È contro Donald Trump, ovviamente. Con aperture sul tema della difesa europea seppure sempre raffreddate dal monito a non toccare la spesa sociale. Però quello che Elly Schlein non riesce proprio a dire è che se si vuole essere contro il trumputinismo bisogna continuare a sostenere la Resistenza ucraina, che è una dizione più esatta di “guerra”. Lo hanno notato forse più fuori dal Partito democratico che dentro la riunione della direzione dove la segretaria ha detto così: «Noi non siamo con Trump e il suo falso pacifismo e non siamo con l’Europa per continuare la guerra».
Marco Taradash ha parlato di «frase terribile», Carlo Calenda ha scritto che «chi vuole continuare la guerra è la Russia non l’Europa. Basta ipocrisie». Forse Schlein non si è espressa benissimo perché è evidente che non è che l’Europa continua la guerra, semmai continua a stare con i resistenti.
Sembra dunque permanere nella leader del Partito democratico un che di irrisolto, come un fermarsi sempre un attimo prima delle logiche conseguenze del suo stesso discorso. Nella riunione di ieri l’esponente che da tre anni più si espone a fianco della Resistenza ucraina, Pina Picierno, non ha mancato di rimarcare che «dobbiamo dismettere i panni degli analisti e indossare quelli sicuramente più scomodi della politica che assume decisioni e orientamenti. Anche quando sta all’opposizione, che non è mai una valida ragione per venir meno alle responsabilità nei confronti della propria comunità, del proprio paese e della storia».
Il che significa che «bisogna spingere con forza per un’autonomia strategica e politica dell’Europa, iniziando subito il percorso di cooperazione sulla difesa perché non saranno le buone intenzioni a rendere forte l’Unione Europea ma la capacità di imporsi e esercitare deterrenza».
La “linea” tracciata da Keir Starmer e Emmanuel Macron, insomma. Anche altri, come Piero Fassino e Alessandro Alfieri, sono intervenuti perché fosse chiaro da che parte stia il Partito democratico inducendo la leader, nella replica, a confermare che la responsabilità della guerra è tutta e solo di Vladimir Putin e che se non ci fosse stata la resistenza degli ucraini oggi «staremmo a vedere come Putin ha cambiato la geografia», e tuttavia – forse è qui un punto di dissenso dentro il partito – lei insiste sulla responsabilità dell’Europa di non aver fatto ciò che poteva fare in termini politici e diplomatici per porre fine al conflitto.
È l’argomento preferito dei pacifisti di sinistra. Ma nessuno sa spiegare come si sarebbe potuta intavolare una trattativa che Vladimir Putin non ha mai preso in considerazione, preferendo continuare a massacrare l’Ucraina. Dov’era lo spazio di un negoziato? È probabile che in tutto questo non si arriverà mai a una lettura comune. Mentre più facile, chiaramente, è l’unità contro la filosofia e gli atti concreti del boss della Casa Bianca, e poi certo sulla costante polemica con Giorgia Meloni.
Sull’altra questione importante della Direzione, i referendum, Schlein ha confermato l’appoggio ai quesiti, ivi compreso quello sul Jobs act, ma sapendo bene che un bel pezzo di partito non voterà per la sua abrogazione ha promesso che non chiede «abiure». Una posizione obbligata che la parte riformista ha incassato volentieri. Alla fine nessun contrario alla relazione della segretaria.