Non c’è niente da fare, il Partito democratico non rompe con Giuseppe Conte e nemmeno ci polemizza, magari non andrà alla sua manifestazione, ma ora il problema è diventato un altro: come è conciliabile una potenziale intesa politica ed elettorale con uno che difende apertamente Donald Trump? Il caporione del Movimento si è tolto la maschera tenuemente campolarghista per rimettersi quella gialloverde, perciò dovrebbe automaticamente diventare un avversario di un partito di sinistra o di centrosinistra, dunque europeista e difensore senza se e senza ma dei diritti dei popoli offesi. Ma Trump lo si attacca, e chi appoggia il presidente degli Stati Uniti no.
Lorenzo Guerini non aveva esitato a prendere posizione contro Trump, come anche Peppe Provenzano, scrivendo che «è la Russia che ha invaso l’Ucraina che ha diritto di difendersi. Noi abbiamo il dovere di aiutarla e l’interesse di farlo. Inizia da qui il lavoro per una pace giusta. Il cinismo invece porta all’ingiustizia». Già, il contrario di quanto sostiene Conte. Come la mettiamo?
Ed ecco secondo noi le ragioni dell’acquiescenza pavida di Elly Schlein e di tutto il gruppo dirigente allargato del Nazareno. Prima di ogni cosa, si può avanzare il sospetto, molto fondato, che la segretaria del Pd e l’ala più di sinistra che la sostiene ritengono pur senza dirlo apertamente, per un minimo di decenza, che l’avvocato del popolo abbia sostanzialmente ragione, e che dunque la guerra è stata un errore (come se gli ucraini e i difensori dell’Ucraina pensassero il contrario o ne fossero responsabili…), e di conseguenza continuarla sarebbe ancora peggio, spendere soldi in armi totalmente sbagliato.
Questi non si rendono bene conto che in poche settimane il mondo è cambiato. Scambiano i diktat ideologico-commerciali di Trump per quella che chiamano pace fondata su un accordo imperialista tra il presidente degli Stati Uniti e lo zar, cioè non hanno capito che il trumputinismo stritolerà l’Europa oggi politicamente e domani economicamente.
Alla luce di questi bei convincimenti, il compagno Conte resta un punto di riferimento fortissimo dei progressisti: in principio fu la tragedia firmata Zingaretti che oggi rischia con Schlein di ripetersi in farsa. Seconda ragione che consiglia di fare ammuina con il trasformista di Volturara-a-Lago è la convinzione che la gente sia stanca della guerra (stanca, poi, di che cosa? Gli unici stanchi sono gli ucraini che la subiscono) e di vedere buttati miliardi dalla finestra quando ormai è chiaro che l’Ucraina si può svendere bene al mercato del dopoguerra allestito dalla Casa Bianca e dal Cremlino.
Terza e forse più importante ragione: non possiamo litigare più di tanto con il trumpiano Giuseppi perché volenti o nolenti i suoi voti serviranno gia a maggio a Genova, in autunno per le regionali in mezza Italia e soprattutto alle politiche, quando saranno.
È questa la ciccia della linea testardamente unitaria della leader dem, tanto solida a scapito di un minimo di coerenza. Poi, come al solito, c’è chi dice apertamente no dando voce a tanti che preferiscono tacere in omaggio al quieto vivere imposto dal cinismo della realpolitik, ed ecco dunque Giorgio Gori che postando su X il delirio contiano chiede: «Questo è il capo del movimento con cui dovremmo costruire l’alleanza alternativa al centrodestra. Al di là di ogni giudizio morale, quale politica estera pensiamo di condividere con lui? Quale posizionamento internazionale? Come potremmo essere credibili di fronte agli italiani?».
E poi Pina Picierno, che lunedì nel giorno del terzo anniversario della guerra totale russa sarà a Kyjiv assieme a Raphaël Glucksmann, mai rassegnata a subire l’offensiva di Conte che è «dalla parte di Trump e dei nemici della democrazia, contro l’Ue e contro lo Stato di diritto. C’e un limite a tutto, pure alla pazienza, anche quando è testardamente unitaria». No, a quanto pare questi non hanno limiti.