FranchementIl grande successo dell’articolo di Elkann e un suggerimento sentimentale per l’estate

Divertente per i motivi non colti dagli spiritosoni dell’Internet, il racconto del padre dell’editore di Repubblica ha fatto indignare molti, ma è stato letto da tanti (finanche dai sindacalisti interni che non hanno mai letto, sul loro giornale, Citati)

Lapresse/Marco Cantile

Ossigenarsi a Vieste è stato il primo errore, si potrebbe dire, se i lettori di questo secolo non considerassero troppo raffinato persino un riferimento a Proust, figuriamoci la parafrasi d’una canzone scritta da Alberto Arbasino per Laura Betti (vi ho dato abbastanza elementi per andare su Google: siatemi pure grati con comodo).

A Vieste, sabato scorso, Alain Elkann in lino blu incontra Maurizio Molinari (direttore di Repubblica rispetto al dress code del quale la mia cronaca è imperdonabilmente manchevole). Elkann racconta il viaggio della speranza con cui è arrivato fin lì. Pare sia un racconto divertente: Alain Elkann è un uomo di mondo, il suo mestiere è stare in società, come conversatore è inevitabilmente più accattivante che come scrittore – ma sulle specifiche qualità di Elkann poi torniamo.

Fatto sta che Molinari fa quel che fanno i direttori di giornale in queste circostanze; dire: ma è una storia stupenda, ma scrivimi un pezzo. Intendo: quel che fanno persino quando chi racconta non è il padre dell’editore del tuo giornale. Quel che fanno d’estate, quando il costume e la società si affacciano persino su Repubblica, un giornale che di norma se non ti ammazza di noia pensa di non aver fatto il suo dovere.

Questa eccezione estiva la conoscevano, prima di lunedì, anche quelli di Repubblica, che infatti non hanno fatto un plissé quando la cronaca di viaggio di Alain Elkann è stata impaginata, e si sono indignati solo allorché Twitter li ha sfiancati di prese per il culo per un’intera giornata. Comprereste un giornale usato da gente che si spaventa per le battute di Brocco81, Brocco che comunque non saprebbe distinguere un pezzo estivo da uno solo brutto, un pezzo ironico da uno goffo, e che comunque non ti compra, e che comunque s’indigna?

Comprereste un giornale che oggi pubblicasse due pagine di controviaggio scritte dall’unico scrittore italiano disposto a prendere una seconda classe in un giorno d’estate per sedare i «Barabba, Barabba» del Twitter? Quale sarà la seconda classe più letta dell’estate 2023: quella di Alain Elkann, o quella di Paolo Di Paolo? 

D’estate Pietro Citati – uno dal quale il cdr di Repubblica non ha mai sentito di dover prendere le distanze – compilava amabili cronache stigmatizzando l’orrore dei turisti sudati che al Louvre s’illudevano di acculturarsi guardando quadri per due ore; ma il cdr di Repubblica dice che quello classista è Alain Elkann con la stilografica, e il cdr è un cdr d’onore (è una semicitazione di Shakespeare, lo specifico perché ho grandissima fiducia nel cdr d’un giornale le cui pagine culturali non sanno sistemare un errore su Proust contenuto in un loro articolo).

Non vorrei che ci fosse, tra voi, qualcuno che lunedì ha contribuito al prodotto interno lordo invece che allo spirito di patata dell’internet, e che quindi non sa di cos’io stia parlando. Procedo quindi a riassumere i fatti.

Lo scorso weekend, Alain Elkann prende un treno per Foggia. Va, appunto, a un festival a Vieste, e come tutti i festival questi derelitti gli avranno fatto un biglietto di business, che agli italiani piace illudersi sia una prima classe. Agli italiani che non si sono mai pagati (o cui nessuno ha mai offerto) un biglietto in executive, dove ci sono otto poltrone e non senti quel che dice il vicino. Le cose non sono conseguenza dei nomi, e la business pure se la chiami così è una seconda classe, ma già per farti fare quella devi discutere, ché i festival fosse per loro ti farebbero viaggiare in terza.

Quindi Alain, che non si capisce cosa sia il padre degli eredi Agnelli a fare se non ha neppure uno straccio di aereo privato che lo porti a Foggia, prende questa seconda classe ripetendo a sé stesso che è la prima (perché così gli ha scritto l’organizzazione del festival nella mail di prenotazione), e si chiede che prime classi siano mai queste in cui ti tocca avere a che fare con esseri umani ravvicinati («lanzichenecchi», li chiama, nell’unico passaggio immaginifico della sua cronaca, seppur derivativo dei «barbari» di Baricco).

Arriva a Vieste, racconta questa storia; Molinari gli commissiona un pezzo, e lui scrive un raccontino pieno di errori che il desk della cultura non gli sistema (è più rassicurante pensare che il desk della cultura di Repubblica non sappia a che punto della “Recherche” si colloca “Sodoma e Gomorra”, e non sia quindi in grado di correggerlo, o che scelga di non correggerlo per boicottare schienadritticamente il raccontino brutto del papà dell’editore?).

Tra lunedì e martedì, mentre chiunque disponesse di un accesso a internet faceva la sua brava battuta su Alain Elkann e i lanzichenecchi, io pensavo a due cose. A un articolo del 2014 e a un libro del 2018 (articoli, libri, e altri riferimenti imperdonabilmente tromboni che hanno quelli della generazione mia e di quella di Elkann).

