La terza viaLa ricetta Ue all’intelligenza artificiale tiene insieme l’etica e la produttività

Con la promessa di duecento miliardi di investimenti e l’Ia Act appena varato, Bruxelles tenta di definire una strada alternativa al laissez-faire americano e al dirigismo cinese. Ma i numeri ballano e le sfide infrastrutturali restano

United States Vice-President JD Vance, right, and European Commission President Ursula von der Leyen during a bilateral meeting on the sidelines of the Artificial Intelligence Action Summit in Paris, Tuesday, Feb. 11, 2025. (AP Photo/Thomas Padilla) associated Press / LaPresse Only italy and Spain

«Il futuro dell’intelligenza artificiale non sarà vinto da chi si tormenta sulla sicurezza», ha tuonato il vicepresidente americano JD Vance all’Ia Action Summit di Parigi. «Lo si otterrà costruendo centrali elettriche affidabili e strutture di produzione in grado di produrre i chip del futuro». Un attacco frontale alla visione europea dell’Ia, che ha trovato la sua consacrazione nell’Ia Act approvato l’anno scorso e non ancora entrato in vigore. Ambizioso corpus di regole, che punta a conciliare innovazione e responsabilità etica, ma che secondo molti rischia di rallentare la competitività del continente.

Lo scontro di Parigi ha messo a nudo le tre visioni che si contendono il futuro dell’intelligenza artificiale. Da una parte gli Stati Uniti di Trump, che hanno già smantellato il framework regolatorio di Biden sull’Ia in nome della deregulation totale. Una svolta radicale rispetto alla precedente amministrazione: cancellate le linee guida del Dipartimento del Lavoro sull’uso dell’Ia in ambito occupazionale, rimosse le indicazioni dell’Eeoc sui rischi di discriminazione, eliminato ogni riferimento alle “restrizioni ideologiche” nello sviluppo dei sistemi di AI. Dall’altra parte c’è la Cina, che ha firmato la dichiarazione finale del summit parigino ma prosegue sulla sua strada: controllo statale ferreo, piano nazionale per l’Ia e massicci investimenti pubblici, con risultati che cominciano a vedersi. Il recente sorpasso del chatbot Deepseek sui concorrenti occidentali è solo l’ultimo segnale di un paese determinato a dominare la tecnologia del futuro.

In mezzo l’Europa, che tenta di tracciare una “terza via”: regole chiare ma non soffocanti con l’IA Act, apertura all’innovazione ma nel rispetto di principi etici condivisi. Una posizione che rischia di essere schiacciata tra i due estremi, come mostrano i numeri: secondo le proiezioni Statista, nel 2025 il mercato dell’Ia raggiungerà i 66,2 miliardi di dollari negli Stati Uniti e i 45,4 miliardi in Cina, mentre l’Ue si fermerà a 41,8 miliardi. Un divario che potrebbe allargarsi ulteriormente entro il 2030, quando il mercato cinese dovrebbe toccare i 154,8 miliardi.

La risposta europea: regole chiare e investimenti massicci
Per colmare questo divario, Bruxelles ha deciso di giocare tutte le sue carte. Una partita che si gioca su tre tavoli: massicci investimenti pubblici, un quadro normativo chiaro e una spinta all’innovazione diffusa. Il programma di lavoro 2025 della Commissione, presentato ieri in plenaria, ne delinea l’architettura complessiva. Ma dietro i grandi annunci emergono le prime crepe.

Il primo tassello è InvestAI, l’iniziativa che dovrebbe mobilitare duecento miliardi annunciata da von der Leyen a Parigi. Il condizionale è d’obbligo: nel suo discorso la presidente ha parlato di cinquanta miliardi pubblici, mentre la nota ufficiale della Commissione ne cita solo venti, con la promessa di altri trenta in arrivo. Una confusione nei numeri che non aiuta la credibilità del piano. Il progetto prevede quattro gigafactories dell’Ia distribuite nell’Ue, con circa centomila chip di ultima generazione – quattro volte la capacità delle strutture attuali. «Questa partnership pubblico-privata unica, simile a un Cern per l’Ia, permetterà a tutti i nostri scienziati e aziende –non solo alle più grandi – di sviluppare i modelli più avanzati», ha spiegato von der Leyen. Ma c’è un problema di fondo: l’Europa non produce i chip e le schede grafiche necessarie ad alimentare questi supercomputer. Una parte significativa degli investimenti servirà quindi ad acquistare hardware da fornitori extra-europei, perpetuando una dipendenza tecnologica critica.

Accanto alle gigafactories, l’Ue ha già avviato le prime sette “Ia factories“, a cui se ne aggiungeranno presto altre cinque. Una di queste sarà il tecnopolo di Bologna, parte di un investimento complessivo di dieci miliardi cofinanziato da Ue e Stati membri. È il più grande investimento pubblico in Ia al mondo, destinato a sbloccare oltre dieci volte tanto in investimenti privati. Ma anche qui emergono nodi infrastrutturali: in primis, tutti i data center necessari sono ancora dominati dalla triade Amazon Web Services, Google e Microsoft, mentre le alleanze cloud europee non sono riuscite finora a scalfire questo oligopolio. In secundis, la sfida energetica rischia di complicare il quadro: secondo le stime, entro il 2030 la domanda di energia dei data center potrebbe aumentare del centosessanta per cento, raggiungendo 287 Terawattora, l’equivalente energetico annuale di tutti i Paesi nordici messi insieme.

