Per una “e” Si scrive whisky o whiskey? La differenza spiegata facile

Sembra una sottigliezza e la pronuncia è sostanzialmente la stessa, ma scrivere nei due modi non è la stessa cosa. Per una semplice “e” possono cambiare Paese e cultura di provenienza. Il perché non è esattamente semplice, ma una regola da seguire c’è

Foto di Tolga Ahmetler su Unsplash

Vi sarà capitato o vi capiterà prima o poi di notare che il nome del distillato di malto invecchiato più famoso al mondo può essere scritto in due modi, whisky o whiskey. Non si tratta ovviamente di una svista, ma neppure di una libera scelta di appartenenza (o almeno non più). Prima di scatenare diatribe in stile lato oscuro dei social – che in questo periodo sembriamo avere tutti più tempo da buttare – fughiamo subito un dubbio, le grafie sono corrette entrambe e la pronuncia è più o meno la stessa, equivale a ciò che maccheronicamente scriveremmo “uischi”, che decidiate di dirlo alla David Beckham o alla Matthew McConaughey (spoiler: non sono nomi a caso, hanno entrambi recentemente lanciato dei brand di whisky). Tuttavia, come suggerisce la diversa provenienza dei personaggi, si fa riferimento a differenti aree di produzione e non si tratta soltanto di Regno Unito e Stati Uniti.

Whisky o whiskey, una regola di base
Se questo fosse un articolo scritto per la seo di Google, la soluzione dovrebbe arrivare nell’ultimo paragrafo, ma non lo è, quindi sarete subito accontentati. Una regola che universalmente vale c’è ed è semplice. Whisky senza “e” è normalmente la grafia utilizzata per lo Scotch, il whisky scozzese. Che sia di Islay o delle Highlands, delle Lowlands o dello Speyside, lo Scotch è sempre whisky senza “e”, così come quello canadese – sui disciplinari è scritto così – e la stessa grafia è comunemente accettata per indicare in maniera generica tutti i whisky del mondo, siano essi giapponesi, indiani, scandinavi, francesi o italiani (avete capito bene, anche Italia e Francia ne producono). Questo vale a meno che non ci si riferisca in maniera specifica all’Irlanda o agli Stati Uniti, in questo caso di parla di whiskey. La regola è semplice, meno semplice è spiegare come ci si è arrivati.

Foto di Kurt Liebhaeuser su Unsplash

Da dove viene la parola whisky/whiskey
Potrà sembrare la cosa meno diretta del mondo, ma la parola whisky deriva da “acquavite”, anzi, nello specifico, dal latino aqua vitae, “acqua di vita”, che era il nome con cui monaci e farmacisti chiamavano i distillati. Il termine, che compare in alcuni documenti irlandesi e scozzesi del quindicesimo secolo, è stato poi tradotto letteralmente nel gaelico irlandese con uisce beatha e nel gaelico scozzese con uisge beatha. Queste espressioni si trasformano poi nell’inglese whiskey e whisky, passando per un’anglicizzazione intermedia, usquebaugh, di cui tra sedicesimo e diciassettesimo secolo sono documentate varie versioni, come usquebagh, uscova, uskebach, iskabahie.

Irlanda, Scozia e la storia della “e”
Per quanto riguarda le due diverse grafie, whisky e whiskey, fino al ventesimo secolo la distinzione non è in realtà così netta e la questione si lega alla storia e alla dualità che per lungo tempo caratterizzano le produzioni di Irlanda e di Scozia.

Nell’Ottocento il whisky più venduto è quello irlandese, che occupa più o meno il settanta per cento del mercato globale e viene esportato soprattutto verso gli Stati Uniti. Nel giro di un secolo però si verificano alcune circostanze che contribuiscono a ribaltare la situazione. A partire dal 1830 avvengono dei cambiamenti importanti dal punto di vista produttivo. L’introduzione dell’alambicco Coffey a distillazione continua e i blend di distillato di malto e di grano abbassano costi di produzione e prezzi, aumentando i volumi. Mentre la Scozia abbraccia questo cambiamento, gli irlandesi ne prendono le distanze e iniziano a utilizzare la grafia whiskey con la “e” per marcare la differenza del proprio distillato rispetto al whisky tagliato con alcol di grano, additato come prodotto di bassa qualità.

Distilleria Bowmore (Scozia), foto di Eugenia Torelli

Per avere una sorta di ufficializzazione del termine con la “e”, bisogna però attendere il 1909, quando il governo inglese viene chiamato a esprimersi sulla questione e decreta che anche il blend può essere chiamato “whiskey”, scrivendolo con la “e”. È più o meno da quel momento che gli irlandesi iniziano a utilizzare la grafia whiskey, mentre per gli scozzesi continua a essere whisky. In seguito, tra il 1920 e il 1933, ci si metterà anche il proibizionismo americano a ostacolare l’isola di smeraldo e così il ribaltone gradualmente arriva.

Tornando alla nostra “e”, gli Stati Uniti, più legati al prodotto di tradizione irlandese, adottano la stessa grafia, mentre il Canada e tutti gli altri Paesi produttori come il Giappone (la prima distilleria apre nel 1923), poi gli Stati europei e quelli scandinavi adottano la dicitura senza la “e”. Questa, in estrema sintesi, l’evoluzione della dualità tra whisky e whiskey.

Foto di Katherine Conrad su Unsplash

Diversi prodotti
Fin qui, la questione può sembrare di lana caprina, ma non si tratta soltanto di vocali e sottigliezze, perché quello che arriva nel bicchiere può rivelarsi a tutti gli effetti un prodotto molto diverso. Se per produrre whisky (inteso in senso lato) servono infatti cereali, acqua, lievito, alambicco e botti, soltanto cambiando queste variabili i risultati possono essere innumerevoli e diametralmente opposti.

Pensiamo ad esempio a un Bourbon Whiskey e a un Single Malt Scotch Whisky. Il primo è prodotto a partire da una miscela che contiene almeno il cinquantuno per cento di mais e non ha un periodo minimo di invecchiamento da rispettare, mentre il secondo – quello con il disciplinare più stringente tra tutti i whisky – arriva da solo malto d’orzo e invecchia per almeno tre anni prima di essere messo in commercio.

Un whisky irlandese prevede tradizionalmente tre distillazioni e può contenere anche orzo non maltato e altri cereali – a meno che l’etichetta non riporti la dicitura “single malt”. Un Canadian Whisky invece è generalmente etichettato come whisky di segale, ma non necessariamente ha una percentuale di segale preponderante rispetto agli altri cereali.

Insomma, quella “e” in più o in meno non vi dirà certo che whisky state bevendo – per questo vi conviene chiedere e studiare bene l’etichetta – ma può suggerire una prima macro categoria di riferimento con cui iniziare a orientarvi.

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