Il futuro degli ucraini non lo decidono né a Washington né a Bruxelles. Volodymyr Zelensky ha appena dichiarato di essere pronto a dimettersi in cambio dell’ingresso dell’Ucraina nella Nato. Ma anche se dovesse mai accettare le condizioni di Donald Trump e Vladimir Putin, non è detto che l’esercito al fronte smetta di combattere.
È più o meno questo il tono delle discussioni che si sentono tra soldate e soldati ucraini rientrati a Kyjiv per salutare mogli e mariti. Si dicono «arrabbiati», «pessimisti», «irritati» dai colloqui in corso Europa e negli Stati Uniti. Alcuni di loro sono volontari, che dopo il 24 febbraio 2022 hanno deciso di arruolarsi nell’esercito. Quando tre anni fa, intorno alle 4 ora italiana, le forze armate russe invasero l’Ucraina, erano professori, medici, giornalisti, scrittori. Tre anni dopo, googlando i loro nomi, si trovano tracce della «vita precedente». Le giacche sono state sostituite dalle mimetiche, le barbe sono diventate più lunghe bianche e i visi sono più tesi e scavati. In mezzo ci sono matrimoni saltati, famiglie separate, figli che sono diventati rifugiati in altri Paesi.
«Davvero ora si vuole dire che tutto quello che è successo in questi anni, tutte le persone che sono morte sono morte per niente?». Questa è la risposta che si riceve quando si chiede un parere su un possibile accordo con Putin. «Non possiamo arrenderci e basta. Gli ucraini vogliono la pace, ma non qualunque pace».
Passeggiando per le strade della capitale ucraina coperta dalla neve di febbraio, ci si imbatte nei cartelli con su scritto «Kyjiv is waiting for you after the victory» – «Kyjiv ti aspetta dopo la vittoria» – con l’immagine dell’arcangelo Michele che sferra una spada.
Mentre a Est si continua a combattere per quella «vittoria», da tre anni ormai le notti degli ucraini sono interrotte dagli allarmi per i raid aerei russi. La app “Air Alert”, collegata al sistema di difesa aerea, suona negli smartphone con un suono di sirena mentre la voce di Mark Hamill, l’attore che interpreta Luke Skywalker in “Star Wars”, invita ad andare nello shelter più vicino. Nei gruppi WhatsApp e Telegram, con emoji di razzi e bombe, viene segnalato se si tratta di missili o droni. E una volta svegli, mentre le sirene irrompono nel silenzio delle città, bisogna decidere in pochi secondi se è il caso o no di alzarsi dal letto, svegliare i bambini, prendere i cappotti, mettere le scarpe, correre. Quasi ogni notte così, da più di mille giorni.
«Ormai ho smesso da tempo di correre nello shelter ogni volta suona l’allarme sullo smartphone. Se lo facessi, vivrei una vita miserabile», dice Yevhen Hlibovytsky, direttore del Frontier Institute, un think tank di sociologi ed economisti che studia i cambiamenti nella società ucraina dopo l’invasione su larga scala.
Quella tra l’11 e il 12 febbraio, a Kyjiv è stata una di quelle notti in cui in tanti hanno deciso che era il caso di corre nello shelter con pigiama e cappotto. Il suono dei Patriot è rimbombato nel centro della città. La difesa antiaerea ha abbattuto sei missili balistici e settantuno droni lanciati dalla Russia, che hanno danneggiato diversi palazzi, provocando la morte di una persona. Parcheggi sotterranei, scale e garage si sono affollati poco prima delle 5 del mattino. La regola è: se non hai uno shelter a disposizione, devono esserci almeno due muri a proteggerti dall’esterno. L’allerta è durata quaranta minuti circa, poi tutti di nuovo a letto. Fino al suono della sveglia.
La mattina successiva, come sempre accade dopo un attacco missilistico, i caffè di Kyjiv erano più affollati del solito. «La gente ha voglia di stare insieme, parlarsi, prendere più di un caffè per svegliarsi meglio», raccontano tutti.
