Falso MagrisLa cameriera di Trieste, Cazzullo, e la crisi della gerarchia culturale

Ci s’indigna per la lanzichenecchitudine dei ventenni, ma in un’epoca di bulimia informativa nessuno può sapere tutto. Se non conosci Monicelli sei ignorante, ma se non conosci Tortino non sei contemporaneo

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«Gli occhi oggi gridano agli occhi, e le bocche stanno a guardare, e le orecchie non vedono niente tra Babele e il villaggio globale», cantava Francesco De Gregori in una canzone del 1992 che sembra scritta dopodomani. Mi è tornata in mente con l’affaire Magris/Cazzullo, che negli ultimi due giorni ha appassionato la ristrettissima nicchia di coloro che leggono i giornali, che sono meno di quelli che s’interessano alle corna dei famosi ma non per questo vanno discriminati.

È l’Italia l’unico paese al mondo in cui ciclicamente qualche intellettuale di mezza età si costerni e s’indigni per la lanzichenecchitudine dei ventenni? Non credo. È l’Italia l’unico paese al mondo in cui gli intellettuali cerchino di far leggere le interviste fatte ad altri intellettuali, interviste magari ostiche nel lessico e prive di riferimenti a TikTok negli argomenti, montando ad arte brevi scandali inutili? Non credo.

Non lo credo perché il villaggio è sempre più globale, quelli che pensano che qualcosa esista solo-in-Italia (il populismo, la televisione commerciale, gli spaghetti al dente, il conflitto di interessi, il familismo, le spiagge) capiscono la società degli uomini come io capisco il calcio, e la frase «siamo l’unico paese al mondo» è sempre un crampo dell’intelletto.

L’ho scritto un milione di volte, quindi sono certa che Aldo Cazzullo non si offenderà in quanto utilizzatore – come milioni di altri – di quella frase, nella sua rubrica delle lettere sul Corriere dell’altroieri. Siamo l’unico paese al mondo in cui gli intervistatori, invece di rendere gustosa l’intervista raccontando quel che succede quando vanno a incontrare l’intervistato, montano dei noiosissimi botta e risposta e poi la parte interessante gli tocca metterla in un articolo successivo? Probabilmente no.

Dunque il giorno prima Cazzullo ha intervistato Magris, quello ha detto che Borges faceva finta d’essere cieco, e Cazzullo, che all’età alla quale noialtre guardavamo i film con Romy Schneider era già impegnato a pianificare la sua carriera, non gli ha detto: ah, come il suocero della principessa Sissi che si fingeva sordo per sottrarsi alle conversazioni noiose.

A un certo punto dell’intervista Magris dice «luguberrimo», e il giorno dopo Cazzullo ha pronte due letterine d’elogio dell’aggettivazione magrisiana che gli facciano da appiglio per cento righe di signora mia i giovani d’oggi non sanno niente, mica come ai miei tempi.

La giovane d’oggi che solo-in-Italia è la cameriera del Caffè San Marco, il bar dove persino io – che non ho mai letto una riga di Magris, lo specifico perché ci tengo che Cazzullo possa reputarmi un’analfabeta – so che Magris passa le giornate e scrive i suoi libri (gli scrittori che scrivono nei locali pubblici – non perché a casa hanno otto figli e un solo bagno, ma per posa e per percepirsi figliocci di Sartre – sono tra i più interessanti nevrotici che esistano: mi piacerebbe che qualcuno li raccontasse).

Cazzullo racconta d’aver detto alla cameriera che aveva appuntamento col professor Magris, e che quella avrebbe risposto «Chiiii???» (moltiplicazione delle vocali e dei puntinterrogativi come nell’originale). «Palesemente, la cameriera non sapeva chi fosse», scrive Cazzullo – che si prende troppo sul serio per scrivere «La sventurata rispose», ma il tono è quello.

Ora, poiché Cazzullo non è scemo, sa che a questo punto l’accusa di classismo è alla portata di pubblici ministeri anche non abilissimi, e quindi previene col pistolotto sulla cultura popolana d’una volta: «I miei nonni non avevano potuto studiare, a dodici anni erano uno nei campi e l’altro in macelleria, ma sapevano benissimo chi era Beppe Fenoglio». Ma i nonni di Cazzullo erano di Alba: Fenoglio era una celebrità locale nonché un loro contemporaneo, mica uno con cui ti rompono le balle a scuola e che dimentichi appena puoi.

Magris sta a Trieste come Fenoglio sta a Alba? Forse sì, ma quel secolo lì, in cui i nomi della gente famosa da tenere a mente erano meno di quelli degli ammorbidenti tra i quali scegliere facendo la spesa oggi, non è paragonabile a questo per frammentazione e sovraffollamento. È impossibile non avere degli angoli ciechi, e a ognuno quello degli altri sembra gravissimo.

