Fortezza EuropaLa Convenzione di Ginevra sui rifugiati è troppo stretta per le politiche di respingimento Ue

Un documento informale distribuito dalla presidenza polacca del Consiglio Ue apre al superamento della Convenzione di Ginevra. Nelle carte riservate destinate ai ministri dell'Interno emerge un dato inequivocabile: le attuali regole internazionali sull'asilo sono percepite come un vincolo troppo stretto per le strategie migratorie europee.

I loro corpi sono stati trovati la mattina di Natale, neanche du mesi fa, in una foresta vicino a Burgas, sulla costa bulgara del Mar Nero. Tre ragazzi egiziani morti di freddo. La polizia di frontiera li aveva visti la sera prima, ma aveva deciso di non intervenire. Un “pushback”, in gergo tecnico. Un respingimento illegale, in italiano. Un omicidio per omissione, in termini umani.

E mentre il diritto d’asilo viene calpestato ai confini d’Europa, c’è anche chi vuole riscriverlo anche sulla carta. La presidenza polacca dell’Unione Europea ha presentato un discussion paper per rivedere la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati – pilastro fondamentale e storico del diritto d’asilo – sostenendo che le sue regole non siano più adatte al presente. Il documento circolato durante un incontro informale dei ministri dell’Interno dei Paesi membri è chiaro: «Questi principi sono stati sviluppati dopo la fine della Seconda guerra mondiale ed erano caratterizzati da una situazione geopolitica molto diversa da quella odierna». Non si tratta di una priorità, solo una proposta di discussione. Ma il suo significato è rilevante: secondo la presidenza polacca, le «limitazioni all’applicazione» del diritto d’asilo attualmente previste «in situazioni straordinarie» non sono più sufficienti.

Negli ultimi anni, infatti, l’UE ha silenziosamente costruito un sistema parallelo a quello stabilito dalla Convenzione, dalla Cedu e dalle leggi Comunitarie, fatto di accordi con paesi terzi, procedure accelerate di frontiera, respingimenti mascherati da “protezione dei confini”. Secondo i verbali di una riunione informale visionati da Euronews la Commissione europea sarebbe pronta a includere i “hub di rimpatrio” fuori dall’Unione – su modello del protocollo Italia-Albania – nella prossima proposta legislativa. La norma ha l’obiettivo di accelerare il rimpatrio dei richiedenti asilo respinti. In altre parole: è tempo di formalizzare quello che già sta accadendo, un sistema di deroghe ed eccezioni che sta diventando la norma. 

La convenzione

Ma cos’è questa Convenzione di Ginevra che la Polonia vorrebbe rivedere? È la pietra angolare di tutto il sistema del diritto d’asilo, una convenzione ONU firmata nel 1951, quando l’Europa era ancora sconvolta dalle persecuzioni del nazismo. In realtà, non faceva che formalizzare un principio antico quanto l’Europa stessa: il diritto di chiedere protezione. Dal supplice della tragedia greca al diritto d’asilo nelle chiese medievali, l’idea che chi fugge da una persecuzione debba essere protetto è parte dell’identità culturale europea.

La Guerra Fredda trasformò presto l’asilo in uno strumento politico: ogni dissidente che fuggiva dal blocco sovietico era una vittoria propagandistica per l’Occidente. I numeri erano gestibili, le motivazioni politicamente utili. Ma la situazione è cambiata radicalmente con il crollo del Muro di Berlino nel 1989. Il rifugiato ha perso la sua funzione politica: non era più il dissidente che scappava dal comunismo, ma qualcuno che fuggiva dalla povertà, dalla guerra, dal caos post-sovietico. Nel 2015, con l’arrivo di oltre un milione di rifugiati in un solo anno, sì è arrivati al culmine dell’emergenza migratoria e il sistema fino ad allora vigente è collassato. Il rifiuto dei migranti da parte della popolazione e degli elettori, accompagnato dalla crescita dei partiti di estrema destra alle urne ha alimentato un senso di urgenza crescente nei governi. Sono così iniziate le prime “eccezioni” al diritto d’asilo e i primi grandi accordi con i paesi di transito, una strategia che, tuttavia, si è presto rivelata un’arma a doppio taglio. L’uso dei migranti come strumento di pressione ibrida da parte di Bielorussia e Russia (dal 2020) e come e come leva politica ed economica da parte di Turchia e Libia (in diversi momenti dell’ultimo decennio) ha finito per indebolire l’Europa, rendendola vulnerabile e ricattabile.

