Giù la mascheraStefano Rapone, e la sua battaglia per ridare dignità alla letteratura umoristica

Il comico romano è in libreria con “Racconti scritti da donne nude” (Rizzoli), con cui chiede ai giurati di fargli vincere i più importanti premi letterari italiani. A Linkiesta spiega il rapporto con la scrittura, e la sua ossessione per Berlusconi

Gioele Vettraino

Nell’immodesta scena culturale italiana una delle abitudini più sornione è quella di fingersi sorpresi per la nomina al Premio Strega. Tutti gli scrittori sognano di vincere il più importante premio letterario del nostro Paese, ma è buon costume non palesarlo, fingendo stupore, non sia mai che l’insuccesso dia alla testa, per citare una geniale frase del suo primo vincitore, Ennio Flaiano, con “Tempo di uccidere”. 

Ci voleva un comico per rompere il cerimoniale. E Stefano Rapone, noto per i suoi sketch al “Gialappa’s Show” e per il videopodcast “Tintoria” (dove la sua doppietta di domande «Come stai?», e «Che hai fatto oggi?» è diventata un rito di passaggio ineludibile per il jet set nostrano), ha pubblicato con Rizzoli il romanzo Racconti scritti da donne nude”, la cui vera trovata non è il titolo, ma la sua strategia di autopromozione. Esaltando al limite la sua comicità surreale, minimalista e volutamente impacciata, che preferisce lassurdo al tormentone, Rapone sta conducendo un esperimento a metà tra il divertissement e il guerrilla marketing, il cui apice, o abisso a seconda dei punti di vista, è una canzone promozionale con l’intelligenza artificiale, postata su Instagram.

Nellintroduzione del libro, e in alcuni intermezzi tra un racconto e un altro, Rapone si rivolge direttamente agli Amici della Domenica per convincere la giuria a premiarlo. Un primo risultato Rapone lo ha già ottenuto, anzi due. La scorsa settimana è stato candidato ufficialmente allo Strega da Beppe Cottafavi, e poi ha ricevuto a casa una bottiglia del liquore che dà il nome al premio. Un segno di riconoscimento per il vivo interesse mostrato. Poi si vedrà. Non si registrano invece apprezzamenti della giuria del Premio Campiello e Bancarella, altrettanto invocati da Rapone nel libro.

«Alcuni coetanei nel mondo editoriale sono stati entusiasti quando hanno saputo della mia candidatura, mentre i più grandi sembrano guardarmi con un certo sospetto, come a dire: “Ma questo chi è?”. Una diffidenza che, in fondo, è anche comprensibile», spiega Rapone, prima di intervenire oggi alla quarta edizione di “Testo [Come si diventa un libro]”, il festival dell’editoria contemporanea che si tiene fino al 2 marzo alla Stazione Leopolda di Firenze.

I tuoi racconti hanno protagonisti particolari: scienziati un po’ omofobi, fascisti amichevoli, feti zombie. Non ti chiedo se c’è qualcosa di autobiografico.
Non molto, direi. Ci sono solo alcuni elementi personali disseminati qua e là. Ad esempio, uno dei racconti nasce da un mio problema reale: ho difficoltà a decifrare gli ingredienti nei menù dei ristoranti. Se qualcuno mi dice un nome di un piatto, non riesco a immaginarne l’aspetto, quindi ho bisogno di una foto, come fanno in Giappone con i modelli 3D del cibo. Questa cosa mi infastidisce a tal punto che ho voluto esplorarla in un racconto.Un altro episodio in cui ho inserito qualcosa di personale è quello sul mancato invito da parte del Papa. Tutti i comici sono stati invitati, tranne me. Questo mi ha fatto provare invidia e rabbia, peccati capitali, quindi in un certo senso il Papa mi ha fatto peccare. Il racconto “Ior, chi ride è fuori” parte da questa frustrazione e immagina una sorta di puntata di LOL, dove chi ride viene risucchiato negli inferi. È tutto un rituale per scatenare l’Apocalisse.

