A quanto pare tocca parlare di nuovo dei disegnetti, ufficialmente codice comunicativo della classe dirigente dopo che le risposte a «stiamo bombardando lo Yemen», nella chat più pazza del mondo, si sono differenziate tra quello che ha mandato il pugno e la bandiera e il fuoco, e quello che ha risposto con le mani in preghiera, il bicipite flesso, e due bandierine (presto i costituzionalisti al lavoro: mandare ben due disegnetti di bandiera nella chat di guerra ti rende doppiamente patriottico?).
Mi ricredo quasi sempre su tutto, ma in tre giorni non mi sono ricreduta su ciò che scrivevo inizialmente a proposito della chat più pazza del mondo: all’infantilizzazione degli adulti di questo secolo, e quindi anche della classe dirigente di questo secolo, mi sono arresa da un bel pezzo. Francesco Cundari ha scritto che lui resiste, e quindi vorrei qui spiegargli perché resistance is futile, che è una frase che viene da un film di astronavi, quindi come adultità dei riferimenti stiamo dalle parti dei disegnetti (adesso arrivano quelli che mi parlano di Carlo Fruttero e degli Urania: l’infantilismo pazienza, ma alla noia e alla prevedibilità non mi rassegnerò mai).
Il guaio è che avete tutti dei figli. È un guaio che si è sempre dato nella storia dell’umanità, diranno i miei piccoli storici e anche i miei piccoli biologi, e invece no, sono qui a dirvi che qualcosa è cambiato. È, questo, il primo secolo nella storia dell’uomo in cui i genitori sono coetanei dei figli.
C’è una cosa che succede ai coetanei, specie quando quei coetanei sono in età scolastica: dei coetanei si cerca l’approvazione, coi coetanei si discute alla pari, ai coetanei si somiglia. Domenica, il giorno prima della pubblicazione della chat di guerra coi disegnetti, Alessia Marcuzzi è andata da Mara Venier e, a domanda sui figli, ha risposto «Loro sono la mia forza e sono il mio mondo», che è una frase che, nel delirio che è la genitorialità in questo secolo, non sembra neanche sconvolgente.
Ma Alessia Marcuzzi ha cinquantadue anni. Provate a immaginare i vostri genitori cinquantaduenni, nel secolo scorso, l’ultimo in cui gli adulti siano stati adulti, i vostri genitori col paletò, dire che voialtri tredicenni (la figlia della Marcuzzi ha tredici anni) eravate il loro mondo.
Io a tredici anni ascoltavo i Doors. Mio padre ascoltava Mozart. Io a tredici anni avevo la cartella di Naj Oleari. Mia madre aveva la Kelly di Hermès. Io a tredici anni leggevo “Violetta la timida”. Mia madre leggeva Roland Barthes. Io a tredici anni pensavo avrei fatto l’attrice: nessuno s’incomodava a dirmi di no, tanto sapevano che mi sarebbe passata. Era a quello, che servivano gli adulti: a saperla più lunga di te, mica a dirti che eri tutto il loro mondo.
Poi qualcosa è evidentemente andato storto, e quindi eccoci qui. A commentare un tempo in cui la classe dirigente è scema come se fosse composta da tredicenni, giacché la natura umana è abitudinaria, e quando le tue abitudini consistono nel non mettere il punto in fondo ai messaggi perché i tredicenni ritengono il punto una violenza e tu non ritieni che il tuo lavoro sia spiegar loro che farsi spaventare dalla punteggiatura e dall’assenza di cuoricini nei messaggi è una scemenza, e quando non sei impegnato ad assoggettarti a una generazione di puntofobici sei impegnato a fare le vocette al cane, eh beh, accade che i codici del linguaggio adulto li perdi. E quindi: cuoricini, cuoricini, pensavi solo ai cuoricini (e alle bandierine, e ai pugnetti).
Stephen Colbert, che come Francesco Cundari non vuole arrendersi, ha commentato le bandierine e i pugnetti e le fiamme alzando due palette. Su una c’era il disegnetto della cacca, e sull’altra il disegnetto di quello che si mette una mano in faccia per la disperazione (adesso arrivano quelli che mi spiegano che i figli tredicenni gli hanno insegnato a dire «facepalm»).
Forse è un gigantesco complotto per rivitalizzare i programmi comici delle seconde serate americane, che in effetti con materiale così potrebbero anche andare in onda senza autori. Anche perché con gli autori si rischia un eccesso d’alfabetizzazione. Jimmy Kimmel ha fatto vedere un opinionista di destra che sbeffeggiava Jeffrey Goldberg per aver scritto che a un certo punto si era reso conto che la chat rispondeva a criteri di «verosimiglianza». Una parola, diceva l’opinionista americano pronto per andare ospite in qualche talk italiano a dare del «professorone» a qualcuno, con cui voleva farci pesare i suoi studi, ma che di certo «anche lui aveva dovuto cercare sul dizionario».
Steve Witkoff, il tizio che di disegnetti di bandiere americane ne ha mandati due, in quel momento si trovava a Mosca, e io continuo a pensare alla grandissima commedia che diventerà questa vicenda, indecisa se come prima scena sia meglio il tizio che dalla piazza Rossa, dopo che il Pentagono ha avvisato il corpo diplomatico che i russi stavano provando ad hackerare Signal, si sente sicurissimo a parlare di bombardamenti su Signal, o se iniziare dal parcheggio.
Il parcheggio in cui Goldberg dice di aver aspettato, seduto in macchina, di trovare online conferma che stavano proprio bombardando lo Yemen, e proprio all’ora alla quale era stato annunciato il bombardamento nella chat di cui, ultimo adulto del mondo, ancora cercava di verificare l’attendibilità (non dico «verosimiglianza» perché non vorrei prendermi della professorona).
Stephen Colbert, incredulo che gliele servissero così facili sotto rete, ha parlato della tizia che aspettava che Goldberg liberasse il parcheggio: si può sapere cosa fai seduto in macchina senza muoverti, aspetti forse dei piani militari? Jimmy Kimmel si è detto sollevato dello smantellamento dei programmi di diversità e inclusione: adesso siamo certi che questa gente non fa parte della classe dirigente per ragioni di sesso e razza, ma per ragioni d’imbecillità purissima.
I programmi di diversità e inclusione, però, tutti noi tredicenni senili lo sappiamo, sono saldissimi nell’universo dei disegnetti telefonici. Per quanto Trump emetta ordinanze per proibire l’uso di certe parole, o Valditara vieti gli asterischi, nessuno ci toglie le libertà davvero importanti: mandare in chat il disegnetto dell’uomo incinto; o poter scegliere, tra pugnetti di tutti i colori di Benetton, quello nero o giallo o diversamente inclusivo. Se avessero avuto le chat coi pugnetti neri, sai come avrebbero fatto prima nel Sudafrica di fine Novecento, ma anche solo nell’Alabama degli anni Cinquanta. Peccato fossero adulti: non sanno cosa si sono persi.