Dopo ore di smentite, audizioni, accuse di falsificazione e dichiarazioni contraddittorie da parte dei vertici della sicurezza nazionale americana, il direttore dell’Atlantic Jeffrey Goldberg ha deciso di pubblicare le chat su Signal in cui l’amministrazione Trump discuteva i dettagli operativi dell’attacco aereo contro obiettivi Houthi in Yemen, senza sapere che tra i membri del gruppo c’era il direttore del giornale americano.
L’Atlantic aveva deciso di non pubblicare i dettagli sugli attacchi per questioni di sicurezza nazionale, salvo poi cambiare idea dopo le smentite dei trumpiani che hanno cercato di sminuire la portata della vicenda, negando che si trattasse di informazioni classificate. Una bugia ripetuta sotto giuramento in Senato sia dalla direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard, sia dal capo della CIA, John Ratcliffe, nel tentativo di far passare il direttore dell’Atlantic come un bugiardo.
Oltre a Ratcliffe e Gabbard, nella chat denominata “Houthi PC small group”, c’erano il consigliere per la sicurezza Michael Waltz, il segretario alla Difesa Pete Hegseth e persino il vicepresidente degli Stati Uniti J. D. Vance. Tutti riuniti per coordinare su Signal (!) un attacco aereo imminente contro obiettivi strategici delle milizie sciite Houthi in Yemen. Quindi: tutti gli uomini (e le donne) del presidente Trump, più il giornalista dell’Atlantic.
La conversazione su Signal inizia con un messaggio di Michael Waltz, lo stesso che ha aggiunto per sbaglio Goldberg nella conversazione, in cui spiega di aver creato una squadra operativa (tiger team) composto da vice e capi di gabinetto delle agenzie, come seguito alla riunione nella Situation Room di quella mattina per definire le azioni da intraprendere nello Yemen.
Dopo alcune indicazioni operative, interviene JD Vance con un messaggio politico in cui esprime le sue perplessità sull’attacco: «Squadra, oggi sono fuori per un evento economico in Michigan. Ma credo che stiamo commettendo un errore. Il tre per cento del commercio statunitense passa attraverso Suez. (Mentre passa, ndr) il quaranta per cento di quello europeo. C’è un rischio concreto che l’opinione pubblica non comprenda questo dato, né il motivo per cui l’operazione è necessaria. La ragione più forte per procedere è, come ha detto il Presidente (Trump, ndr), “mandare un messaggio”. Ma non sono certo che il presidente sia consapevole di quanto questa scelta sia incoerente con la sua attuale posizione sull’Europa. C’è anche il rischio aggiuntivo di un aumento moderato o grave del prezzo del petrolio.Sono disposto a sostenere il consenso del gruppo e a tenere per me queste preoccupazioni. Ma c’è un solido motivo per rimandare tutto di un mese, lavorare sulla comunicazione per spiegare perché è importante, vedere come evolve l’economia, e così via».
A Vance risponde un tale Joe Kent, che secondo l’Atlantic potrebbe essere il candidato di Trump a dirigere il National Counterterrorism Center: «Non c’è nulla di urgente che imponga questa tempistica. Avremo esattamente le stesse opzioni anche tra un mese. È probabile che gli israeliani effettuino attacchi e ci chiedano quindi ulteriore supporto per rifornirsi di ciò che useranno contro gli Houthi. Ma è un fattore secondario. Vi invierò i dati non classificati che abbiamo raccolto sul traffico marittimo nel BAM». Per BAM, probabilmente si riferisce allo Stretto di Bab el-Mandeb, un passaggio strategico tra Mar Rosso e Golfo di Aden. Anche il direttore della Cia, Ratcliffe, rassicura Vance: «Un eventuale rinvio non ci danneggerebbe».
A questo punto Hegseth cerca di riprendere in mano la situazione, anche perché lui risponde direttamente al presidente Trump e deve eseguire gli ordini, segnalando i due possibili problemi nel rimandare. «Comprendo le tue preoccupazioni e sostengo pienamente che tu le esprima al Presidente. (…) Aspettare qualche settimana o un mese non cambia fondamentalmente il quadro. Ma ci sono due rischi immediati nel rimandare: 1) la cosa trapela, e sembriamo indecisi; 2) Israele agisce per primo — oppure il cessate il fuoco a Gaza crolla — e perdiamo l’opportunità di iniziare tutto alle nostre condizioni. Possiamo gestire entrambi i rischi».
Dopo uno scambio sul tema in cui si inserisce anche Walt, alla J.D.Vance desiste: «Se pensi che dobbiamo farlo, allora andiamo avanti. Detesto dover salvare l’Europa ancora una volta». Ottenuto il rispetto delle direttive di Trump, Hegseth cerca di imbonire Vance, attaccando gli europei: «Condivido pienamente la tua avversione per il parassitismo europeo. È PATETICO. Ma Mike ha ragione: siamo gli unici sul pianeta (dal nostro lato dello schieramento) che possono fare questo. Nessun altro ci si avvicina nemmeno. La vera questione è il tempismo. Ho la sensazione che questo sia un momento buono quanto qualsiasi altro, vista la direttiva del Presidente (POTUS) di riaprire le rotte marittime».
