Nel 2022, intervenendo al meeting annuale dei conservatori, la Conservative political action conference (Cpac) Giorgia Meloni era stata chiarissima, come lo è stata successivamente nella veste di presidente del Consiglio: bisogna stare dalla parte dell’Ucraina, accanto a Volodymyr Zelensky. Il quale non era saltato su un aereo americano con la famiglia per scappare, al momento dell’aggressione russa su larga scala cominciata il 24 febbraio 2022, ma era rimasto nel suo paese per organizzare la resistenza ucraina all’invasore. Ora il «mediocre comico», il «dittatore» che per Donald Trump avrebbe provocato quello stinco di santo di Vladimir Putin, viene dato dalla nuova Amministrazione americana in pasto all’orso russo.
Tutti aspettano che Giorgia Godot parli, cosa che non fa perché – spiegano i suoi diretti interpreti – le sue parole pesano di più, hanno una risonanza maggiore rispetto a quelle di un leader fuori gioco come il cancelliere tedesco Olaf Scholz, di un presidente francese dimezzato come Emmanuel Macron, di un premier inglese uscito dall’Ue come Keir Starmer.
La giustificazione fa ridere: Meloni tacerebbe non perché in imbarazzo, stordita dalle affermazioni allucinanti di Trump, presa in contropiede dopo essersi spesa molto per Zelensky e per questo si era conquistata una credibilità non solo a Washington presso Joe Biden ma in tutte le cancellerie europee. No, la presidente del Consiglio non parla perché è saggia, dicono i suoi, aspetta il momento opportuno.
Bene, domani questo momento arriva. L’occasione è proprio il meeting annuale del Cpac 2025. In un primo momento, sembrava che Meloni avesse deciso di recarsi di persona personalmente a Washington, cogliendo l’opportunità di avere un colloquio a quattrocchi con Trump. Fare da paciere con Zelensky e con tutti quelli morti che si ostinano a considerare l’Europa democratica e a stringere cordoni sanitari contro l’Alternative für Deutschland tanto amata da Elon Musk.
Poi Meloni ha capito che un incontro vis-à-vis sarebbe stato difficile (tranne se nel frattempo si fosse sbloccato qualcosa) e allora ha scelto di inviare un videomessaggio. Cosa dirà, finalmente, lo sentiremo dopo che l’incontenibile presidente statunitense si è rifiutato di sottoscrivere una risoluzione del G7 in cui si riconosce, come è stato fatto ogni anno, l’integrità dell’Ucraina e si condanna l’aggressione russa.
Trump invece ha consegnato a Putin la testa di Zelensky su un piatto d’argento e ha detto testuale «We have a big, beautiful ocean as separation». Ecco, in questo «beautiful ocean», Meloni rischia seriamente di annegare mentre tenta di costruire il ponte immaginario tra le due sponde atlantiche. Una sorta di incidente sul lavoro mentre viene scavalcata da Macron e Starmer: lunedì il presidente francese e il premier britannico entreranno insieme alla Casa Bianca.
Sono i due rappresentanti europei (il Regno Unito fino a prova contraria fa parte dell’Europa geografica) che hanno diritto di veto all’Onu, e che sono dotati di armi nucleari. Entrambi vogliono aiutare e mandare soldati in Ucraina, con la copertura degli Stati Uniti però, per assicurare agli eroici ucraini una sicurezza dopo un eventuale cessate il fuoco.
Non è una loro cattiveria strappare a Meloni il rapporto privilegiato con Trump di cui lei si è sempre vantata. È probabile che la presidente del Consiglio lo viva in questo modo e magari sperava che i colleghi europei le delegassero il ruolo di front woman, in missione a Washington per conto dell’Europa. Così non è stato, ma Meloni deve sperare comunque che Macron e Starmer portino a casa qualcosa di decente, che il loro viaggio serva a svelenire i rapporti tra l’americano che vuole le terre rare ucraine come risarcimento, mentre l’ucraino dice di no. Devono convincere Trump che Zelensky non può farsi saccheggiare e allo stesso tempo non essere seduto al tavolo dove si parla del futuro del suo Paese. O sei seduto al tavolo o sei solo nel menu dei grandi carnivori.
Ora il quadro è desolatamente questo, e se Macron e Starmer non riusciranno nella loro missione, sarà difficile che ci riesca Meloni, la quale si trova nel mezzo di una crisi politica personale e interna alla sua maggioranza.
Sulla politica estera la distanza tra Matteo Salvini e Antonio Tajani è netta. Perché il leghista vuole dare il Nobel per la pace a Trump, che invece Marina Berlusconi considera un bullo rottamatore dell’Occidente, tifa per i neonazisti tedeschi dell’Alternative für Deutschland al governo insieme alla Cdu di Friedrich Merz, eventualità che farebbe saltare in aria i Popolari europei, l’ultimo baluardo rimasto al confine della destra. Pretende, Salvini, che si faccia la rottamazione delle cartelle esattoriali al posto del taglio dell’Irpef che invece chiede Forza Italia.
L’elenco delle faglie di rottura tra alleati è lunga, non ultimo il caso della Commissione Covid sul presunto scandalo delle mascherine contraffatte, sollevato da Fratelli d’Italia e contrastato da Forza Italia per la quale una commissione inchiesta non è uno strumento a uso di un singolo gruppo politico. Non affrettatevi a cercare il certificato elettorale. Le urne non sono dietro l’angolo (alla Schlein, tra l’altro, verrebbe un coccolone avere a che fare adesso con il russofilo Giuseppe Conte). Si dirà che la crisi internazionale e il suo ruolo immaginario di ponte tra le due sponde dell’Atlantico non incidono sulla tenuta del governo. Sarà, ma è sempre stata Meloni a sostenere che la politica internazionale è politica interna.
L’altro giorno, a Montecitorio, Giovanni Donzelli confidava che Meloni sarebbe nei guai se Zelensky dovesse dire no al piano di pace che Trump sta scrivendo con Putin. E lo diceva prima dell’incontro a Riad tra la delegazione russa e quella americana. E prima che volassero gli stracci tra Trump e Zelensky. È proprio vero che la politica internazionale è politica interna. Meloni si tenga pronta. Teniamoci pronti.