Una ragazza che seguo su Instagram anni fa non capì un riferimento che le feci ai “Soliti ignoti” e, quando strabiliai perché non conosceva un film che mi sembrava impossibile non conoscere, mi rispose candidamente che quando mai avrebbe trovato il tempo di vedere un film degli anni Cinquanta, considerato che su Netflix c’erano almeno tre nuove serie imperdibili a settimana.

M’è tornata in mente ieri, mentre leggevo la risposta di Francesco Merlo al caso Cazzullo (siamo l’unico paese al mondo in cui i giornalisti li leggono solo i giornalisti?), e poi l’Ansa che riportava l’indignazione del direttore del Caffè San Marco perché la cameriera «ha studiato Lettere Orientali e sa perfettamente chi sia il professore» (siamo l’unico paese al mondo col valore morale del titolo di studio?).

M’è tornata in mente, la ragazza che non aveva visto “I soliti ignoti”, perché ieri condivideva su Instagram una pubblicità Ikea con foto di mobili da ufficio col commento «geniale» rispetto alla «reference a “Severance”». «Reference» sta per «riferimento» (è la generazione che ha disimparato l’italiano illudendosi d’imparare l’inglese), mentre “Severance” è una delle mode di stagione per andar dietro alle quali una non legge Magris e non guarda Monicelli: il tempo è una quantità finita, i neuroni anche, e non si può sapere tutto.

Certo, diranno i miei piccoli cazzulli, ma c’è una gerarchia del sapere, e lo sai anche tu che infatti “Severance” non l’hai mai visto, così come non guardi “Adolescence”, così come in generale applichi la regola Martin Amis («Non sono in attesa del sensazionale romanzo di Tizio Caio, genio venticinquenne, perché è uno sperpero del tempo dedicato alla lettura: la sua roba non ha passato la prova del tempo com’è accaduto agli autori e alle autrici più avanti con l’età. Magari diventerà parte del canone, magari scomparirà nel nulla, e io non voglio correre il rischio»).

Sì, io non seguo granché il presente, non ho ventidue anni e mancanza di spazio neuronale per conoscere i classici perché quello spazio è tutto riempito da trapper e concorrenti del “Grande Fratello”; ma io vivo come voglio vivere io: le mie scelte – rispetto ai consumi culturali e al resto – funzionano per me, mica sono leggi universali.

Posso disprezzare uno che non abbia mai sentito Conte o Guccini e ascolti Tony Effe o Elodie, ma so bene che ormai esistono solo priorità soggettive, mica gerarchie assolute. Quelle esistevano prima, forse: a mio nonno non serviva a niente conoscere Gianni Togni, ma si sarebbe probabilmente trovato male nelle conversazioni se avesse ignorato i libretti d’opera. Adesso che è tutto a puttane, non sono sicura che chi sente «amor ch’a nullo amato amar perdona» in una canzonetta e non coglie il riferimento (la reference) sia meno equipaggiato ad affrontare la vita di chi non ha mai visto “Uomini e donne” o non riconosce i meme (l’attività più frequente, nelle mie giornate, è scansare gente che vuol spiegarmi i meme: ignorare i meme è il più voluttuoso lusso intellettuale ch’io mi conceda).

Qualche settimana fa ho scritto un articolo sulla vicenda dell’ex marito della Ferragni e d’una signorina ufficialmente fidanzata con un erede di dinastia industriale che Fabrizio Corona, che aveva raccontato la vicenda, chiamava «Tortino». Il giorno in cui l’articolo è uscito, il video di Corona era disponibile da quattro giorni, aveva già fatto qualcosa come quattro milioni di visualizzazioni (non posso verificare perché nel frattempo gliel’hanno fatto togliere da YouTube), e non voglio dire che l’Italia non parlasse d’altro ma insomma era un argomento di conversazione piuttosto diffuso.

Facciamo un’ipotesi assolutamente fantasiosa (mica sono Fabrizio Corona, che pubblico i messaggi). Ipotizziamo una realtà in cui, la mattina in cui esce il mio articolo, il vicedirettore del principale tabloid italiano mi mandi un messaggio chiedendomi di cosa io stia mai parlando e chi sia questo Tortino.

E, in questa ipotesi dell’irrealtà, facciamoci la grande domanda che di sicuro si farebbero Alain Elkann e Monicelli: se il tuo giornale parla al pubblico che, alla macchinetta del caffè in ufficio, discute con accanimento dei rivolgimenti sentimentali in casa Ferragni (siamo l’unico paese al mondo a commentare le ipotesi di corna dei famosi?), e tu di quelle corna non ti accorgi, sei più unico lanzichenecco al mondo tu, o la cameriera che osa chiederti di ripetere il nome di Claudio Magris?

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