Sulle orme di VikaL’impegno dell’Ucraina per punire i crimini della Russia anche sul piano giuridico

Per Kyjiv anche il diritto internazionale deve essere uno strumento utile a contrastare l’aggressione di Mosca. Un documento del Ministero della Difesa ucraina spiega cosa sta facendo per raccogliere prove, coinvolgere i tribunali internazionali e fare giustizia. Un lavoro che riprende l’attività della scrittrice Victoria Amelina, ferita a morte durante uno degli attacchi ai civili a Kramatorsk

AP/Lapresse

A inizio settimana Volodymyr Zelensky ha detto che l’Ucraina sta lavorando per istituire un tribunale speciale in grado di giudicare i crimini di guerra della Russia. «Parliamo di pace giusta, ma è difficile trovare qualcosa di giusto in questa guerra. Non dimenticheremo mai e non possiamo dimenticare quello che ha fatto la Russia. I responsabili devono rispondere dei loro crimini», ha detto Zelensky.

L’Ucraina ha bisogno di ogni strumento possibile per contrastare l’invasione su vasta scala comandata da Vladimir Putin. In questi anni, in un contesto di emergenza perenne, oltre agli aspetti militari Kyjiv ha adottato diversi strumenti per difendersi da Mosca, compreso il diritto internazionale. La raccolta sistematica di prove, il dialogo con tribunali internazionali e la pressione diplomatica possono aiutare Kyjiv a garantire giustizia per le vittime del conflitto e a rendere la Russia sempre più vulnerabile sotto il profilo giuridico ed economico. O almeno questa è l’ambizione degli ucraini.

Un documento prodotto dal dipartimento legale del Ministero della Difesa ucraino intitolato “Analisi giuridica dell’aggressione armata della Federazione Russa contro l’Ucraina” descrive cosa sta facendo il Paese per perseguire Mosca su questo fronte.

Il primo passo è coinvolgere le istituzioni internazionali per ottenere condanne formali. È indispensabile in questo senso una catalogazione completa e capillare dei crimini di guerra russi. Ad esempio, secondo gli ultimi dati del Consiglio d’Europa ci sarebbero state almeno quattromilacinquecento potenziali violazioni dei diritti umani negli ultimi tre anni. L’amministrazione ucraina negli ultimi anni ha implementato un sistema strutturato per raccogliere prove delle violazioni commesse dall’esercito russo e ha creato una banca dati. Le autorità ucraine stanno archiviando testimonianze, immagini satellitari, video e referti medici relativi agli attacchi contro civili, torture, esecuzioni sommarie e deportazioni forzate.

Sono anche state avviate collaborazioni con organizzazioni come la Missione di Monitoraggio Onu per i Diritti Umani, il Tribunale Speciale per l’Ucraina e diverse Ong – come Human Rights Watch e Amnesty International – per garantire che le prove raccolte siano credibili e utilizzabili in tribunale. E poi sul campo, grazie all’uso di strumenti tecnologici avanzati come droni, software di riconoscimento facciale e intelligenza artificiale, si lavora ogni giorno per identificare soldati e comandanti russi coinvolti in atrocità. Tutto questo mira a costruire un dossier inoppugnabile che possa essere usato nei processi internazionali contro ufficiali russi e responsabili politici, incluso Vladimir Putin.

Le prove possono essere anche uno strumento di pressione politica. Non da usare direttamente contro la Russia – un Paese in cui non esiste un vero dibattito politico – ma verso il resto del mondo. Messe di fronte all’evidenza dei crimini russi, le cancellerie di tutto il mondo potrebbero convincersi a imporre sanzioni economiche e politiche più dure, bloccare i beni degli oligarchi sospettati di finanziare l’aggressione, escludere Mosca da organismi internazionali, come il Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu.

Alla ricerca e alla catalogazione dei crimini di guerra della Russia stava lavorando anche la scrittrice ucraina Victoria Amelina, ferita mortalmente a Kramatorsk in una delle tante stragi di civili compiute da Mosca. Amelina investigava sulle malefatte del Cremlino in Ucraina e i frutti del suo lavoro sono stati raccolti in un libro appena pubblicato “Looking at Women, Looking at War” – arriverà in Italia a marzo, edito da Guanda (qui un estratto pubblicato sull’ultimo numero di Linkiesta Magazine) – che farà sicuramente parte di un processo futuro contro le atrocità commesse dalla Russia. In un certo senso, il lavoro dell’amministrazione ucraina descritto nel report del Ministero della Difesa raccoglie l’eredità di Amelina, nei modi e nelle intenzioni.

