Difesa autonomaL’intesa tra Croazia, Albania e Kosovo è una sfida all’ambiguità della Serbia

Il patto trilaterale balcanico nasce come risposta preventiva e lungimirante all’instabilità della politica serba, sempre più vicina a Mosca

LaPresse

A pochi giorni dalla sua nascita, l’intesa tra Croazia, Albania e Kosovo in materia di difesa sta già attirando l’attenzione di osservatori e addetti ai lavori. Il linguaggio della diplomazia impone ai firmatari di mantenersi prudenti negli annunci. Non stupisce pertanto che, durante le cerimonie di rito a Tirana, i contraenti abbiano scelto di non menzionare il reale obiettivo della partnership, pur essendone perfettamente consapevoli: proteggere la stabilità regionale dai pericoli che una Serbia ancora troppo vicina al Cremlino potrebbe rappresentare in futuro.

Nei Balcani periodicamente scossi dalle tensioni, nessuno ha intenzione di rinunciare a fare il proprio gioco, soprattutto in una fase in cui gli sconvolgimenti internazionali minacciano ancora una volta di destabilizzare l’area: Belgrado, palcoscenico di massicce proteste antigovernative negli ultimi giorni, oscilla da anni tra il desiderio di aderire al mercato unico europeo – Italia e Germania rientrano tra i principali partner commerciali del Paese – e lo storico legame con Russia e Cina. Un vincolo che si rafforza ogniqualvolta la leadership di Aleksandar Vucic viene messa in pericolo. Non a caso, in seguito a un recente colloquio telefonico con il leader serbo, Vladimir Putin si è apertamente schierato contro i dimostranti, accusandoli di agire per conto di «potenze straniere» e definendo la Serbia una «priorità» per Mosca. In una dichiarazione rilasciata all’agenzia di stampa russa Ria Novosti, il vicepremier serbo Aleksandar Vulin ha ringraziato i servizi segreti russi per aver sostenuto l’esecutivo nella «lotta alle rivoluzioni colorate, soprattutto con l’informazione».

Di contro, Croazia e Albania hanno scelto da tempo in quale area dello scacchiere posizionarsi: entrata nell’Unione europea nel 2013, Zagabria aveva già aderito alla Nato nel 2009 e le posizioni ambigue del presidente Zoran Milanovic – accusato dal premier croato Andrej Plenkovic di simpatizzare per i russi – non hanno finora modificato il suo status all’interno della coalizione.

Tirana aspira a percorrere la stessa strada: dopo aver fatto il suo ingresso nell’Alleanza atlantica proprio al fianco della Croazia, il “Paese delle Aquile” spera di coronare in futuro anche le ambizioni europee, potendo contare sul sostegno di un’Italia interessata da tempo all’integrazione dei Balcani occidentali. La posizione geografica dell’Albania è inoltre cruciale per qualsiasi strategia regionale: la rivitalizzata base aerea di Kuçovë, infrastruttura unica per dimensioni e caratteristiche, conferisce infatti agli alleati un vantaggio significativo in scenari di crisi.

Il Kosovo, terzo firmatario della partnership, ha motivazioni ancora maggiori: riconosciuta da centouno Stati membri delle Nazioni Unite su centonovantatré, Pristina ha bisogno del supporto della Nato per proteggere la fragile quotidianità nelle aree settentrionali del suo territorio, dove le tensioni tra la popolazione serba e albanese sono spesso degenerate in scontri, suscitando forte preoccupazione in seno alle cancellerie europee.

Il compito di mantenere l’ordine in città come Mitrovica, divisa dal fiume Ibar in una parte serba e una albanese, è spettato al personale italiano dislocato nell’area. Roma fornisce infatti il principale contingente della missione Kfor, oltre a guidarla in maniera quasi continuativa da più di un decennio, e ha tutto l’interesse a preservare la stabilità regionale per numerose ragioni: dalle necessità legate alla sicurezza nazionale, come la lotta alla criminalità organizzata e al terrorismo, al mantenimento di una forte presenza economica.

Il rischio di un disimpegno americano da Kfor, indiscrezione diffusa da fonti diplomatiche europee nei giorni più accesi dello scontro tra Vecchio Continente e Stati Uniti, avrebbe costretto l’Italia a preparare piani per garantire la continuità delle operazioni, con o senza Washington. Non sorprende dunque che i diretti interessati desiderino fare lo stesso: oltre a migliorare l’interoperabilità delle forze attraverso esercitazioni congiunte, e promuovere la cooperazione tecnologica nel settore militare, Croazia e Albania intendono aumentare gli sforzi per accelerare la definitiva integrazione del Kosovo nella Nato, collaborando con Pristina per combattere le minacce ibride che già imperversano in Bosnia-Erzegovina.

I tre Paesi hanno anche aperto all’estensione della partnership alla Bulgaria, al Montenegro e alla Macedonia del Nord. Realtà vicine, tutte appartenenti all’Alleanza atlantica. Un ulteriore segnale, che si accompagna alla recente decisione di Sofia di autorizzare l’invio di centoventi soldati in Kosovo. Non manca l’interesse della Turchia: pur esterna all’iniziativa, Ankara sta cercando di ratificare accordi quadro sul piano militare con Pristina e Skopje. Oltre all’addestramento e alla condivisione di informazioni, i documenti sancirebbero anche collaborazioni nell’industria della difesa e nella risposta ai disastri naturali.

La Serbia teme dunque l’accerchiamento. Attraverso una nota del ministero degli Esteri, Belgrado ha chiesto spiegazioni, definendo l’intesa una «provocazione» e affermando di non essere disposta a «restare passiva» di fronte ad azioni che potrebbero minacciare la sovranità o la sicurezza dei suoi cittadini. Intervenuto sulla questione, Vucic ha accusato Zagabria e Tirana di aver intrapreso una «corsa agli armamenti», sottolineando come il Paese sia pronto a difendersi contro qualsiasi aggressore. Arrivata poche ore dopo, la risposta del ministro della Difesa croato Ivan Anusic sembra fotografare al meglio lo stato delle relazioni con la controparte: «I tempi in cui chiedevamo ai serbi cosa avremmo dovuto fare sono finiti».

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