Donald Trump sta tentando di forzare in ogni modo i limiti costituzionali del suo potere negli Stati Uniti, attraverso una raffica di ordini esecutivi abnormi, che vanno dalla revoca della cittadinanza fondata sullo ius soli al licenziamento dei dipendenti pubblici a suo capriccio, mentre fa lo stesso con il diritto e le relazioni internazionali, non nasconde progetti espansionistici, si dice intenzionato ad annettere la Groenlandia, il Canale di Panama e persino il Canada, per finire con la striscia di Gaza. È un salto di qualità, rispetto al Trump del 2016, che non può essere sottovalutato: non siamo più di fronte, semplicemente, al tentativo di imporre alle istituzioni una curvatura illiberale e autocratica. Dal modello Orbán, il pupazzo ungherese di Vladimir Putin, siamo passati direttamente all’originale russo. E c’è una bella differenza. Come ha scritto Gideon Rachman sul Financial Times, le mire espansionistiche di Trump sono più comprensibili come parte di una «tendenza globale», guardando ai leader che considera suoi pari, come gli autocrati russo e cinese: «Benvenuti nell’epoca del neo-imperialismo». Naturalmente, i suoi consiglieri hanno cominciato subito a sforzarsi di razionalizzare ex post le sue dichiarazioni, «una procedura nota come sanewashing» (diciamo pure il tentativo di passare una patina di apparente ragionevolezza sopra i suoi deliri). «Come con Putin, la prima risorsa dei sanewashers è il ricorso a qualche spiegazione legata alla sicurezza nazionale. La Groenlandia ha fondamentali risorse minerarie, i cinesi si stanno interessando al Canale di Panama. Ma il Canada? Gaza? Qui le spiegazioni razionali lasciano il posto ad alzate di spalle, o persino alle risatine».
È un modo di argomentare che dovrebbe suonarci familiare. Mentre sul New York Times gli studiosi si interrogano su quella che definiscono una «crisi costituzionale» senza precedenti, infatti, sul Corriere della sera Federico Rampini assicura che «se ci si libera della sindrome del panico permanente, i primi segnali sono che la liberaldemocrazia più antica del mondo non ha perso le sue caratteristiche essenziali». Questo perché molti ordini esecutivi, o almeno i più estremi, sarebbero stati bloccati dalla magistratura e «dovranno passare il vaglio di legalità e costituzionalità». Esattamente come nel caso del governo Meloni, aggiungo io, il fatto che qualche tribunale ancora provi a far rispettare la legge è denunciato nei giorni pari come un attentato alla sovranità popolare (e pertanto meritevole di immediate correzioni legislative, affinché non si ripeta) e indicato nei giorni dispari come la prova di quanto la democrazia non corra alcun pericolo. Volendo scherzare – ma solo a proposito degli Stati Uniti, sia chiaro! – si potrebbe osservare che anche ai tempi del caso Matteotti si sarebbe potuto svolgere lo stesso argomento usato da Rampini: ci sono delle indagini, ci sarà un processo, è la prova che la democrazia italiana è sana e forte. È lo stesso ragionamento che abbiamo sentito utilizzare mille volte contro chi denunciava l’occupazione dei mezzi di comunicazione (non solo pubblici) da parte del governo: il fatto che si sia liberi di denunciarlo è la prova che non c’è nessun regime. Di conseguenza, per denunciare questo pericolo bisognerebbe aspettare che sia impossibile farlo. Chiaro?
È qualcosa di simile al paradosso della prevenzione: se investo miliardi per prevenire una catastrofe, e ci riesco, presto o tardi sarò accusato di avere buttato i soldi per un pericolo immaginario, di cui nessuno si è mai accorto. Sarei molto felice di passare i prossimi anni a sentirmi rimproverare simili esagerazioni, ma temo che non sarò così fortunato.
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