«Certo, siamo stanchi, traumatizzati ed esausti dopo tre anni di guerra, ma questo è il modo di reagire ucraino», dice Hlibovytsky. «La nostra fortuna è che Zelesnky è cresciuto in un brutto quartiere, uno di quelli in cui i genitori ti danno i soldi per la merenda prima di andare a scuola e vieni derubato appena esci di casa. Quindi devi reagire. Quando abbiamo eletto Zelensky, non sapevamo che la cosa migliore della sua personalità fosse proprio questa capacità di resistere ai bulli come Putin».
A tre anni da quel 24 febbraio 2022, a guardare i sondaggi, la società ucraina prova, seppure a fatica, a restare coesa. Il gradimento per Zelensky, nonostante sia in discesa rispetto a oltre il novanta per cento dei primi giorni dell’aggressione russa, è ancora al cinquantasette per cento. E il settanta per cento degli ucraini, checché ne dica Trump, è convinto che non si possano tenere nuove elezioni mentre è ancora in vigore la legge marziale.
«Prima dell’invasione russa, l’Ucraina era un insieme di bolle che non comunicavano tra loro», spiega Hlibovytsky. «C’erano persone che non avevano mai lasciato il proprio paesino e non avevano mai viaggiato nel Paese. La guerra ha spostato un numero incredibile di persone, l’esercito è diventato un grande luogo di incontro, le reti di volontari hanno mescolato mondi che prima non avevano alcuna connessione e la bandiera si è trasformata in un simbolo di resistenza comune». Quanto potrà durare tutto questo? «L’identità ucraina è fatta per una guerra che può durare a lungo», risponde Hlibovytsky.
Dall’economia alle famiglie, dalle abitudini quotidiane alle istituzioni democratiche, è come se in questi tre anni l’Ucraina si sia pian piano reinventata e abbia trovato il modo di convivere con la guerra. Dal 24 febbraio 2022, un milione di ucraini sono andati a combattere, di cui oltre centomila volontari. Sei milioni e mezzo sono emigrati all’estero, altri cinque milioni sono sfollati all’interno del Paese.
Dopo tre anni di guerra, l’età del servizio militare lo scorso maggio è stata abbassata da ventisette a venticinque anni. Il salario dei soldati è stato alzato e si danno incentivi per arruolarsi. Ma al fronte manca il ricambio. Non si vedono più le lunghe code di nuove reclute per sostituire i militari a Est. E decine di migliaia di soldati hanno disertato dall’esercito. E anche se nel 2024 sono state create undici nuove brigate, i russi continuano ad avanzare. «Nell’ultimo anno, abbiamo perso tremilaseicento chilometri quadrati dei nostri territori, soprattutto a Sud. Nel 2023, erano duemilatrecento», spiega Mykola Beleskov, analista del National Institute for Strategic Studies. «Abbiamo grossi problemi, ma anche i russi sono molto nervosi. Nonostante la superiorità militare, in tre anni non sono riusciti a vincere questa guerra». Ora, dice Beleskov, «grazie all’amministrazione Biden e alle spedizioni di armi americane degli ultimi mesi, penso che saremo al sicuro almeno per i prossimi sei mesi». Dopo, non si sa.
Mentre il fronte chiede munizioni, elmetti, droni, visori notturni, e i territori occupati da Mosca sono vittime della peggiore russificazione, chi ha deciso di restare vive una sorta di doppia vita. Divisa tra la guerra e un’apparente normalità. Mettere la scarpe davanti alla porta prima di andare a letto è diventata un’abitudine. I club di musica elettronica cominciano a suonare nel primo pomeriggio per chiudere entro il coprifuoco che scatta a mezzanotte. I lunghi viaggi sui treni notturni dalla Polonia, sempre strapieni, sono ormai parte dell’orizzonte ucraino. Così come i suoni delle sirene per strada, alternati al traffico nelle ore di punta e ai rumori dei cantieri che stanno già ricostruendo quello che i russi hanno distrutto.