Oltre al fondo InvestAI, la Commissione sta intraprendendo altre azioni in diversi campi, come il programma “GenAI4EU“, per stimolare l’adozione dell’Ia generativa nei quattordici ecosistemi industriali strategici dell’UE, un Consiglio europeo per la ricerca sull’Ia e – quando sarà attivato – “Apply AI” per guidarne l’implementazione nel settore pubblico. Il piano prevede anche misure concrete per le startup innovative. Una specifica strategia Ue su start-up e scale-up affronterà gli ostacoli alla loro crescita, mentre il nuovo “28° regime giuridico” semplificherà le norme applicabili. L’obiettivo è permettere alle imprese innovative di operare con un unico set di regole in tutto il mercato unico. Ma l’atteggiamento ambivalente verso i privati non aiuta: basti pensare alle voci di indagini partite da Bruxelles quando, un anno fa, Microsoft ha investito nella promettente start-up francese Mistral.

Tutto questo si inserisce nel quadro normativo dell’Ia Act, primo regolamento al mondo sull’intelligenza artificiale. La legge introduce un approccio basato sul rischio, con regole proporzionate per diversi tipi di sistemi AI. Include anche norme dedicate per i modelli Ia general-purpose, come i grandi modelli linguistici. Tuttavia, l’abbondanza di casistiche, eccezioni e vincoli rischia di creare più confusione che chiarezza, alimentando dubbi interpretativi e rallentando l’innovazione.

Un’Europa più veloce nel digitale?
Dopo aver definito la strategia e stanziato i fondi, ora Bruxelles deve dimostrare di saper passare dalle parole ai fatti. Il programma di lavoro 2025 presentato oggi a Strasburgo, insieme alla Bussola per la competitività lanciata a gennaio, ambisce a un cambio di paradigma: dopo anni passati a definire le regole del gioco – dal Gdpr all’Ia Act – la Commissione prova a cambiare marcia, mettendo al centro velocità di esecuzione e competitività. Una svolta non priva di contraddizioni.  «Non abbiamo tempo da perdere se vogliamo mantenere il nostro vantaggio economico», ha sottolineato il commissario Šefčovič in plenaria. Parole che sembrano rispondere alle critiche di chi, come il vicepresidente americano Vance a Parigi, accusa l’Europa di “tormentarsi sulla sicurezza” mentre altri corrono. Ma il tentativo di accelerazione rischia di scontrarsi con le caratteristiche genetiche della macchina europea.

Da un lato il programma 2025 promette una rivoluzione copernicana: meno burocrazia, più investimenti, focus sull’implementazione invece che sulla regolamentazione. L’AI Continent Action Plan dovrebbe trasformare l’Europa in un hub mondiale per l’intelligenza artificiale, mentre il Digital Networks Act promette di abbattere le barriere nel mercato unico digitale. La Bussola indica la direzione: innovazione nei settori deep tech, leadership industriale e riduzione delle dipendenze strategiche.

Ma la discussione in plenaria ha fatto emergere diverse criticità. Come hanno fatto notare alcuni (pochi in realtà) deputati non basta promettere velocità se poi non si affrontano i nodi strutturali. E i nodi sono tanti: dalla dipendenza dai chip asiatici al dominio americano sui data center, dalla frammentazione del mercato digitale europeo alla fuga dei talenti verso gli USA. Il programma cerca di rispondere introducendo i “dialoghi di implementazione”, tavoli regolari tra commissari e stakeholder per monitorare l’attuazione delle iniziative. Ma il rischio è che si trasformino nell’ennesimo livello di complicazione burocratica. In pratica si cerca di combattere la burocrazia con altra burocrazia.

A mettere il dito nella piaga è stata sopratutto Valérie Hayer (Renew): «Nel 2008 eravamo allo stesso livello degli Stati Uniti. Oggi siamo a quindici miliardi di Prodotto interno lordo mentre loro sono a trenta. È una tendenza che va avanti da 20 anni e si sta accelerando. E in tutto questo tempo regna l’inerzia». Un’accusa pesante, accompagnata da domande scomode: «Dov’è finita l’Unione dell’energia? E l’Unione dei mercati dei capitali?».

La vera sfida politica per l’Europa, allora, è culturale prima ancora che tecnica: riuscire a conciliare la sua vocazione regolatoria con la necessità di muoversi alla velocità dell’innovazione. Il programma 2025 prova a squadernare questa quadratura del cerchio. Ma come ha sintetizzato efficacemente Dombrovskis in conferenza stampa a margine della seduta, «non si tratta solo di scrivere nuove regole, ma di cambiare il modo in cui l’Europa fa le cose». In gioco c’è molto più del successo di singole iniziative: c’è la capacità dell’Europa di essere protagonista nella corsa tecnologica globale. Una corsa in cui gli Stati Uniti puntano sulla forza dirompente del mercato e la Cina sulla pianificazione statale.

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