E qui che la situazione si fa interessante, perché in base agli screenshot pubblicati dell’Atlantic, Hegseth si contraddice rispetto alla sua dichiarazione di qualche ora fa di non aver «mandato messaggi con i piani di guerra». Perché è esattamente ciò che fa alle 11:44. Nella chat manda un lungo messaggio con gli aggiornamenti spiegando che, secondo quanto appena confermato con il CENTCOM – il Comando Centrale degli Stati Uniti, responsabile delle operazioni militari nell’area mediorientale – le condizioni meteorologiche sono favorevoli e che la missione ha ricevuto il via libera. «ORARIO ATTUALE (11:44 ora della costa est): Le condizioni meteo sono FAVOREVOLI. Appena CONFERMATO con il CENTCOM: siamo PRONTI per l’avvio della missione». Questo è il momento preciso in cui parte l’operazione militare.
Poco dopo, intorno alle 12:15 (sempre ora della costa est americana), i membri della chat apprendono da Hegseth che gli F-18 sono decollati. La finestra di tempo per la prima ondata di bombardamenti si apre alle 13:45, sulla base di condizioni di attivazione definite trigger-based, una frase di prassi in gergo militare che prevede l’autorizzazione al colpo solo nel caso in cui si verifichino specifici segnali o eventi, come l’avvistamento confermato del bersaglio.
Alle 14:15, secondo quanto riportato nel messaggio successivo della chat, i droni armati sono ufficialmente sul bersaglio «I droni d’attacco sul bersaglio (QUESTO È IL MOMENTO IN CUI LE PRIME BOMBE CADRANNO CON CERTEZZA» (Le frasi in maiuscolo sono di Hegseth, ndr). A quel punto, la catena d’attacco è ormai avviata. Nessun condizionale, nessuna ambiguità. La tempistica viene scandita con una precisione quasi programmatica, fino a giungere – alle 15:36 – all’inizio della seconda ondata di bombardamenti degli F-18, accompagnata dal lancio dei primi missili Tomahawk da piattaforme navali. I Tomahawk, armi da crociera di lunga gittata, sono impiegati per colpire obiettivi terrestri strategici.
A quel punto, Goldberg si trova nel parcheggio di un supermercato. Legge i messaggi, pensa che forse è uno scherzo, una trappola, un’operazione di disinformazione. Ma alle 13:55, quando controlla i social, le prime notizie dalle agenzie internazionali confermano che le esplosioni a Sanaa sono iniziate. Le bombe sono cadute davvero. Tra le congratulazioni dei membri, il vice presidente Vance scrive: «Dirò una preghiera per la vittoria».
Come mostrato dall’Atlantic, la natura della chat e dei suoi membri, suggerisce che si trattasse di un vero e proprio principals committee, ovvero il gruppo che riunisce le massime cariche di sicurezza e politica estera del governo americano Tutti sembravano trattare la chat come uno spazio operativo, non certo una chat per organizzare un calcetto tra amici. Si parla di orari precisi, di finestre operative, di obiettivi identificati, di modalità d’attacco, persino di aggiornamenti in tempo reale sul crollo di un edificio e sull’identificazione del bersaglio in tempo reale.
Lo dimostra il messaggio delle 13.48, sempre di Waltz: «Edificio crollato. Abbiamo avuto molte identificazioni positive. Pete, Kurilla, l’intelligence: ottimo lavoro», riferendosi al comandante di Centcom, al segretario alla Difesa e alla comunità dell’intelligence. Sei minuti dopo, Vance chiede spiegazioni e Waltz chiarisce: «Stavo scrivendo troppo in fretta. Il primo obiettivo – il loro principale responsabile missilistico – lo abbiamo identificato positivamente mentre entrava nell’edificio della sua fidanzata, e ora quell’edificio è crollato». A seguire emoji di fuoco, bandiere americane, pugni alzati. I messaggi sono operativi, ma forse il tono è davvero da gruppo di calcetto.
L’imprudenza non si limita ai dettagli logistici dell’attacco. In uno dei messaggi, Ratcliffe, ricordiamolo ancora una volta, il capo della Cia, condivide il nome del suo capo di gabinetto. Non si tratta, secondo lui, di un agente sotto copertura, ma il fatto stesso che venga reso pubblico in una chat non sicura contrasta con le prassi standard dell’intelligence americana. Non a caso un portavoce della CIA ha chiesto alla redazione dell’Atlantic di non pubblicare quel nome.
Le implicazioni legali e istituzionali di questa vicenda sono enormi. Diverse fonti legali consultate da The Atlantic confermano che l’uso di Signal per comunicazioni operative su azioni militari può configurare una violazione dell’Espionage Act, che disciplina la gestione delle informazioni sulla difesa nazionale. Anche se l’amministrazione insiste sul fatto che le informazioni condivise non fossero tecnicamente classificate, il contenuto dei messaggi rientra nella categoria di dati sensibili.
Nel frattempo, nessuno ha ancora spiegato pubblicamente perché Goldberg sia stato incluso. Il direttore dell’Atlantic ha abbandonato la chat solo dopo aver capito che le esplosioni confermavano la veridicità dei messaggi. Nessuno l’ha contattato successivamente e nessuno sapeva della sua presenza. Eppure, tra le ultime righe della conversazione, mentre gli F-18 volavano di nuovo e i Tomahawk partivano dal mare, Pete Hegseth scriveva agli altri: «We are currently clean on OPSEC». Tutto sotto controllo. Come no.