All’ospedale pediatrico Ohmatdyt di Kyjiv, il più grande della città, colpito lo scorso 8 luglio da un missile russo, a breve partiranno i lavori ricostruzione finanziati da una raccolta fondi privata. «Abbiamo riavviato tutti i reparti tranne quello della dialisi, andato distrutto», spiega il dottor Oleksandr Urin, general manager dell’ospedale. «Ma nei prossimi sei mesi contiamo di riavviare tutti i reparti. Prima che Trump stoppasse Us Aid, avevamo concordato anche il finanziamento di un nuovo trasformatore. Ora ci aspettiamo che arrivi».
Le finestre collassate nell’attacco missilistico di luglio sono state coperte intanto da pannelli di legno e teli di plastica. Il numero dei posti letto è sceso da settecentoventi a cinquecentosettantuno. Ma l’ospedale, famoso per la cura delle malattie rare infantili, continua ad andare avanti. La mattina dell’attacco, erano ricoverati seicentoventisette bambini. I medici provarono a metterli in salvo negli shelter. I feriti alla fine furono oltre 150 tra pazienti e personale sanitario. E nell’attacco morirono una nefrologa e un nonno che si trovava nel piazzale per far visita al nipote ricoverato.
«Venivo a lavorare pensando di essere al sicuro, credevo che non avrebbero mai colpito un ospedale pieno di bambini», racconta la dottoressa Anisiia Luchkiv, specializzata in ematologia. «Quel giorno avevo appena iniziato il mio turno, è stato uno shock, un punto di non ritorno». Dopo l’8 luglio, alcuni pazienti sono stati spostati in altri ospedali. «Ma con i continui allarmi, non possiamo far muovere tutti ogni volta nel basement. I pazienti in terapia intensiva, che non possono essere spostati, li abbiamo sistemati in spazi protetti da almeno due muri. Ora lavoriamo così, sapendo che anche qui ci possono colpire».
È anche questo il «new normal» ucraino. Così come, mentre la guerra non è ancora finita, il Paese si sta già popolando di luoghi della memoria. A Irpin, a circa trenta chilometri dalla capitale, la municipalità ha messo in piedi un «percorso della memoria» con tanto di pannelli multimediali per ricordare quello che i russi hanno fatto tra febbraio e marzo del 2022. A Bucha, il memoriale costruito su quella che era la fossa comune della città, è diventato ormai un luogo visitato da migliaia di ucraini che vengono fin qui a portare un fiore.
Prima della guerra, Olena Dementyeva aveva una società di social media management. Rimasta senza lavoro, si è reinventata ora come guida del «tour della memoria» tra Bucha e Irpin, per raccontare l’orrore delle due cittadine alle porte di Kyjiv diventate simbolo delle violenze dei primi giorni dell’invasione russa. «I russi sono arrivati a dieci chilometri dal mio paese. Il giorno prima non aveva fatto benzina alla macchina, ma il giorno dopo era già troppo tardi», racconta. «Facevo su e giù con la bicicletta fino alla statale dove migliaia di persone stavano fuggendo. Non sapevamo se saremmo stati noi la prossima Bucha».
Lungo Vokzalna, accanto ai magazzini Giraffe dove i carri armati russi distrussero tutto quello che trovavano lungo il cammino, hanno ricostruito un gruppo di case nuove di zecca con i tetti spioventi. «Queste sono meglio di quelle di prima», dice Olena. «Abbiamo cominciato subito a ripulire e a ricostruire. Non significa cancellare la memoria, non dimenticheremo mai quello che ci hanno fatto. È semplicemente lo stile ucraino. Non ci piace vivere nelle rovine, anche se sappiamo che la guerra continua e che i russi potrebbero tornare da un momento all’altro».