Nel frattempo, la situazione è andata via via peggiorando. La Grecia è stata recentemente condannata dalla Corte europea dei diritti umani per respingimenti sistematici, ma la Commissione non ha preso alcuna posizione. Centinaia di abusi sono stati registrati in Croazia contro migranti in transito, ma la Commissione ha chiesto solo spiegazioni. In Germania, la risoluzione del Bundestag che prevede di respingere i richiedenti asilo alla frontiera, sostenuta dal leader della CDU e dai voti dell’estrema destra di AfD, ha trovato la Commissione silente. Questo crescente clima di tolleranza verso le violazioni dei diritti ha portato, nel 2024, alla legittimazione della sospensione del diritto d’asilo, con la Commissione che non ha preso posizione sulla legge finlandese che consente respingimenti dalla Russia e ha approvato un progetto di legge polacco che sospende temporaneamente la possibilità di richiedere asilo per chi tenta di attraversare illegalmente il confine con la Russia e la Bielorussia. Secondo le linee guida della Commissione, la sospensione dei diritti fondamentali può essere accettata “se proporzionata, temporanea e limitata a quanto strettamente necessario” per rispondere a minacce alla sicurezza.

Rimane il fatto, tuttavia, che «una revisione della Convenzione di Ginevra è altamente improbabile», dice a Linkiesta Chiara Favilli, professoressa di Diritto dell’UE all’Università di Firenze. Non solo perché è un trattato ONU ratificato da oltre 60 Stati, ma soprattutto perché oggi la protezione dei rifugiati si basa su un sistema molto più ampio. Il principio del “non-refoulement” – nessuno può essere rimandato dove rischia torture o trattamenti disumani – è ormai parte del diritto internazionale consuetudinario. In Europa è garantito sia dalle leggi dell’Unione che dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. In Italia, addirittura, «l’articolo 10 della Costituzione ha una portata molto più ampia della Convenzione di Ginevra».

Il paradosso è che la Convenzione, se proprio dovesse essere modificata, andrebbe allargata, non ristretta come vorrebbe la Polonia. «Nell’immaginario collettivo si pensa che chi fugge dalla guerra abbia diritto d’asilo», continua Favilli, «ma la Convenzione tutela solo chi subisce una persecuzione individuale». Chi scappa dai conflitti deve affidarsi alla protezione sussidiaria, uno strumento più recente e meno garantista. E chi fugge dalle catastrofi climatiche? «I cosiddetti rifugiati ambientali non esistono nel diritto internazionale: chi scappa da condizioni di vita invivibili a causa del cambiamento climatico non ottiene protezione». Per non parlare dei migranti economici, ricorda la professoressa, completamente esclusi dal sistema di protezione europeo. 

La nuova “dottrina” europea

Al di là delle provocazione – più o meno credibili – della presidenza polacca, non c’è dubbio che negli ultimi anni, l’Unione Europea abbia progressivamente ridotto le garanzie per il diritto d’asilo. I risultati sono nei numeri: nel 2023, solo il 24% dei richiedenti asilo ha ottenuto una qualche forma di protezione. Gli altri sono stati respinti, rimpatriati, o sono semplicemente scomparsi nel limbo dei “dublinati”, i richiedenti asilo rimbalzati da un paese all’altro in base al regolamento di Dublino.

Una tendenza che trova la sua massima espressione nel “nuovo” Patto sulle migrazioni e l’asilo, legge angolare in termini di migrazione approvato nella primavera del 2024 e destinata a entrare in vigore nel 2026. Il Patto, che ridisegna il sistema europeo comune di asilo (CEAS) attraverso dieci nuovi regolamenti, rappresenta un cambio di paradigma nelle politiche migratorie dell’UE che riflette il clima politico in Europa, sempre più ostile all’accoglienza. «Siamo ormai nella fase in cui il diritto dell’Unione sull’asilo è fortemente condizionato e mirato all’obiettivo di contenere, di contrastare l’abuso del diritto di asilo», commenta Favilli.

In altre parole, il Patto sembra più focalizzato sulla deterrenza che sulla protezione. Le nuove regole puntano soprattutto a limitare l’accesso al territorio e alla procedura d’asilo. Screening pre-ingresso obbligatori, procedure di frontiera accelerate, trattenimenti fino a 12 settimane: tutto ruota attorno al concetto di contenimento dei flussi. L’obiettivo è quello di respingere il più possibile, riducendo al minimo le possibilità di accedere alla protezione internazionale. Certo, il Patto introduce anche un meccanismo di solidarietà tra Stati membri, con ricollocamenti obbligatori in caso di pressione migratoria. Ma l’impianto complessivo resta orientato al controllo delle frontiere esterne e alla cooperazione con i paesi terzi per bloccare le partenze. 