L’articolo lo scrisse, nel luglio del 2014, Concita De Gregorio. Era un articolo sulla semifinale dei mondiali, e – forse perché luglio è il mese in cui gli scrittori sanno di dover fornire foraggio allo spirito di patata dell’internet – Concita aveva trattato la sconfitta del Brasile con lo stesso pathos con cui aveva affrontato il G8 di Genova.

Per me quell’articolo era un oggetto misterioso – parlava d’una partita di pallone, se mi assegnassero un articolo su una partita di pallone io scriverei «hanno vinto quelli, hanno perso quegli altri», e lascerei le altre novantotto righe vuote – ma una cosa era chiarissima da subito.

Alla terza ora – figuriamoci alla terza settimana – in cui il passatempo preferito dell’internet era prendere per il culo come Concita avesse descritto la vittoria della Germania, in quel modo lirico che è la sua cifra e il suo successo, la sinistra che dev’essere un campo coltivato a maggese e il dramma dei calciatori brasiliani umiliati, alla terza ora di ossessività parodistica era evidente che Concita aveva vinto. Che cos’altro mai sancisce il successo d’un articolo se non il suo essere il talk of the town?

Quello di Elkann è forse l’articolo di maggior successo della storia di Repubblica. E, prima che lo spirito di patate dell’internet ce ne fornisse un milione di parodie, la lettera di rimostranze travestita da raccontino estivo faceva autenticamente ridere, anche se non per le ragioni individuate dai comici dilettanti che affliggono questo nostro secolo (e che come forma di welfare abbiamo in parte fatto diventare professionisti: siamo un secolo che ti permette di trasformare l’essere un battutista scarso in reddito, forse i saggi sulla fine del lavoro dovrebbero partire da qui).

Non faceva ridere perché Elkann precisava d’essersi portato Proust in francese: Elkann è figlio d’un banchiere parigino, quanto bisogna essere complessati per pensare che legga in francese per ostentazione?

Non faceva ridere perché Elkann sbagliava la collocazione di “Sodoma e Gomorra” all’interno della “Recherche”: perché un errore faccia ridere l’informazione giusta dev’essere nota al pubblico, e Proust in Italia non l’hanno letto neanche quelli che fanno le pagine culturali di Repubblica. Non c’è, mi gioco tutti gli organi sani che non ho su questa certezza, un battutista che abbia precisato che quello che Elkann definiva «secondo capitolo» era in realtà il quarto volume che non sia prima andato a controllare la voce Wikipedia di Proust. Le battute su Elkann e Proust sono come le battute sui quiz di cultura generale ai politici fatte da gente che sa le risposte solo perché sono in sovrimpressione.

Non faceva ridere perché Elkann diceva che i giovani parlavano d’andare al night (un errore di registro lessicale non favorisce mai il comico, anzi), mentre faceva abbastanza ridere quando trasecolava alla scoperta che, per andare da Roma alla Puglia, il treno passasse da Benevento, dove gente anche assai meno ricca di Elkann non s’è mai ossigenata.

Soprattutto, faceva ridere perché, per quanto mal scritto e bisognoso di editing e d’un qualche crescendo, esso faceva sperare che Repubblica avesse finalmente capito cosa fare delle proprie pagine culturali e inaugurasse una serie (avevo sperato nel titolo Radical Cheap) che durasse tutto agosto: Elkann sul vaporetto dalla stazione di Venezia al Lido; Elkann sulla spiaggia libera in riviera romagnola; Elkann su un Ryanair per Sharm (Ryanair ha avuto la mia stessa idea, e ieri ha fatto un post con foto d’un suo infernale aereo con bambini che lanciavano giocattoli e patatine: «Alain Elkann ti aspettiamo a bordo»).

Non vi sarete già dimenticati del libro del 2018. È una biografia di LouLou de La Falaise scritta attraverso le voci di chi l’ha conosciuta. LouLou de La Falaise è stata una donna bellissima, un personaggio pazzesco, una musa di Yves Saint-Laurent e molte altre cose che ora non posso mettermi a spiegarvi io compensando in tre righe un’intera vita in cui non avete studiato.

Tra coloro che parlano nel libro c’è gente della moda che pure appartiene alle vostre lacune, tra cui André Leon Talley e Katell le Bourhis. Non importa che sappiate chi sono, importa solo che sappiate che a un certo punto della ricostruzione della vita di LouLou si arriva al punto in cui si sposa.

Dice Talley che, dopo il matrimonio, non era stata molto infedele, tranne che per la tresca con Alain, quella era una cosa seria, e una volta lui gliene aveva parlato, e lei si era sentita giudicata e l’aveva accusato d’essere piccoloborghese.

E a quel punto c’è un rigo di virgolettato della le Bourhis, per avere un’idea del cui registro dovete sapere che il libro è stato scritto in inglese, e quindi io vi tradurrò dall’inglese in italiano tutto tranne l’ultima parola, che il libro tiene in francese e che anch’io lascerò nell’indispensabile francese: «Ma chi è che non è andata a letto con Alain Elkann? Franchement».

Ecco, se proprio non possiamo avere Radical Cheap, l’estate di Alain in giro per seconde classi che gli sono state spacciate per prime, non potremmo almeno avere, come rubrica fissa sulle pagine culturali, “Franchement”, l’autobiografia sentimentale di Alain? Magari è la volta che vendete qualche copia.

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