A Irpin, dopo due anni di lavori, è stato inaugurato il nuovo ponte sul fiume costruito da una società turca, proprio accanto a quello distrutto dagli ucraini per impedire ai russi di raggiungere Kyjiv. Una targa riporta la data del 25 febbraio 2022 e un pannello digitale manda in loop le immagini drammatiche di quei giorni in cui folle di cittadini fuggivano dai russi attraversando l’acqua gelida tra le macerie. Poco prima, un cumulo di auto arrugginite è stato ribattezzato «cimitero delle macchine» e riconvertito in una pista per le esercitazioni delle scuole guida. Mentre dove sorgeva la casa della cultura di Irpin, c’è in progetto ora di ricostruire un centro internazionale di cultura.
A Bucha, l’ottanta per cento della popolazione è tornata nelle proprie case e altre diecimila si sono trasferite da Est, prendendo in affitto gli appartamenti vuoti di chi ancora è rimasto all’estero. «Anche perché qui gli affitti sono molto più bassi rispetto a Kyjiv», spiega Olena. Lungo Yablunska Street, la strada dell’orrore con i corpi dei civili uccisi ammassati lungo i bordi, si vedono ancora le scritte «persone» sulle porte, per indicare ai russi la presenza di civili dentro. Andriy Galavin, parroco della chiesa ortodossa di Sant’Andrea, fu tra i primi a vedere gli orrori che i russi avevano compiuto in quelle case. «Le persone qui hanno ripreso la loro vita come possono», dice il parroco. «Ma solo Dio può perdonare i russi, io no. Il perdono viene dato ai peccatori quando si pentono. Non posso chiedere al nostro popolo di perdonare i russi, mentre stanno uccidendo ancora i nostri figli».
Le bandierine gialle e azzurre che ricordano i morti dell’esercito coprono ormai quasi tutta l’ala destra di piazza Maidan a Kyjiv. Le stime non ufficiali parlano di circa 80mila morti, ma potrebbero essere molti di più. Il piazzale della cattedrale di San Michele si popola ogni settimana di pullman carichi di soldati in mimetica che presenziano ai funerali militari. Mentre sui muri attorno, ormai, non c’è più spazio per le foto dei caduti.
A Podil, poco sotto la ruota panoramica, si organizzano esercitazioni gratuite per insegnare ai bambini a pilotare i droni. In tanti, nei fine settimana, partecipano alle esercitazioni militari. E ognuno cerca di sostenere l’esercito come può. Dalla maggioranza all’opposizione, dagli operai agli intellettuali, dai giovani ai vecchi, l’esercito è quello che mette d’accordo tutti gli ucraini. C’è chi fa raccolte online, chi per strada, chi ha messo in piedi fondazioni e campagne di fundraising sui social che hanno raccolto milioni di dollari. Ci sono ristoranti che offrono sconti solo per i soldati. E nei negozi si possono comprare caramelle e dolci, devolvendo una parte del prezzo ai militari.
«Negli altri Paesi, le imprese fanno Csr (Corporate social responsibility, ndr) finanziando progetti contro l’estinzione delle api e degli uccelli. Qui si fa Csr sostenendo l’esercito per proteggere il nostro Paese», dice Yuliya Sotska, ex giornalista ucraino-canadese, oggi portavoce della “Come Back Alive Foundation”, prima organizzazione autorizzata nel 2014 dal governo ucraino a importare materiale militare per l’esercito. In dieci anni di raccolta fondi, hanno comprato dodici veicoli blindati, più di quattromilaseicento fucili e raccolto oltre cinque milioni di euro per acquistare gli equipaggiamenti speciali destinati ai cecchini per colpire con precisione da più di due chilometri di distanza.
A Khreshchatyk Street, la strada di Kyiv che Vladimir Putin nel 2022 pianificava di conquistare con una grande parata militare, un anno fa ha aperto Sens, la più grande libreria della città, con un bar sempre pieno, uno spazio per eventi e migliaia di libri distribuiti su due piani. Tutti scritti da autori ucraini in ucraino, con una piccola sezione in inglese per gli autori esteri, ma niente russi.
