Nell’incredibile storia dei piani di guerra discussi in una chat in cui i vertici dell’amministrazione Trump avevano inavvertitamente aggiunto un giornalista – se per qualche motivo ieri aveste avuto da far cose più serie: sì, è successo davvero, ci sono anche gli screenshot, con tanto di faccette, bandierine, missili e disegnetti consimili (emoji) – c’è un dettaglio che mi sembra significativo.
No, ovviamente ce ne sono mille di dettagli significativi, ma degli altri si è già occupata Guia Soncini, che ne ha tratto ben otto lezioni, compresa una che riguarda proprio chi, come me, si scandalizza ancora del fatto che i vertici politico-militari della prima superpotenza del pianeta discutano di bombardamenti con le faccette e le bandierine, non volendo arrendersi «all’infantilizzazione del pianeta, all’infantilizzazione degli adulti, all’infantilizzazione della classe dirigente» (confermo: non mi avrete, procomberò sol io).
Di quell’incredibile chat tra tanti dottor Stranamore in crisi di mezza età, molti hanno notato soprattutto il dissenso espresso dal vicepresidente J.D. Vance rispetto alle decisioni di Donald Trump, e chissà se la rivelazione gli costerà qualcosa, ma a me ha colpito di più il merito di quel dissenso. Il suo timore cioè che, bombardando le postazioni degli Houthi in Yemen, si facesse un favore a quegli scrocconi degli europei, annacquando la forza del messaggio che la Casa Bianca (e Vance in particolare, nel famigerato discorso alla conferenza di Monaco) ha deciso di indirizzare loro.
Immagino che da domani su giornali e talk show fioccheranno analisti e strateghi assortiti pronti a spiegarci come sia normalissimo condividere i piani dei bombardamenti in una chat sul telefonino senza badare troppo ai partecipanti, che si è sempre fatto così sin dai tempi di Napoleone, che alla Casa Bianca ci sono persone razionali e ragionevolissime che ci vogliono un gran bene, che siamo noi che non capiamo, e già pregusto l’ampio approfondimento storico che Federico Rampini certo non mancherà di scrivere sul grande scandalo delle e-mail di Hillary Clinton.
Quello che mi fa più impressione, in questo periodo, è la cristallina chiarezza con cui l’Amministrazione Trump da un lato e la Russia di Putin dall’altro dichiarano in ogni occasione le loro intenzioni, e come ciò nonostante nel nostro dibattito pubblico si continui a discuterne come se si trattasse di ardite supposizioni, scenari futuribili o addirittura di paranoia.
Sul Corriere della sera l’ex capo del Kgb, Evgeny Savostyanov, lo dice senza tanti giri di parole, rivolgendosi direttamente a noi europei: «Oggi siete sotto schiaffo di due potenze come la Russia e questi nuovi Usa, che detestano profondamente le vostre basi di valori. Sono uniti da quello che ritengono essere un nemico comune: voi». Ma non ci sarebbe nemmeno bisogno di ascoltare il parere dei dissidenti. Basterebbe ascoltare le parole dello stesso Putin.
Bastava leggere l’intervista pubblicata la settimana scorsa dall’Epress a Vladislav Surkov, il mago del Cremlino che ha ispirato il protagonista del fortunato romanzo di Giuliano da Empoli, che lo dice esplicitamente (nell’intervista, mica nel romanzo): «Ho costruito un’ideologia ufficiale basata sul concetto di “mondo russo”, che esisteva già nei circoli filosofici. Il mondo russo non ha confini. Il mondo russo è ovunque ci sia un’influenza russa (…).
In altre parole, è ovunque. L’entità della nostra influenza varia molto da regione a regione, ma non è mai nulla. Perciò ci espanderemo in tutte le direzioni, nella misura in cui Dio vorrà e nella misura in cui saremo forti». Mi scuserete dunque se non riesco ad appassionarmi allo stillicidio delle notizie sui presunti avanzamenti diplomatici nella trattativa tra Stati Uniti e Russia, e tantomeno alla ridicola diatriba sui rischi del riarmo tedesco ed europeo.
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.