All’inizio del libro scrivi ironicamente di aver creato il romanzo perfetto per il Premio Strega, perché include critica sociale, riferimenti al nazifascismo e altri cliché della letteratura nostrana. Secondo te, in Italia si vince ancora – come diceva Nanni Moretti – col tema importante? Come ha provato a fare Cristicchi a Sanremo.
C’è una tendenza a considerare più “alta” la letteratura che fa piangere o commuove. Non voglio parlare di pietismo, ma in Italia spesso il tragico è sinonimo di valore letterario. Questo è uno dei motivi per cui ho candidato il libro al Premio Strega: volevo riportare l’attenzione sulla letteratura umoristica, che all’estero ha grande dignità, mentre da noi è vista come qualcosa di minore. Qui, se fai ridere, è come se dovessi poi giustificarti dimostrando di essere “sensibile” con un finale commovente. È un tic tipicamente italiano. Non succede così all’estero. “I viaggi di Gulliver” di Swift spesso viene venduto come un libro per bambini, ma in realtà è un’opera satirica sulla società del suo tempo. Lo stesso vale per le opere di Mark Twain. In Italia, invece, il comico è considerato di serie B: in libreria non esiste nemmeno una sezione dedicata all’umorismo. Se vuoi trovare un libro di Maurizio Milani, Rocco Tanica o lo stesso Fantozzi di Paolo Villaggio, devi cercarlo col lanternino. Eppure il primo tragico Fantozzi è molto più efficace di tanti saggi nel descrivere il mondo del lavoro di quegli anni.

L’influenza fantozziana si percepisce nel tuo libro, in particolare nei diversi racconti della Madonna, intesa come la madre di Gesù.
L’idea era proprio quella di creare una Madonna fantozziana, che sbaglia tutto, prende scelte discutibili e crolla in un burnout psicologico. Nell’ultimo capitolo, addirittura, partecipa a un colloquio per diventare “Madonna a tempo pieno” e si sente chiedere: “Ma lei pensa di rimanere incinta?”. Ribaltando il cliché, lei risponde di voler fare carriera, e le viene detto che allora non può avere il lavoro. Da lì si politicizza, inizia a leggere libri di emancipazione femminile e crea un movimento contro il patriarcato. Mi divertiva l’idea di prendere un’icona religiosa e inserirla in dinamiche lavorative moderne, con un sottotesto politico. Mi piace usare elementi grotteschi per raccontare questioni reali, come la storia del vampiro che, essendo testimone di Geova, non può ingerire sangue. Si trova quindi bloccato in un paradosso esistenziale, incapace di morire e di nutrirsi. A un certo punto si rivolge a Marco Cappato per farsi aiutare a morire in Svizzera. È un modo surreale di affrontare il tema dell’eutanasia, che ho approfondito anche parlando con Cappato stesso quando è stato ospite a “Tintoria”. 

Non ti chiedo come hai fatto ricerca per il racconto delle suore coi feti zombie.
Quella è una satira sui gruppi pro-life che organizzano funerali per i feti abortiti. Nel mio racconto, le suore riportano in vita i feti… per poi ucciderli di nuovo. È un modo di estremizzare il paradosso di chi impone la propria morale alle donne che prendono una decisione difficile. Alla fine, tutto il libro è così: parto da situazioni assurde per affrontare temi seri con leggerezza, ma senza sminuirli.

Chris Rock sostiene che i comici sono i filosofi del nostro tempo. Quanto ti sta stretta o larga questa definizione?
Ogni comico ha il suo stile: c’è chi fa satira e chi si limita a battute fini a sé stesse, ma entrambi i modelli funzionano. Il comico è pagato per pensare, ha un occhio sensibile a dettagli della società e alle contraddizioni umane. Il nostro compito è far emergere riflessioni inedite, pescando ciò che è sempre stato sotto gli occhi di tutti, ma che nessuno aveva notato. La forza della comicità sta proprio in questo: far arrivare certi concetti in maniera diretta e incisiva, mettendo in connessione idee apparentemente lontane.

Il tuo nuovo spettacolo di stand-up comedy si intitola “Comico dai ruoli mai principali” e nel libro ti definisci un «personaggio televisivo minore», ma lo pensi davvero o è un modo per distinguersi dalla mitomania generale?
Sì, mi sento ancora un personaggio minore: non ho mai la sensazione di essere “arrivato”. Negli anni Novanta o Duemila quando tutti guardavano lo stesso canale allo stesso orario anche apparire in tv per qualche secondo era una consacrazione. Oggi la fama è più frammentata: chi mi riconosce per la Gialappa’s appartiene a un pubblico più adulto, mentre chi mi segue per il podcast o la stand-up è più giovane, o vicino alla mia età. Non mi considero una persona famosa, solo qualcuno che alcuni conoscono.

