Scudo di PopperCome l’Europa sta cercando di difendere la democrazia senza distruggerla

Nato per proteggere l’integrità delle elezioni europee dalle campagne di disinformazione online, lo European Democracy Shield solleva interrogativi profondi sulla natura stessa della sovranità popolare nell'era digitale: è possibile proteggere le istituzioni dalle manipolazioni online senza compromettere la libertà di espressione?

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I padri fondatori delle democrazie moderne erano pragmatici, non utopisti. Madison, Hamilton e gli altri architetti delle costituzioni occidentali sapevano che la pura volontà popolare, lasciata senza freni, poteva trasformarsi in tirannide della maggioranza o essere preda di fazioni e demagoghi. Per questo motivo, non crearono sistemi di democrazia diretta, ma complesse architetture istituzionali fatte di pesi e contrappesi: corti costituzionali che potevano annullare leggi democraticamente approvate, senati eletti indirettamente, requisiti di maggioranze qualificate per decisioni fondamentali.

Questi erano i contrappesi adeguati alle tecnologie comunicative del XVIII e XIX secolo, quando l’informazione viaggiava lentamente e le comunità erano più omogenee. Ma cosa accade quando l’architettura informativa subisce una trasformazione radicale come quella degli ultimi vent’anni? Quando algoritmi proprietari possono determinare quali notizie raggiungono quali cittadini, creando realtà informative parallele e incomunicanti? Quando potenze straniere possono microtargetizzare messaggi polarizzanti a specifiche fasce della popolazione, sfruttando divisioni preesistenti?

L’Europa, meglio di altri paesi, ha dato una risposta pronta a queste sfide con una serie di regolamentazioni: dal Gdpr sulla protezione dei dati personali, al Digital Services Act, fino al Digital Markets Act. Una mossa che alcuni criticano per aver aumentato la burocrazia e limitato il libero mercato, ma che al contempo dimostra come l’Ue si sia posta concretamente il problema della tutela democratica nell’era digitale.

Il recente comitato parlamentare European Shield for Democracy, guidato da Nathalie Loiseau di Renew Europe, rappresenta un ulteriore passo in questa direzione. Questo organo parlamentare ha un mandato preciso: valutare l’efficacia dei meccanismi europei esistenti contro la disinformazione, aumentare la trasparenza delle organizzazioni che operano nella sfera pubblica europea, e sviluppare l’alfabetizzazione mediatica tra i cittadini. Il comitato, che dovrà presentare il suo rapporto finale all’inizio del 2026, non è solo uno strumento tecnico, ma ha un profondo valore politico-filosofico: rappresenta il tentativo di proteggere l’integrità dei processi democratici dalle sempre più sofisticate campagne di manipolazione online, senza compromettere i principi fondamentali di libertà di espressione.

Anche se l’Europa si è premurata di far sapere che gli strumenti messi in campo non intaccheranno il diritto di espressione perché si limitano a controllare gli effetti non i contenuti dei messaggi veicolati sul web questa parata di scudi democratici solleva tuttavia interrogativi profondi che meritano un dibattito pubblico aperto. Il primo riguarda i limiti dell’intervento: quanto siamo disposti a restringere la libertà di espressione e di informazione per proteggere l’integrità del processo democratico? Una democrazia che censura troppo per proteggersi rischia di negare i valori fondamentali che la definiscono. D’altra parte, una democrazia completamente indifesa diventa vulnerabile a manipolazioni che potrebbero comprometterne l’esistenza stessa. Il secondo interrogativo, forse ancora più delicato, riguarda l’autorità decisionale: chi ha la legittimità per stabilire quali influenze sono accettabili nel dibattito pubblico e quali rappresentano interferenze inaccettabili? Quando un comitato europeo determina che certe narrative costituiscono disinformazione, sta esercitando un potere enorme che potrebbe, se mal gestito, trasformarsi in uno strumento di controllo politico.

La disinformazione su internet non è certo un fenomeno nuovo. Già con il Russiagate americano del 2016 avevamo assistito a come campagne coordinate di manipolazione informativa potessero influenzare processi elettorali fondamentali. Ma ciò che stiamo vivendo oggi rappresenta un salto qualitativo preoccupante, per almeno due ragioni. Da un lato, l’intelligenza artificiale ha amplificato enormemente la capacità di produrre contenuti ingannevoli personalizzati e diffonderli su scala industriale. I deepfake, i testi generati automaticamente indistinguibili da quelli umani, e gli algoritmi predittivi hanno trasformato la disinformazione da artigianale a industriale, rendendola più credibile e pervasiva.

Dall’altro, assistiamo a una concentrazione inquietante del potere informativo nelle mani di pochi oligarchi del web che possono influenzare il dibattito democratico globale. «La rivalità geostrategica si sovrappone sempre di più alla geopolitica aziendale», spiega una nota del Parlamento europeo, nel comunicato di presentazione del nuovo comitato. Un chiaro riferimento al caso di Elon Musk e della sua piattaforma X che con le sue scelte editoriali e i sui algoritmi ha avuto un peso documentato sia nella recente rielezione di Trump, sia nel legittimare Alternative für Deutschland, il partito di estrema destra tedesco che nelle ultime elezioni nazionali ha superato il venti per cento dei consensi. Un potere privato che sfugge a qualsiasi controllo democratico, ma che può determinare gli esiti elettorali in paesi sovrani.