«Quando abbiamo aperto, abbiamo lanciato una campagna chiedendo ai clienti di liberare gli scaffali delle loro librerie portando qui i vecchi libri in russo», racconta Oleksii Erinchak, trentasette anni, fondatore di Sense. «Si sono create lunghe file, abbiamo raccolto in poco tempo 4 tonnellate di libri, che abbiamo mandato nella discarica della carta per il riciclo. I soldi guadagnati li abbiamo inviati all’esercito. Noi ucraini non dobbiamo difendere solo il fronte, dobbiamo difendere anche la nostra cultura. Anche questo è il nostro iron dome contro i russi».
I libri in lingua ucraina, negli ultimi due anni, hanno registrato un boom di stampa e vendita. Lo scorso maggio, al Festival del libro all’Arsenal di Kyjiv, i visitatori sono stati trentacinquemila. Una settimana prima, un missile russo aveva colpito la tipografia Factor Druk di Kharkiv, uccidendo sette dipendenti e provocando la distruzione di cinquantamila libri destinati al festival.
E la cancellazione della lingua russa dalla vecchia vita pre-guerra è diventata parte della resistenza ucraina. «Sono nato in una regione russofona, ho parlato russo con la mia famiglia per tutta la mia vita, ma ora l’abbiamo bandita dalle conversazioni», dice Oleksii. Non lontano dalla sua libreria, Stanislav Zavertailo, quarantacinque anni, cofounder delle pasticcerie “Honey Cafe” e “Zavertailo Cafe” di Kyjiv, ha aperto due nuovi locali negli ultimi tre anni. «Ho parlato russo per tutta la vita e parlavo russo anche con i miei figli. Ora anche loro lo stanno via via dimenticando», dice anche lui. E «con il nostro lavoro continuiamo a sostenere l’esercito e a raccogliere fondi per il fronte. Il nostro motto è: “Prepariamo dolci per gli impiegati, per comprare i tank per i soldati”».
E il russo che prima era la lingua degli incontri di business e di lavoro è ormai stato sostituito dall’inglese. «Le lingue ufficiali qui sono ucraino e inglese», dice assertivo Tymofii Brik, giovane rettore della Kyiv School of Economics, Kes, un’università privata che negli ultimi tre anni è passata da duecento a più di mille studenti. «Eravamo un piccolo ateneo concentrato sugli studi economici, dopo l’invasione su larga scala abbiamo introdotto corsi di laurea in ingegneria, matematica e psicologia, tutti correlati alla guerra». Tra le novità, c’è un master per specializzarsi nella costruzione di droni, un corso di urbanistica per la ricostruzione delle città e uno di giurisprudenza concentrato sui crimini di guerra. «Continuiamo a creare shelter sicuri per i nostri studenti. Anche questo è uno dei motivi per cui i genitori vogliono iscrivere qui i propri figli», prosegue il rettore. La retta, circa tremila euro l’anno, è tra le più alte di Kyjiv. Al Kse hanno introdotto però borse di studio per i ragazzi che arrivano dai territori occupati e per i figli dei caduti in guerra. «Per noi è anche una questione strategica», dice Brik. «Dobbiamo investire nel capitale umano, offrire maggiori possibilità a tutti, educare le nuove generazioni. È l’unico modo per far crescere l’economia ucraina».
Uno dei principali problemi del Paese ora è la carenza di manodopera. Prima dell’aggressione russa, l’Ucraina aveva una delle popolazioni più istruite del mondo. Il settanta per cento ha un’istruzione secondaria o superiore, soprattutto nelle discipline scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche e matematiche. Ma dall’inizio della guerra, già 665mila studenti universitari si sono trasferiti all’estero. «Demograficamente, siamo sull’orlo della catastrofe», spiega Brik. Tra il basso tasso di natalità, l’arruolamento nell’esercito, le migrazioni all’estero e l’alta mortalità, mancano lavoratori in ogni settore. Dai più qualificati agli operai per ricostruire case e ponti.
