
Ci sono molte interpretazioni possibili della storia “L’amministrazione Trump mi ha messaggiato per sbaglio i suoi piani bellici” pubblicata dal direttore dell’Atlantic, Jeffrey Goldberg, dopo che è stato aggiunto a una chat con alcuni pezzi grossi tra cui il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance, a insaputa di molti di loro o forse tutti. Molti modi in cui la vicenda può essere istruttiva.
Il primo, e più facile, è: toh, guarda, l’ennesima conferma che il pianeta è governato da imbecilli. Troppo imbecilli per capire che per certe cose non si usa Signal, una piattaforma meno slabbrata di WhatsApp ma comunque privata, su cui non dovrebbero certo transitare segreti di Stato. Troppo imbecilli per stare attenti a chi aggiungono e a chi è stato aggiunto, in una chat che serve a dirsi, santiddio, che si sta per bombardare lo Yemen.
(Sì, lo so che c’è l’aggravante «hanno fatto la campagna elettorale del 2016 accusando Hillary Clinton d’aver usato server non sicuri per le sue email», ma al netto di questa contraddizione e di questo sovrappiù di ridicolaggine, vale quel che scrissi per Renzi: l’espressione «chat istituzionali» non dovrebbe esistere. Mandatevi dei piccioni viaggiatori: a voler fare i moderni, si finisce Finzi Giannini. Al cui proposito: spero moltissimo in un editoriale del fondatore della chat del 25 aprile sul caso diplomatico della chat per bombardare lo Yemen).
Il secondo – che viene naturale a quelli che (beati loro) non si arrendono all’infantilizzazione del pianeta, all’infantilizzazione degli adulti, all’infantilizzazione della classe dirigente – è: ma ti pare che metti i disegnini? Io, che do di matto persino quando l’assistenza di Glovo mette in fondo ai messaggi motorini che corrono e piatti di spaghetti, non so come Goldberg sia riuscito a mantenere il suo strategico silenzio quando quelli comunicavano i bombardamenti coi disegnetti (in neolingua: emoji) di mani che pregano (Vance) o fuochi e bandiere e pugni (Waltz).
Il terzo, educativo per le ragazze che sui social passano le giornate a dire che l’ex guarda le loro storie di Instagram perché non le ha mai dimenticate, è: nulla è fallace come l’illusione del controllo. Pensi che ti guardino le storie davvero, non perché le hanno lasciate in riproduzione e sono andati ad aprire al fattorino della pizza. Pensi che ti abbiano aggiunto a una chat perché ti volevano proprio lì, non perché hanno sbagliato numero. Pensi che quei like significhino «ti penso», e non «ho mangiato la pizza e poi ho appoggiato le mani unte sul touchscreen». Una volta non sapevamo neanche chi ci stesse chiamando quando squillava il telefono, poi la tecnologia ci ha dato l’illusione d’avere tutto sotto controllo – e invece.
La quarta lezione è: lo vedi cosa succede a non sapere più nessun numero a memoria. Nel caso di Signal la questione è ancora più ostica, perché la app ti fa vedere solo il nome che decidi di mostrare: Goldberg scrive che lui su Signal è “JG”, e quindi gli altri diciassette non avevano proprio il suo nome e cognome in lista, quindi sono meno colpevoli di distrazione che se avessero avuto davanti un nome di direttore di giornale e non si fossero chiesti cosa ci facesse quell’intruso nella chat “Bombardiamo lo Yemen” (in realtà la chat si chiamava “Houthi PC small group”, ma “Bombardiamo lo Yemen” fa più ridere).
La quarta lezione però è anche quella sulla quale tocca farsi la domanda più importante: chi volevano aggiungere? Per chi hanno scambiato Goldberg, trasformando una vicenda seria in una commedia ad ambientazione scolastica in cui il bambino antipatico viene invitato per sbaglio a una festa? Quello che sappiamo, quello che Goldberg racconta, è che a Signal l’aveva aggiunto Michael Waltz, il consigliere per la sicurezza nazionale di Trump.
L’avesse aggiunto una segretaria, un parrucchiere, un parente di Trump, vabbè. Ma un consigliere per la sicurezza nazionale che aggiunge i giornalisti per sbaglio sta tra le mie due commedie preferite degli anni Novanta: “Sesso e potere”, e “La seconda guerra civile americana” (che naturalmente non stanno su nessuna piattaforma: un altro giorno in cui le piattaforme non servono a fare di voi gente che sa di cosa parlo).
La quinta lezione è che, così come non bisogna invitare a cena più di cinque persone, non bisogna neanche creare chat con più di sei partecipanti. Se sono diciotto, perdi il controllo della situazione; se sono diciotto, non sai più chi c’è e chi no, se hai aggiunto proprio chi volevi o, con le dita unte di pizza, ci hai messo qualcuno che non dovrebbe stare lì. È un problema piccolo se devi metterti d’accordo per fare il regalo alla maestra, più grosso se devi bombardare lo Yemen.