Si tratta di un approccio che suscita molte perplessità tra le organizzazioni umanitarie. «Ci sono molte nuove misure controverse nel Patto», spiega a Linkiesta Catherine Woollard, direttrice dell’ECRE (European Council on Refugees and Exiles), la principale rete europea di ONG per i diritti dei rifugiati con sede a Bruxelles. «Siamo preoccupati in particolare per quelle che riguardano l’uso espanso delle procedure di frontiera e la concentrazione delle attività ai confini esterni». Secondo Woollard, il focus dovrebbe essere piuttosto sull’attuazione delle norme esistenti: «Gli Stati membri devono rispettare gli obblighi che già hanno, come fornire condizioni di accoglienza dignitose. La riforma non è la priorità, la priorità è far funzionare i sistemi d’asilo». 

Commentando uno studio recente per il Comitato LIBE del Parlamento Europeo, di cui è coautrice, Woolard evidenzia: «La nostra ricerca rivela carenze diffuse: in alcuni paesi mancano posti nei centri, in altri gli standard sono molto bassi. Spesso le tutele per i soggetti vulnerabili, come minori, donne e disabili, non vengono rispettate». Preoccupante anche l’uso crescente della detenzione: «La legge lo consente solo in casi limitati e con precise garanzie, ma abbiamo riscontrato abusi frequenti». Come ad esempio l’accordo Italia-Albania che, oltre ad non rispettare i diritti dei migranti, «costa miliardi e non funziona».

Non si vive di soli respingimenti

Un altro aspetto fondamentale del fenomeno è la continua “crisificazione” delle migrazioni. «La progressiva erosione dei diritti e delle libertà dei richiedenti asilo può agevolmente essere compresa in una cornice di crescente allarmismo, in cui la mobilità attraverso i confini di persone che esercitano un diritto fondamentale viene addirittura descritta come una minaccia esistenziale per la medesima Unione europea», spiega a Linkiesta il professor Campesi, sociologo delle migrazioni all’Università di Bari. Questo approccio ha portato alla proliferazione di regimi giuridici di emergenza, con deroghe alle regole ordinarie in caso di “crisi”, di “forza maggiore”, di “migrazione di massa”, di “strumentalizzazione” delle migrazioni. «L’insieme di tali disposizioni, sparso in strumenti giuridici molto diversi e dunque anche per questo difficile da ricondurre ad una logica di sistema unitaria, crea un vero e proprio doppio livello di legalità, un ‘sottosistema giuridico migratorio dell’emergenza’ che può essere attivato in maniera estremamente discrezionale e senza significative forme di controllo parlamentare o giudiziario», aggiunge. In un contesto in cui le migrazioni vengono sempre più dipinte come una minaccia alla sicurezza nazionale, il rischio, conclude Campesi, è che «la gestione dei fenomeni migratori e dell’asilo si svolga in un regime di deroga permanente è molto alto».

La politica migratoria europea, seguendo questa narrazione, si è completamente concentrata su un unico aspetto – i controlli alle frontiere – dimenticando la parte complementare e fondamentale: l’integrazione. I controlli sono certamente importanti, ma non possono essere l’unico orizzonte, dicono gli esperti. Manca totalmente una visione che guardi all’inserimento, all’accoglienza, alla costruzione di percorsi di inclusione sociale ed economica. L’approccio attuale è unidimensionale: vedere i migranti come un problema di sicurezza, non come esseri umani con diritti e potenzialità. «Se un paese non fornisce condizioni di accoglienza adeguate, è probabile che le persone lascino quel paese e vadano altrove», spiega Woollard. «E non è solo una questione di condizioni fisiche di accoglienza. Si tratta anche di supportare l’accesso al mercato del lavoro e l’accesso all’integrazione». Un paradosso, considerando che «abbiamo una situazione in tutta Europa dove c’è una drammatica carenza di manodopera. E molti Stati europei stanno andando in giro per il mondo alla ricerca di lavoratori. Ma allo stesso tempo, cercano di impedire l’arrivo dei rifugiati». Questa miopia ha conseguenze profonde. Mentre l’Europa investe risorse nei sistemi di contenimento, perde opportunità di integrazione. Il paradosso è evidente: si costruiscono barriere sempre più alte, si esternalizzano i confini, si cerca di rendere invisibili i flussi migratori, ma il fenomeno rimane. E rimane soprattutto il costo umano di queste politiche. La sfida vera sarebbe ribaltare la prospettiva. Non più immigrazione come emergenza da contenere, ma come opportunità da gestire. Non più respingimenti, ma accoglienza e integrazione. Non più eccezione, ma regola.

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