Business circolareIl futuro dell’economia sarà nelle cose vecchie prodotte in un modo nuovo

Davide Reina in “La catena di smontaggio“ spiega che l’industria moderna sta virando verso un nuovo modello in cui tutto ciò che viene prodotto può essere trasformato e reimmesso nel ciclo produttivo

Nel 1913 Henry Ford realizzava la prima catena di montaggio e abbatteva il tempo di produzione di un’automobile da dodici ore a una. Il mondo entrava in una nuova era: quella dell’abbondanza, caratterizzata da milioni di tonnellate di materie prime processate, tagliate, assemblate, ultimate e infine distribuite e vendute come prodotti finiti. Tutte con al cuore quella straordinaria intuizione, che superava la fabbrica degli spilli di Adam Smith. Ora stiamo entrando in un mondo nuovo. Che aggiunge, oltre alla catena di montaggio, la catena di smontaggio.

Lo smontaggio dei miliardi di prodotti vecchi che, in un pianeta demograficamente esploso e affamato di materie prime come quello attuale, rappresentano le nuove miniere del futuro. Scopo di questo libro è portarvi dentro a questo mondo, nascosto e poco indagato ma ormai molto grande – e, a tendere, gigantesco – della “catena di smontaggio”. Nell’economia mondiale questa catena rappresenta il “lato nascosto della Luna”. Perché, come per il nostro satellite, noi guardiamo sempre al suo volto illuminato e quello celebriamo, senza pensare che il lato nascosto è tanto grande quanto quello visibile.

Così accade che l’economia dei rifiuti, della logistica per raccoglierli e stoccarli, delle tecnologie e fabbriche per processarli e ricavarne nuovi materiali – i reborn materials –, sia molto sottovalutata per dimensione. Mentre essa è grande, appunto, e proseguendo nella metafora, tanto quanto l’altra metà della luna. Le analisi più recenti ci dicono che nel 2030 il mondo “produrrà” una quantità pari a 2,6 miliardi di tonnellate di materiali Msc (municipal solid waste), e stimano che questa quantità raggiungerà nel 2050, in base annua, un valore di 3,4 miliardi di tonnellate.

Un problema enorme, se questi rifiuti non saremo capaci di “smontarli” e riciclarli utilmente come materiali per produrre cose nuove. Oppure, un’opportunità formidabile per vincere la sfida della carenza di materie prime da un lato, realizzare finalmente un sistema economico che possa svilupparsi senza depauperare le risorse materiali del pianeta dall’altro. […]

Dall’inizio dell’Ottocento fino al termine del ventesimo secolo, per circa duecento anni, abbiamo realizzato un sistema di potenza senza precedenti nella storia, capace di estrarre dalle profondità del pianeta miliardi di tonnellate di materie prime, e in grado di trasformarle in materiali a loro volta utili per essere stampati, tagliati, assemblati a formare i prodotti di cui ci serviamo, con i quali ci muoviamo, nei quali viviamo e che sono la più straordinaria metafora plastica, il simbolo permanente di una formidabile trasformazione: la rivoluzione industriale.

A questa rivoluzione, oggi, ne sta seguendo un’altra che ha tre grandi caratteristiche: la prima è quella di esserne figlia e, allo stesso tempo, nemesi; la seconda è quella di fondarsi non sul fare cose nuove, ma sul fare cose vecchie in modo nuovo; la terza è quella di sfruttare tecnologie completamente industrializzate, scalabili e potenziate grazie alla combinazione virtuosa tra macchinari, software, internet, AI. La rivoluzione industriale del ventunesimo secolo è la nemesi di quella del diciannovesimo, perché modificherà in modo irreversibile il modo in cui è organizzata l’intera economia reale.

La rivoluzione industriale del ventunesimo secolo si fonda sul fare cose vecchie in modo nuovo, perché continuerà a produrre le medesime cose di quella precedente ma, appunto, in un modo diverso. È una rivoluzione nel “come” e non nel “cosa”, che scalerà il suo impatto a livello mondiale perché per la prima volta nella storia ci sarà possibile sfruttare appieno l’intrinseca proprietà dei materiali con i quali abbiamo costruito il nostro mondo, ovvero quella di avere utilizzi multipli.

La rivoluzione industriale del ventunesimo secolo sfrutta il combinato disposto delle catene di montaggio e di quelle, emergenti, di smontaggio, rese intelligenti e flessibili da hardware integrati ai software, connessi al web, potenziati dall’AI, per scendere lungo la curva dei costi con una velocità che ci sorprenderà. Il risultato finale sarà un cambio di paradigma: da sistema lineare che – come nella favola antica – dalla montagna arriva fino al mare, a sistema circolare che dal mare risale il fiume fino alla montagna, e poi di nuovo giù fino al mare.

Lungo un continuum produttivo e logistico completamente integrato, ispirato all’intuizione di Lavoisier secondo cui nulla si distrugge e tutto si trasforma, e fatto non soltanto di filiere circolari su sé stesse – questo è ovvio – ma anche e soprattutto di filiere industriali tra di loro permeabili dove, proseguendo nella metafora, i fiumi sono tra loro collegati attraverso canali laterali, e i materiali sono intercambiabili e commerciati tra le filiere.

È quanto accade, per esempio, nella filiera del Pet, uno dei polimeri attualmente più utilizzati, nella quale una parte delle centinaia di miliardi di bottiglie di Pet che vengono prodotte e gettate ogni anno nel pianeta possono essere depolimerizzate per rifare altre bottiglie di Pet oppure vendute come materia prima essenziale per produrre gli pneumatici per le automobili.

Ciò che oggi si sta realizzando è una progressiva replicazione di questi scambi interfiliera, su sempre più industrie e mercati. Il risultato nel lungo periodo sarà un sistema manufatturiero e commerciale che, per le sue caratteristiche di permeabilità e interscambi organizzati, si potrà definire a ragion veduta come un biosistema.

Tratto da “La catena di smontaggio. La rivoluzione dell’economia dei materiali” di Davide Reina (Egea Editore), 20,90€, 160 pagine.

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