Escape RoomRestare o disertare: un conflitto interiore che attraversa le due Coree

Scappare nel senso di sfuggire, sottrarsi a qualcosa, ma anche interpretato come smarrimento, evasione e abbandono. La fuga è il nodo tematico attorno a cui si articola la rassegna del Florence Korea Film Fest, fino al 29 marzo

ESCAPE. Courtesy of Florence Korea Film Fest

L’apertura della ventitréesima edizione del Florence Korea Film Fest, il più longevo festival europeo dedicato al cinema coreano e in programma nel capoluogo toscano fino al 29 marzo, è stata affidata a una di quelle scene care alla cinematografia di tutti i tempi: la fuga. A fuggire – nell’action thriller “Escape”, alla sua prima nelle sale italiane – è un sergente nordcoreano che, con in mente l’idea di scappare in Corea del Sud, viene catturato nell’atto di impedire a sua volta a un altro soldato di fuggire, nei pressi della zona demilitarizzata che divide in due parti la penisola coreana. Il sergente rischia la pena capitale, ma viene salvato da un maggiore che, conoscendolo dall’infanzia, ne fa un eroe invece che un disertore. 

Nella storia tutt’altro che immaginaria, che ha avuto molte volte nella realtà soldati nordcoreani che hanno tentato la fuga e la diserzione, il regista sudcoreano Lee Jong-pil, ospite al festival a Firenze, mette in primo piano il sempre attuale rapporto tra le due Coree. Ma il film non esaurisce tutta la sua portata nelle scene cariche di pathos, come quella della fuga dalla camionetta e dell’inseguimento culminato con la sparatoria lungo il filo spinato, perché Lee Jong-pil vuole evidenziare il conflitto interiore che anima i protagonisti della fuga: il desiderio di una vita migliore al Sud da una parte, la fedeltà al paese d’origine dall’altra. E ancora più in alto, il regista parla di sentimenti, dell’istinto a cercare una vita migliore che abbatte ogni barriera, fino a non rendersi conto del pericolo.

Il regista racconta di essere stato ispirato, per “Escape”, da un fatto realmente avvenuto: due giovani africani riusciti a entrare in aeroporto e che si sono legati a un aereo pur di inseguire il sogno di una vita migliore in Europa. La fuga non è garanzia di vita migliore, ma piuttosto che vivere una vita senza speranze, forse meglio inseguire il sogno rischiando la morte. Che è poi l’epilogo di “Escape”. Il film è il quarto lungometraggio di Lee Jong-pil, che dopo l’esordio con “Born to Sing”, cui è seguito il dramma pansori “The Sound Of A Flower”, ha raggiunto grande successo con il film “Samjin Company English Class” del 2020.

Fedele alla linea di incrociare le storie che attingono al presente con quelle pregne della situazione geopolitica della penisola coreana, il Florence Korea Film Fest, attraverso i suoi settanta film in rassegna, mixa i migliori film sudcoreani usciti nel 2024 con quelli del cinema indipendente e dedica un posto di riguardo ai registi emergenti. Ecco quindi Chun Sun-young e il suo thriller “A Girl with Closed Eyes”, presentato in anteprima al Busan International Film Festival nel 2024. Il film, primo lungometraggio del regista, è stato preceduto nel 2008, come assistente alla regia, da “Night and Day”, in cui il protagonista scappa a Parigi per non essere arrestato e lì incontra l’ex ragazza che lo introduce in una comunità di artisti coreani.

A GIRL WITH CLOSED EYES. Courtesy of Florence Korea Film Fest

La regista Chun Sun-young ha anche diretto il cortometraggio “Good Night” (proiettato anche alla Settimana Internazionale della Critica, parallela al Festival di Cannes nel 2002), che parla di un giovane coreano che, in Gran Bretagna come studente, è preso dalla solitudine e dalla lontananza da casa. La storia di “A Girl with Closed Eyes” – il film di chiusura del festival fiorentino – racconta la vicenda di una donna (interpretata da Kim Min-ha) che, sospettata di aver ucciso l’autore di un best-seller e per questo arrestata, incarica una detective (interpretata da Moon Choi) di investigare. Storia nella storia, la detective riconosce nella sospettata un’amica d’infanzia, dalla quale però si era allontanata. Tutto depone contro la donna sospettata, e in tal senso anche le sue ammissioni, ma la detective non si arrende, e nutrendo dubbi mette tutta se stessa per scoprire la verità. 

In “A Girl with Closed Eyes” la regista Chun Sun-young mostra, in una trama condotta con dinamicità e carica emotiva, tutta la sua capacità narrativa e, nelle scene di dialogo a due in carcere, la predisposizione a soffermarsi sui rapporti interpersonali. Il thriller la fa da padrone anche nei film di Na Hong-jin – acclamato re del noir, i cui film hanno ricevuto numerosi riconoscimenti – proiettati al festival. Il più famoso è “The Chaser”, proiettato per la prima volta al Festival di Cannes e in cui il protagonista, ex poliziotto diventato poi protettore di prostitute, scopre che la scomparsa di alcune sue ragazze sia legata a un cliente e si ritrova in una lotta contro il tempo per salvare un’altra ragazza. Nel film “The Yellow Sea”, invece, un tassista gravato da debiti di gioco accetta l’incarico di recarsi a Seoul per commettere un omicidio.

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