Abdolmohammadi, «se l’Iran dovesse accettare le condizioni di Trump, il danno reputazionale sarebbe immenso. Certo, Khamenei potrebbe giustificare questa scelta con una scusa religiosa, spiegando che l’ha fatto per salvare lo Stato Islamico. Ma perderebbe credibilità agli occhi di quel venti per cento di popolazione che continua a sostenerlo. E questo condannerebbe alla fine il sistema politico iraniano, già in declino da diverso tempo».

Stesso esito, ma con un processo più breve e più costoso, si verificherebbe nel caso in cui la Repubblica Islamica dovesse venire meno alla richiesta del presidente americano. «Senza un accordo sul nucleare, ci sarebbe un immediato attacco di Israele alle strutture militari e nucleari della Repubblica Islamica. Poiché gran parte del sistema difensivo iraniano è già stato smantellato, Netanyahu avrebbe gioco facile», dice Pejman Abdolmohammadi. Pertanto, «il terzo dado di Trump sarà sicuramente vincente per Washington, per Israele e per quell’ottanta per cento della popolazione iraniana che è contro la Repubblica Islamica», aggiunge.

Tra i due scenari Trump opterebbe per il primo. Lo ha anche ribadito recentemente in un’intervista al New York Post: «Vorrei che si facesse un accordo con l’Iran sul no al nucleare. Preferirei questo piuttosto che bombardarlo a più non posso. Se facessimo l’accordo, Israele non bombarderebbe l’Iran».

Secondo Pejman Abdolmohammadi, c’è un preciso interesse strategico in questa volontà del presidente americano. «Trump vuole colpire il suo principale rivale, che è la Cina: per farlo ha bisogno di avere dalla sua parte quella che si può chiamare “Grande Asia”, e in primis il Medio Oriente. Al momento può contare su attori importanti come Arabia Saudita, Egitto e Israele, mentre l’Iran è il pezzo mancante del suo puzzle. I due pilastri del suo piano, quindi, sono gli Accordi di Ciro, che uniranno israeliani e iraniani, e gli Accordi di Abramo», dice. E aggiunge: «Dopo aver fatto crollare la Repubblica Islamica, per natura filo-cinese e vicina ai totalitarismi globali, Trump favorirà la nascita di uno stato liberale in Iran e creerà le condizioni per un Medio Oriente socialmente aperto ed economicamente progressista per sfidare Pechino».

La Repubblica Islamica, dal canto suo, potrebbe cavarsela solo facendo buon viso a cattivo gioco con gli Stati Uniti. Nel disperato bisogno di un alleggerimento delle sanzioni per fermare il grave dissesto economico, spiega Foreign Affairs, il governo di Teheran potrebbe infatti arrivare ad accettare un accordo nucleare, per poi alimentare nell’ombra il programma atomico per scopi di deterrenza. Questa eventualità, inoltre, potrebbe comportare il rischio di un aumento della repressione nei confronti di quella parte della popolazione dissidente alla Repubblica Islamica. 

Per scongiurare questi scenari, l’amministrazione Trump dovrebbe tenere in conto due aspetti: da un lato, dovrebbe spingere l’Agenzia internazionale per l’energia atomica a richiedere rigorose ispezioni delle strutture iraniane (se Teheran opponesse resistenza, a quel punto Trump dovrebbe esortare Francia, Germania e Regno Unito a ricorrere al meccanismo di snapback del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che reintroduce tutte le sanzioni Onu antecedenti al Jcpoa del 2015); dall’altro, dovrebbe garantire che qualsiasi nuovo accordo includa disposizioni che proteggano gli attivisti della società iraniana. In questo modo, il sostegno degli Stati Uniti alle persone che si oppongono alle politiche della Repubblica Islamica potrebbe guidare Washington verso un nuovo protagonismo nella regione. 

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