Il Pil ucraino, dopo lo shock dell’invasione del 2022, è crollato di oltre il ventotto per cento. Nel 2023, l’economia ha avuto un rimbalzo di circa il cinque per cento e tra il tre e il quattro per cento nel 2024. «La nostra previsione è di crescere del quattro per cento nel 2025», spiega Dmytro Krukovets, economista del Kes, «salendo poi del 6-7 per cento se e quando la guerra finirà, grazie all’arrivo di investimenti e progetti di ricostruzione».
Secondo le stime della Banca mondiale, per continuare a crescere del 6,6 per cento all’anno, l’Ucraina avrebbe bisogno di oltre 300 miliardi di dollari di investimenti. Al Kse hanno già preparato una guida per chi voglia investire anche prima della fine della guerra, «per cogliere le opportunità che verranno con la ricostruzione», puntando anche sulla alta digitalizzazione del Paese e le famose terre rare tanto ambite da Trump. Il governo di Zelensky ha già messo in campo incentivi fiscali e assicurazioni speciali per gli investitori stranieri. Ma tutto dipenderà da cosa accadrà nelle prossime settimane.
«Qui nessuno lo sa. Nessuno conosce i dettagli e sa cosa davvero ha in mente Trump», dice Yevhen Hlibovytsky. «Il rischio è che una cattiva pace avvelenerà l’Ucraina e seminerà un risentimento anti-occidentale. Se agli ucraini verrà fatta mangiare la pillola avvelenata, dobbiamo aspettarci una crescita del populismo».
Tra gli analisti di strategie militari ucraine, l’attenzione, più che a Est, è rivolta soprattutto al Sud e al Mar Nero. L’economia ucraina poggia sull’esportazione e avrà bisogno dello sbocco a mare per una ripresa dell’economia in caso di un cessate il fuoco. «Non abbiamo un dibattito vivace in Ucraina su cosa sarebbe a questo punto una vittoria per noi», ammette Mykola Beleskov. «La liberazione di tutti i territori occupati purtroppo ora è fuori dalla nostra portata. La vittoria, per me, è la preservazione dell’Ucraina sovrana e indipendente nel presente. Ma un cessate il fuoco senza protezioni e garanzie di sicurezza sarebbe peggio che continuare a combattere in condizioni di deterioramento. Quello che ci interessa è negare la vittoria alla Russia, negare a Mosca la possibilità di dettare i termini dell’accordo. Senza la Nato o qualche altra coalizione che coinvolga i principali Paesi europei e l’America, sarà molto difficile convincere Putin a fermare in futuro la sua aggressione».
Negli ultimi giorni, mentre Trump è arrivato ad attaccare Zelensky definendolo un «dittatore senza elezioni», il dibattito politico nella Rada, il Parlamento ucraino, si è riacceso. «Credo che il presidente Zelensky farà votare al Parlamento qualsiasi accordo di tregua», dice Inna Sovsun, deputata del partito di opposizione Holos. «Il ritorno dello scontro politico è pericoloso perché fa perdere la missione comune di vincere contro i russi. Ma il problema è che non sentiamo parlare di pace, solo di cessate il fuoco. L’incertezza è altissima. Il rischio è che la società si disgreghi ulteriormente. Sembra di rivivere i giorni che hanno preceduto l’invasione su larga scala tre anni fa, quando tutto era poco chiaro e non si sapeva cosa aspettarsi». E il pericolo, dice Inna Sovsun, «è che la guerra venga solo sospesa, messa in pausa. Ho un figlio di dodici anni e se la guerra tornerà tra sei o sette anni sarà abbastanza grande per prestare servizio. Mio marito è al fronte e dal 2022 viviamo separati. Quello che nessuno vuole, qui, dopo il sacrificio degli ultimi tre anni, è lasciare una nuova guerra in eredità ai nostri figli. Non possiamo smettere di difenderci sapendo che i russi potranno tornare».