La sesta lezione è legata a Waltz, ed è la parte più comica del film che spero qualcuno si sbrighi a trarre da questa vicenda. Goldberg non crede che la chat sia vera fino al giorno in cui le bombe sullo Yemen vengono effettivamente sganciate all’ora per la quale erano state annunciate nella chat, due giorni dopo che la chat era stata creata e lui aggiunto (chissà al posto di chi: chissà se c’è qualcuno che, leggendo l’articolo dell’Atlantic, si è detto «ah ma quindi non mi avevano escluso, ah ma quindi si sono sbagliati, ah ma quindi mi pensano ancora»).
La ragione per cui inizialmente Goldberg non ci crede è «il rapporto controverso dell’amministrazione Trump coi giornalisti». Come la liceale che non può credere che il bello della scuola voglia davvero uscire con lei e non trami solo per farle fare una figuraccia genere “Carrie – Lo sguardo di Satana”, Goldberg sospetta sia una trappola. «Ho immediatamente pensato che qualcuno si stesse fingendo Waltz per incastrarmi in qualche modo». Tipo tu usi i disegnetti sbagliati e quello poi ti sputtana, cose così: vuoi che non ci siano disegnetti cool e disegnetti boomer, in questo mondo di dodicenni con responsabilità di governo?
La settima lezione ve la dovete far fare da gente che capisca la geopolitica più di me, e riguarda il modo in cui, disegnetti a parte, si comunicava in quella chat. A un certo punto Vance dice che detesta fare ancora una volta all’Europa il piacere di toglierle le castagne dal fuoco, ed è affascinante come basti un rigo a tratteggiare un personaggio: l’arricchito che si scoccia di dover mantenere la zia scroccona, l’aristocratica decaduta che non si rassegna a ridurre il proprio tenore di vita. C’è anche un dettaglio che piacerà ai retroscenisti: Vance scrive «secondo me stiamo facendo un errore» e «non credo che il presidente capisca quanto questo è incoerente col suo messaggio all’Europa», e Goldberg nota che, in pubblico, Vance non ha mai preso così le distanze da nessuna posizione di Trump.
Ma il modo in cui la vicenda è più istruttiva arriva, secondo me, alla fine dell’articolo. È dal primo mandato Trump che sento dire che quello che negli anni Novanta veniva chiamato «il villano con le dita tozze», quel palazzinaro coi capelli assurdi che è diventato due volte presidente, quel tamarro lì è il tradimento dell’essenza dell’America.
Dell’America intesa come concetto ideale, come honor system in cui si parte dal principio che chiunque sia onesto e leale e rispetti le leggi e non tenti di sovvertire i risultati elettorali e non voglia cambiare la costituzione a suo vantaggio. Dell’America come la vedevamo nei film, quella in cui nei tribunali la gente sotto giuramento non mentiva perché prendeva sul serio persino un rituale stracco come il «giuro di dire la verità».
Quando Goldberg esce dalla chat, e si aspetta che qualcuno lo contatti, perché il messaggio di abbandono della chat compare sugli schermi, si chiederanno chi fosse questo e perché stesse qui – e invece niente. E allora decide di farci un articolo, e scrive un po’ a tutti, dalla direttrice dell’intelligence (pure lei nella chat) al Consiglio per la Sicurezza Nazionale.
Aveva molte domande. «“Houthi PC small group” era una vera chat loro? Sapevano che ero incluso nel gruppo? E – non si sa mai – mi avevano incluso apposta? In caso contrario, chi credevano fossi? Qualcuno aveva capito chi ero quando ero stato aggiunto, o quando me n’ero andato? Coloro che lavorano per Trump in posizioni importanti usano spesso Signal per cose così delicate? Non credono che l’uso di un canale simile potrebbe essere rischioso?».
Due ore dopo gli risponde il portavoce del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, ed è qui che la differenza tra l’idealismo americano e la commedia all’italiana si percepisce in tutta la sua nettezza. Non importa quanto siano trumpiani o delinquenti o indegni di stare nelle istituzioni o tutto quel che vi pare: fanno una cosa che nessun italiano farebbe.
La mail con cui gli rispondono dice «Pare proprio che la chat sia autentica, e stiamo cercando di capire come mai sia stato aggiunto inavvertitamente un numero». Non voglio rubare il lavoro agli sceneggiatori, e quindi non voglio ipotizzare risposte di istituzioni italiane in circostanze analoghe. Ma sono certa come lo sono del mio mandare vocali per sbaglio quando ho il telefono in tasca che, nella stessa situazione, qualunque istituzione italiana avrebbe negato anche l’evidenza.
Nessun politico o portavoce di politico italiano avrebbe avuto il candore di dire che no, la chat non te la sei sognata, e no, non l’hanno falsificata degli hacker tredicenni. Gli italiani avrebbero fatto come il portavoce di Vance, che dice a Goldberg che assolutamente, nessuna divergenza di opinioni tra il presidente e il vice, mai al mondo. L’ottava lezione, decidete voi se consolatoria o no, è che l’evidenza la nega solo il portavoce del portatore di kajal. Per il resto, l’America è pur sempre americana.