Bisogna avere un po’ di comprensione per Matteo Salvini e anche per Giorgia Meloni. Ognuno per motivi diversi, e allo stesso tempo convergenti, convinto di essere al centro delle dinamiche politiche europee e transatlantiche. Poi però i fatti, nudi e crudi, smentiscono questa loro centralità e li fanno atterrare sulla terra abitata dai cannibali, una parte dei quali erano (fingevano) di essere amici mentre l’altra parte degli abitanti aveva già cominciato a riscaldare l’acqua nel pentolone.
Salvini puntava tutto su Alice Elisabeth Weidel, si era speso per lei al traino di Elon Musk e J.D. Vance. Al punto di immaginare l’abbraccio dei suoi Patrioti a Strasburgo con i nazistelli tedeschi di Alternative für Deutschland. Marine Le Pen sta tenendo sbarrate le porte del gruppo europeo e, fatto ancora più importante, l’AfD con il suo venti per cento sta andando all’opposizione di un governo Cdu-Spd. Poi è stato il turno austriaco, con lo sbalorditivo ventinove per cento del Partito della Libertà (Fpö) guidato dal suo amico Herbert Kickl con il quale è pappa e ciccia da quando entrambi guidavano il ministero dell’Interno. L’austriaco, che era stato osannato a Pontida, ha trattato per mesi con il Partito popolare austriaco per la formazione del governo più a destra dopo il Terzo Reich. Pretendendo, da premier in pectore, di avere in mano i ministeri più pesanti, a cominciare da quello dell’Interno con cui fare strame di immigrati.
Giusto, era stato il commento di Salvini, che chi ha ottenuto una così stravolgente vittoria elettorale, un consenso così vasto e storico, abbia tutto il potere nelle sue mani. È finita che, dopo cinque mesi di stallo politico, ieri Kickl è stato messo da parte, e a Vienna si profila un esecutivo tra i conservatori del Partito Popolare (Övp), i socialdemocratici di centro-sinistra (Spö) e i liberali Neos. Il capo dei popolari Christian Stocker diventerà cancelliere, mentre il socialdemocratico Andreas Babler sarà vicecancelliere.
Insomma, Vienna si allinea al fuso politico di Berlino e tanti saluti ai camerati, con tanta soddisfazione da parte del pesce in barile Antonio Tajani per il quale «ogni rigurgito neonazista va respinto: l’estrema destra da sola non è mai in grado di vincere, lo abbiamo visto in Francia». Meno male che c’è lui e Forza Italia nel nostro Paese a impedire i rigurgiti.
Facile sarcasmo a parte, il ministro degli Esteri ha ragione quando fa notare che a tenere botta sono sempre e solo i Popolari a livello europeo e in molti Stati membri. Sono diventati il perno forte di coalizioni moderate di centrosinistra o civiche, come quella di guidata da Donald Tusk in Polonia. Sono le coalizioni di emergenza europeista che tengono dritta la barra contro la Russia, in difesa dell’Ucraina, e provano a reggere la botta del “religioso” Consiglio di amministrazione che si è insediato allo Studio Ovale.
L’orfano Salvini se ne farà una ragione e con lui Donald Trump, Vladimir Putin, Elon Musk e J.D. Vance. Pensavano, e ancora pensano, di mangiarsi l’Europa in uno solo boccone. Ma il vecchio e malconcio Continente vuole vendere cara la pellaccia. Forse alla fine capitolerà e verrà sbranato a pezzi, ma intanto prova a dare segni di vita e non farsi rappresentare da Giorgia Meloni. Nessuno ha creduto all’arte portiera della premier, stizzita che a muoversi siano stati per primi Emanuel Macron e Kein Starmer. Ma altrettanto stizzita lo è di fronte a The Donald che metterà dazi del venticinque per cento all’Europa. A essere penalizzati saranno soprattutto Germania e Italia, le loro automobili, il Made in Italy. Il Ceo del Cda americano non conosce amici e alleati, ospiti a Mar-a-Lago, solo seguaci e vassalli, feste nella riviera Trump Gaza dove piovono dollari. Con il risultato che Meloni dovrà cacciare tanti soldi per aumentare la spesa militare, mandare soldati in Ucraina a fare (speriamo) peacekeeping. E poi dovrà calmare il presidente degli industriali.
Emanuele Orsini e tutte le Confindustria europee hanno acceso l’allarme rosso per le ripercussioni che avremo o avremmo dai dazi americani. Ma il leader confindustriale italiano ha aggiunto una nota ulteriore: «Chiediamo alle forze politiche e alle parti sociali un patto bipartisan per il paese e per l’Europa. Stati Uniti, Cina, India si sono date una visione e la perseguono. Serve che l’Europa faccia lo stesso, subito». Roba da far venire l’orticaria a Meloni, che si vede abbandonata da Trump e perfino da Andrea Stroppa. Il lobbista di Musk in Italia si è arrabbiato che Fratelli d’Italia abbiano approvato insieme al Partito democratico alcuni emendamenti al provvedimento sull’uso diversificato dello spazio e dei satelliti. «Bene, si vuole far passare Starlink e SpaceX (che, tra l’altro, ha lanciato missioni per l’Italia accelerando le tempistiche per dare una mano) per i cattivi. Agli amici di FdI: evitate di chiamarci per conferenze o altro», è stato il morso di Stroppa.
Capito l’antifona del viceré di Musk ai sovranisti italiani? La povera Meloni, che avrebbe voluto portare l’acqua a Trump con le orecchie (vecchia metafora di Corrado Guzzanti alias Francesco Rutelli nei confronti di Silvio Berlusconi), è suonata da tutte le parti. Salvini all’opposizione nei Paesi europei che contano. Non li chiama più nessuno.