La storia infinitaTrump sta replicando la stessa fallimentare politica economica del primo mandato

Dal 2016 al 2020, il presidente degli Stati Uniti ha aumentato esponenzialmente il debito pubblico americano e il deficit commerciale con l’estero. Le sue politiche protezionistiche hanno mostrato più limiti che successi. Forse è il momento di pensare a una nuova governance economica mondiale

Cambiamenti profondi possono avvenire, ma richiedono tempo, a volte molto tempo. Perciò anche le enunciazioni esplosive e rivoluzionarie di Trump devono sempre fare i conti con la realtà. Questa non muta semplicemente perché lo si desidera. Al riguardo può essere d’aiuto analizzare i risultati economici del primo governo Trump dall’inizio del 2017 alla fine del 2020. Quattro anni di gestione dell’economia e dell’amministrazione americane non sono pochi per comprendere gli effetti di una politica che voleva essere di rottura con il passato. Le politiche economiche di Trump ci sembrano le stesse di quelle che propone adesso con maggiore virulenza.

Il debito pubblico statunitense ha visto un’impennata con Trump. Al suo arrivo lo aveva trovato a venticinquemilaseicento miliardi di dollari e a fine mandato, nel dicembre 2020, era di trentaduemilaseicentosettanta miliardi. Un aumento di oltre settemila miliardi in quattro anni! Le misure economiche contro la pandemia del Covid hanno avuto un effetto importante nel 2020. Nel triennio precedente il debito era comunque cresciuto di oltre duemilatrecento miliardi. Oggi è di circa trentacinquemilacinquecento miliardi. Biden si è mantenuto nel solco di Trump che, a sua volta, aveva continuato con la politica di indebitamento dei suoi predecessori.

Lo stesso vale per il deficit di bilancio. Era di quasi seicento miliardi di dollari a fine 2016 e Trump lo ha portato agli oltre tremila miliardi del 2020. Oggi il deficit è di 1.830 miliardi. Anche la bilancia commerciale americana era passata dal rosso al rosso scarlatto. Era di cinquecentotré miliardi di dollari all’inizio del suo mandato e, dopo l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021, Trump la lasciava con un deficit di oltre seicentoventisei miliardi. Un buco più grande di centoventitré miliardi. Biden ha portato il deficit commerciale totale a oltre novecentodiciotto miliardi.

Durante la sua presidenza, Trump ha ridotto di quasi trentanove miliardi di dollari il deficit commerciale con la Cina. Politica continuata anche da Biden. Riduzioni nella maggior parte rimpiazzate dagli aumenti di importazioni da altri paesi, anche dall’Ue. Ora Trump, per esempio, ha annunciato tariffe generali del venticinque per cento su acciaio e alluminio. Una ripetizione di ciò che aveva fatto all’inizio del 2017. Senza alcun effetto positivo! I principali esportatori oggi sono gli stessi di allora: il Canada, l’Europa e il Messico.

Nel 2017-18 le importazioni diminuirono, ma il consumo interno di acciaio diminuì ancor di più, e la stessa produzione di acciaio degli Stati Uniti scese leggermente. Ma i prezzi aumentarono. Oggi la produzione americana di acciaio è leggermente inferiore rispetto a quella del 2015. La Cina, invece, oggi produce più della metà dell’acciaio mondiale. Un simile risultato si è avuto anche per l’alluminio.

Molti sono stati gli studi sugli effetti negativi della politica dei dazi del primo Trump sull’economia americana. Gli effetti accertati furono un leggero aumento dell’inflazione e la diminuzione delle produzioni interne. Non possono essere tutte catalogate come parte di un “complotto contro Trump”. Per esempio, nella relazione tenuta davanti a un Comitato del Congresso, la Tax Foundation, un think tank indipendente, ha riportato che la Commissione per il commercio internazionale degli Stati Uniti (Usitc) ha riscontrato che, a seguito dei dazi sull’acciaio e sull’alluminio, si era avuto un aumento di 2,8 miliardi di dollari nella produzione, anche dovuto ai prezzi più elevati determinati dai dazi.  Ha riscontrato altresì la diminuzione della produzione per 3,4 miliardi di dollari in alcuni comparti produttivi, come nelle costruzioni e nelle industrie che usano l’acciaio e l’alluminio.

Anche la Federal Reserve Bank di San Francisco a febbraio 2019 aveva stimato che le prime tre tranche di dazi sui beni cinesi avevano fatto aumentare dello 0,1 per cento i prezzi al consumo nell’intera economia. Ci furono diversi cambiamenti nella politica tariffaria da febbraio 2019 (in particolare l’aumento dei dazi sulle importazioni cinesi al venticinque per cento) che, secondo lo studio, avrebbero generato un altro aumento dei prezzi al consumo dello 0,3 per cento.

Quando ha annunciato i dazi urbi et orbi, Trump ha più volte ammesso che «potremmo avere qualche piccolo dolore (pain) nel breve termine, e la gente lo capisce». Forse è già consapevole che non saranno tutte rose e fiori. Sostiene anche che gli Stati Uniti «sono stati derubati» da ogni paese del pianeta. Davvero strano questo vittimismo da parte della nazione più potente del mondo. La sensazione netta è che Trump, con Musk e altri, voglia sconquassare l’intero sistema delle relazioni internazionali nate alla fine della seconda guerra mondiale.

Secondo noi, è l’ora di una nuova Bretton Woods, dove definire una più equa governance mondiale e una riforma del sistema economico, commerciale e finanziario globale, cui dovrebbero partecipare non solo gli Stati Uniti e l’Europa ma anche tutti i paesi Brics, l’Unione africana e il Mercosur.

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