Quindi in un mondo di nicchie è inutile sognare di diventare nazionalpopolari?
Essere riconosciuti anche fuori dal proprio target può essere un segnale di consacrazione. Alla fine, chi è davvero “arrivato” è chi entra nell’immaginario collettivo, come Benigni o Verdone. Se non raggiungi quel livello, sei sempre in una corsa per non essere dimenticato, almeno per il pubblico. Ma per me la cosa più importante è continuare a fare ciò che mi stimola. Certo, sarebbe bello avere una carriera come la loro – chiunque fa questo mestiere lo vorrebbe – ma se riesco a fare quello che mi piace e ho un pubblico, anche selezionato, per me va benissimo. L’importante è non snaturarsi.

Allora proviamo a farti conoscere meglio dai lettori de Linkiesta che non ti hanno visto in tv o a teatro. Raccontaci della tua magnifica ossessione per il berlusconismo.
È una cosa che nasce da lontano, dalla mia famiglia. Loro tengono a specificare che sono di centro, non di centrodestra – se esistesse ancora la Democrazia cristiana la voterebbero senza pensarci. Nella seconda repubblica hanno sempre votato nell’area di centrodestra considerando Berlusconi una persona presentabile e perbene. Ma da bambino i comici che mi piacevano elencavano tutti i suoi difetti e gli errori commessi. E mi chiedevo: chi ha ragione? Mi fido dei miei genitori o dei comici? 

Ti sei dato una risposta?
Crescendo e vedendo la situazione dal punto di vista di un adolescente quasi giovane adulto ho dato più ragione ai comici, ma all’epoca non era facile da accettare, perché l’Italia era spaccata a metà. Ogni discussione in famiglia rischiava di diventare un muro contro muro. Anche davanti a prove evidenti – intercettazioni, atti giudiziari – la reazione era sempre la stessa:  «Vabbè, ma lo fanno tutti». Un classico atteggiamento all’italiana difficile da accettare quando hai quella rabbia giovanile. Poi col tempo ho capito che Berlusconi era qualcosa di più: una figura che solo con la sua presenza ha scandito la mia vita, come quella di tutti i miei coetanei. 

Per chi è nato negli anni Ottanta e Novanta il berlusconismo è stato per lungo tempo l’unica stagione politica possibile.
Leggendo “B.”, il libro di Ceccarelli su Berlusconi mi è capitato di ricordare esattamente dove fossi e cosa stessi facendo negli stessi periodi che hanno scandito la sua vita politica. Ho scoperto di non essere l’unico. È stata una presenza ingombrante che ha suscitato effetti diversi in chi l’ha incontrato. Ad esempio a Tintoria abbiamo intervistato Sabina Guzzanti e lei ha detto chiaramente che Berlusconi le ha rovinato la carriera e la vita, censurandola e rendendole difficile anche solo lavorare. Poi c’è Luca Bizzarri, che invece racconta di quando Berlusconi lo chiamò al telefono, gli fece subito una battuta e lo conquistò in un attimo. Ecco, da un lato c’è la macchietta, dall’altro il lato più oscuro. È proprio questa doppia faccia che rende il personaggio così interessante da analizzare. A un certo punto ho capito che non potevamo farci nulla, bisognava accettarlo, come una malattia – non voglio dire brutta malattia, ma ci siamo capiti. Quando è invecchiato, è diventato meno rilevante e il suo peso meno ingombrante. Anche se dobbiamo ricordare una cosa: da morto ha preso più voti di Salvini alle elezioni europee.

Parliamo di un tema meno divisivo: il fascismo. A Roma è un tema su cui si scherza moltissimo, senza tabù. Nel resto d’Italia è un po’ più difficile farlo.
È vero che l’ironia sul fascismo è più radicata a Roma: basta guardare i muri pieni di simboli e scritte. Detto questo, il fascismo è ancora nell’aria ovunque. Abbiamo un governo con esponenti che faticano a definirsi antifascisti e c’è sempre un tentativo di minimizzare il passato. Il successo dei libri di Scurati e della serie tratta dai suoi romanzi dimostra che è un tema ancora vivo. E non è solo un fenomeno italiano: negli ultimi mesi si sono visti più saluti romani da personaggi come Musk e Bannon che negli ultimi vent’anni. Il tema è ancora irrisolto, e forse proprio per questo ci viene spontaneo scherzarci su: è un modo per esorcizzare qualcosa che ancora percepiamo attorno a noi.