Finora abbiamo parlato solo di minacce, ma le reazioni? L’Europa, nonostante le misure che stanno lentamente entrando in vigore, non ha ancora adottato risposte forti, limitandosi perlopiù a minacciare di sanzioni economiche le grandi aziende del tech che non si sono ancora adeguate ai nuovi regolamenti. Eppure, mentre a livello comunitario manca la volontà politica per un intervento deciso, alcuni stati membri hanno già preso provvedimenti, e il caso della Romania – per quanto passato in sordina – è destinato a fare scuola.

Lo scorso ottobre, la Corte Costituzionale rumena ha invalidato il primo turno delle elezioni presidenziali, in seguito a denunce di “adulterazione” del processo democratico attraverso campagne di propaganda sui social media. Il caso riguardava specificamente il candidato indipendente Călin Georgescu, ex funzionario Onu che aveva rapidamente guadagnato popolarità grazie a una campagna virale sui social media, in particolare su TikTok. Le autorità rumene hanno sostenuto che la sua improvvisa ascesa fosse frutto di una campagna coordinata di propaganda russa, mirata a installare un candidato filo-Cremlino in un paese strategicamente cruciale per la Nato nell’Europa orientale.

Dal canto suo la Commissione ha aperto un procedimento formale nell’ambito del Dsa che ancora non ha avuto nessun esito. La vicenda ha avuto un’ulteriore evoluzione la settimana scorsa, quando Georgescu è stato arrestato dalle autorità rumene mentre si recava in auto per presentare la sua nuova candidatura alla presidenza. Dopo cinque ore di interrogatorio, è stato rilasciato, ma attualmente è sotto inchiesta dalla Procura di Bucarest per propaganda neofascista e finanziamenti illeciti.

Il caso rumeno è interessante perché non riguarda la contestazione di brogli nelle urne o di irregolarità procedurali, ma piuttosto l’accusa che l’intero processo democratico fosse stato compromesso sin dall’inizio attraverso la manipolazione dell’opinione pubblica. Questo fatto solleva una domanda cruciale: fino a che punto le influenze esterne possono essere considerate legittime o accettabili nel contesto di un sistema democratico? È impossibile rispondere a questa domanda – ma anche analizzare la creazione del comitato “European Shield for Democracy” e le altre iniziative di difesa della democrazia europea – senza considerare la dimensione geopolitica che le accompagna. Prendiamo ancora il caso della Romania: è un paese che ospita importanti basi della Nato ed è un attore strategico fondamentale nell’Europa orientale. Un suo allontanamento dall’ordine occidentale sarebbe inaccettabile per i nostri stessi interessi geopolitici, a prescindere dall’esito del processo democratico interno. Inoltre, difendere gli interessi di chi condivide il nostro stesso sistema di valori e sicurezza non è solo giusto, è necessario per mantenere l’equilibrio geopolitico.

Questa è la realtà della politica internazionale: esistono limiti oggettivi a ciò che i processi democratici possono determinare in termini di orientamento geopolitico. Un’elezione, per quanto formalmente impeccabile, può essere percepita come pericolosa se minaccia di alterare equilibri strategici consolidati. La democrazia, in altre parole, finisce dove gli interessi nazionali e internazionali non possono permettersi di seguirla. Al di là delle nuove tecnologie il problema rimane ancora e innanzitutto di natura politica, e i margini di ciò che è effettivamente decidibile attraverso il processo democratico sono più stretti di quanto tendiamo ad ammettere di solito. Censura o meno, a volte è necessario imporre dei limiti. Detto questo, annullare le elezioni rumene è stato giusto e inevitabile, ma non si può ignorare che ciò evidenzia anche la vulnerabilità delle nostre democrazie, sempre più vulnerabili alla propaganda russa.

Se è davvero vano il tentativo di purificare il processo democratico da ogni influenza esterna che cosa dovrebbe fare l’Europa di questi nuovi strumenti e regolamenti di cui si è dotata? Potrebbe interpretare il suo mandato non come quello di un guardiano che determina cosa è accettabile nel dibattito pubblico, ma come un facilitatore che fornisce ai cittadini gli strumenti per riconoscere autonomamente le manipolazioni, rafforzando così la resilienza intrinseca del sistema democratico. Ma al contempo deve saper agire con fermezza quando necessario, ovvero in quei casi in cui è la stessa democrazia a essere messa in pericolo. D’altronde come suggerisce il paradosso di Popper, una democrazia che non si difende dall’intolleranza rischia di essere distrutta dall’interno. La sfida sta proprio nel cercare di definire con precisione chirurgica i limiti di questi interventi, evitando la deriva verso una censura generalizzata del dissenso politico. 

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