La guerra della Russia all’Ucraina non è iniziata solo tre anni fa, ma nel 2014. Da quell’anno, non a caso, Kyjiv riconosce la Corte Penale Internazionale (Cpi), e nel 2024 ha completato la ratifica dello Statuto di Roma consentendo alla Corte di perseguire i responsabili di crimini gravi.

Da anni l’Ucraina denuncia la Russia nei tribunali internazionali, ogni causa serve a fare un passo in più verso la verità, verso la giustizia, verso il riconoscimento delle responsabilità della Russia: per aumentare l’isolamento internazionale di Mosca e creare un precedente legale per future azioni penali. Kyjiv ad esempio ha citato Mosca per violazione della Convenzione sul Genocidio, sostenendo che la Russia ha giustificato l’invasione con false accuse di genocidio contro la popolazione russofona in Ucraina. Sono anche stati presentati ricorsi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per punire i crimini contro civili, inclusi bombardamenti indiscriminati e atti di tortura nelle zone occupate.

Un capitolo a parte merita la difesa del patrimonio culturale ucraino. Lo scorso dicembre le Forze Armate ucraine hanno creato un’unità speciale pensata esclusivamente per proteggere i beni culturali durante la guerra – tutto secondo il regolamento previsto dall’articolo 7 della Convenzione dell’Aja del 1954. All’interno di quest’unità c’è personale militare con istruzione adeguata ed esperienza pregressa nel campo della cultura, dell’archeologia, della storia e dei musei. Sono loro a coordinare le operazioni militari con le agenzie governative e gli enti locali per proteggere, preservare e prevenire la distruzione dei siti culturali durante il conflitto. Secondo i dati del Ministero della Cultura e delle Comunicazioni Strategiche dell’Ucraina, all’inizio di dicembre 2024, già 1.222 siti del patrimonio culturale sono stati distrutti o danneggiati a causa delle bombe lanciate dalla Russia. La maggior parte di questi, trecentoventidue, si trova nella regione di Kharkiv. Ma questi dati non includono tutti i siti culturali danneggiati nel territorio di Luhansk e parti significative dei territori delle regioni di Zaporizhzhia, Donetsk e Kherson attualmente occupate dalla Federazione Russa.

Nel documento del Ministero della Difesa c’è anche una risposta a chi nell’ultimo anno ha criticato la controffensiva ucraina nella regione russa del Kursk: «Quest’operazione è giustificata dal suo diritto all’autodifesa sancito dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, che è sorto a seguito di un conflitto armato internazionale e dell’invasione su larga scala del suo territorio da parte della Federazione Russa nel febbraio 2022. Il presidente dell’Ucraina ha osservato che l’obiettivo dell’operazione era quello di creare una zona cuscinetto per impedire nuovi attacchi dell’esercito russo sul territorio ucraino. Il comandante in capo delle Forze Armate ha riferito che uno degli obiettivi principali dell’operazione militare nella regione di Kursk era quello di ritirare parte delle truppe della Russia dalle aree critiche della prima linea attiva nel territorio dell’Ucraina».

Oltretutto, nel Kursk l’Ucraina ha dimostrato che c’è una grossa differenza con la Russia nell’amministrazione di un territorio occupato. Il 14 agosto 2024, Kyjiv ha istituito il primo ufficio del comandante militare nella città di Sudzha, nella regione controllata, per mantenere la legge e l’ordine pubblico e garantire i bisogni primari della popolazione residente. «L’Ucraina – si legge ancora nel documento del Ministero – ha i diritti e gli obblighi della potenza occupante nel territorio occupato ai sensi del Diritto internazionale umanitario. In particolare, secondo le disposizioni dei Regolamenti dell’Aja del 1907, GC IV e AP I, la potenza occupante è tenuta ad adottare misure per mantenere l’ordine pubblico nel territorio occupato, per garantire i bisogni primari della popolazione civile, per rispettare la vita, l’onore e la dignità dei civili, i loro beni, le loro convinzioni religiose e si impegna a non costringere la popolazione locale ad agire contro gli interessi dello Stato occupato».

X