Prendere in giro il fascismo è il modo migliore per esorcizzarlo, o si rischia di ottenere l’effetto opposto?  
Dipende. Se diventa un generico “so’ tutti fascisti”, perde mordente, come quando si dice che in Italia è tutto un magna-magna. Ma se prendi un fatto reale e lo metti in ridicolo, allora ha senso. L’ironia funziona se resta ancorata ai fatti. Bisogna usarla con intelligenza, senza abusarne. In Tintoria il discorso è diverso: lì è una chiacchiera più libera e ogni tanto ci scappa, ma anche lì cerchiamo di non esagerare. Negli spettacoli, invece, ci ragioniamo di più per capire quando e come usarla.

A proposito di Tintoria: tu adotti una grande tecnica giornalistica, sconosciuta a molti colleghi intervistatori: la capacità di ascoltare davvero le risposte. Rispetto a Daniele Tinti, che fa domande più istintive – ed è bravissimo anche lui – tu riprendi dettagli che l’interlocutore ha accennato ma poi sorvolato, riportandoli al centro della conversazione.
È una cosa che ho sempre pensato vedendo interviste nei talk show: perché non approfondiscono quel dettaglio interessante? Se mi colpisce, allora lo riprendo. A volte il macro-argomento mi interessa meno, perché magari è già stato trattato mille volte. Preferisco scavare nei dettagli. Tipo, uno racconta un aneddoto e dice: “poi è arrivato un pazzo che faceva questa cosa assurda”. Tutti ridono sul pazzo, e si passa oltre. Ma io voglio sapere: come è finita? Se mi trovassi in quella situazione, come ne uscirei? 

A Tintoria hai raggiunto l’effetto “Belve”, gli ospiti non vedono l’ora di rispondere a due domande che la maggior parte delle persone preferisce evitare: «Come stai?» e «Che hai fatto oggi». Quale preferisci delle due?
“Come stai?” a volte porta a risposte memorabili: Antonio Rezza che dice “Alle cinque mi sveglio coi miei problemi, poi sto coi miei problemi nel letto fino alle 7:15, e quando mi alzo già so che problemi c’ho”. O Nino Frassica che risponde: “Oggi bene, prima benissimo”. Oppure Maurizio Milani che parte per la tangente e racconta tutt’altro. Anche una domanda apparentemente banale come “che hai fatto oggi?” mi incuriosisce. Spesso gli ospiti sono in promozione e raccontano che hanno preso un treno o fatto un’intervista, ma altre volte emerge qualcosa di totalmente inaspettato. Lo chiedo perché mi piace scoprire il lato quotidiano di chi magari ci si aspetta sempre spettacolare. Come quando Lillo ha raccontato di aver passato la giornata a dipingere una miniatura di un goblin e si è commosso immaginandone la storia. Una cosa che con una battuta sul goblin non sarebbe mai uscita. Sono due domande complementari: se una non funziona, l’altra trova comunque un aggancio interessante. 

Un altro tormentone del podcast è quando chiedete all’intervistato qual è il suo dittatore preferito. Viste le ultime mosse di Donald Trump, hai cambiato idea?
Ho sempre detto che il mio preferito è quello del Turkmenistan, perché ha fatto cose assurde, tipo rinominare il mese di aprile col nome di sua madre o farsi costruire una statua gigante d’oro. Poi Trump ha pubblicato quel video generato dall’intelligenza artificiale sul futuro di Gaza, in cui appare la statua dorata di Trump, identica a quella del dittatore turkmeno. Ci stiamo avvicinando sempre di più a quel livello di mitomania. Speriamo di no, ma la sensazione è di vivere in una distopia. Non avrei mai pensato che potesse succedere davvero. Forse abbiamo imboccato la timeline sbagliata e ora ci troviamo nella peggiore possibile.

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