Fragilità invisibiliThe Adolescence: se l’adolescenza smette di essere una coming-of-age story

Ispirata a casi reali di femminicidio, “The Adolescence” è una miniserie britannica che abbandona il thriller per affrontare l’adolescenza nella sua forma più cruda: un’età di dinamiche sociali distorte, mascolinità tossica, bullismo e community digitali che normalizzano l’odio. I creatori della serie vorrebbero proporre la visione in Parlamento e in tutte le scuole, per «portare a una discussione e attuare un cambiamento»

The adolescence. Courtesy of Netflix

Apro il mio profilo Netflix quasi distrattamente. È ora di pranzo, cerco qualcosa di confortevole da riguardare. Nel carosello delle novità, quelle segnate dal logo TOP10, appare “The Adolescence”. Diffido, come sempre più spesso negli ultimi anni, delle serie Netflix: partono con ottime premesse, ti catturano per qualche puntata, o peggio, per un’intera stagione, solo per poi deragliare verso il no-sense o essere cancellate senza che minimamente te lo aspettassi. Eppure, mentre per l’ennesima volta guardo riflettere Don Draper e Peggy Olson su uno spot per Heinz, quel titolo e il viso serio di quel ragazzino nella locandina mi tornano in mente. Passa qualche giorno, e l’entusiasmo per questa serie si allarga a macchia d’olio. Decido di provarci. Solo quattro episodi, penso: se mi deluderà, l’arrabbiatura durerà poco e saprò con chi lamentarmi.

Prima, seconda, terza, quarta puntata: una dietro l’altra, un pugno nello stomaco dopo l’altro. Se siete qui, probabilmente avete già visto “The Adolescence”, o, come me, ne avete sentito parlare al punto tale da voler capire se si tratta di un entusiasmo passeggero oppure se questa serie, ideata da Jack Thorne e Stephen Graham e ispirata a una serie di violenti femminicidi ai danni di adolescenti, segni davvero qualcosa di importante per la piattaforma, per il modo in cui riesce a trattare la parte più oscura dell’adolescenza in una narrazione autoconclusiva di quattro puntate.

The adolescence. Courtesy of Netflix

Doncaster, Inghilterra. È mattina presto. L’ispettore capo Luke Bascombe e il sergente Misha Frank sono in servizio. Un turno ordinario, una conversazione qualsiasi, finché la radio li avvisa: devono procedere con un raid. Auto e camionette della polizia compaiono in una strada traversa, le seguiamo con un piano sequenza che contraddistinguerà ogni puntata, dall’inizio alla fine, facendoci spesso mancare un po’ il fiato. Staccarsi da quel che succede è infatti impossibile. 

La porta di una casa viene sfondata: ci vive una famiglia. Appaiono una donna e un uomo di mezza età, una ragazzina, ma non è loro che cercano. I poliziotti salgono le scale, l’ansia sale. Jamie, tredici anni, è nel suo letto. “Sospettato individuato” urla uno di loro puntandogli il fucile addosso. Jamie urla, piange, implora il padre. Si bagna i pantaloni dalla paura. La sera prima la sua coetanea Katie Leonard è stata accoltellata in un parcheggio: è davvero questo ragazzino impietrito dalla paura l’assassino che cercano?

Il piano sequenza ci trascina con lui nell’angosciante viaggio in auto dalla casa alla centrale, dove viene sottoposto a domande insistenti, controlli, ispezioni mediche e prelievi. La sensazione di star assistendo a qualcosa di profondamente ingiusto, sbagliato, non molla un istante. È un bambino apparentemente educato, fragile e indifeso, e come tanti della sua età ha il terrore degli aghi: «Un killer non è così», pensiamo. Eppure, nonostante una cantilena che si ripete disperata: «Non ho fatto niente. Non sono stato io», durante l’interrogatorio le nostre convinzioni iniziano a vacillare, finché i sospetti non diventano prove: prima l’A4 con una foto sgranata che lo riprende mentre insegue la ragazzina, poi il dettaglio delle sue Nike Air Max, infine un video. Vediamo Jamie litigare con Katie, poi lui che si accanisce su di lei. La verità si palesa così, lasciandoci attoniti. «Hai buttato i vestiti, hai tenuto le scarpe, troppo costose, vero?» commentano in un gelido silenzio gli agenti.

The adolescence. Courtesy of Netflix

È in questo momento che emerge la forza narrativa di “The Adolescence”. Dal finale della prima puntata è chiaro che non ci saranno altri colpi di scena, nessun mistero ed enigma alla “True Detective” a scandire le indagini: resteremo soli con la cruda e ineluttabile realtà dei fatti. E mentre cerchiamo di mandarla giù, iniziamo a chiederci insistentemente come si è arrivati a quel punto.

Una sensazione più che familiare, vista la quotidianità con cui ogni giorno donne di ogni età vengono uccise. Osserviamo le ferite, i vuoti, le ombre che tutti portano con sé e non serve Rustin Cohle per capire quanto la ricerca del solo e unico colpevole sia fine a sé stessa. Si parla di bullismo, mascolinità tossica, misoginia, aggrottando lo sguardo sul sistema educativo e sulla responsabilità genitoriale. Il tutto privando il pubblico del suo desiderio più inespresso: usare le storie più tragiche come sfondo audio per una serata chill a base di cena d’asporto. “The Adolescence” ci angoscia, ci fa ragionare sulle responsabilità, ci costringe a dubitare che ce ne sia davvero una; ci piega, come dovrebbe accadere sempre quando si guarda in faccia la realtà nel suo orrore e nel suo decadimento.

«A te sembra che qui qualcuno impari qualcosa?» chiede Luke alla collega, mentre interrogano gli insegnanti della scuola di Jamie e Katie. «Sembra un recinto per il bestiame». Video ovunque, docenti che entrano ed escono dalle classi senza attenzione. Non vuole essere il solito attacco al mondo dell’istruzione: anche nella serie si riconosce che esistano buoni insegnanti e buone scuole. Ma quando ripensiamo ai nostri anni da studenti, la parola che ci viene in mente è “sopravvivere”. E questo, forse, non dovrebbe essere normale. «A tutti i ragazzi serve qualcosa che li faccia sentire bene», gli risponde Misha.

The adolescence. courtesy of Netflix

“The Adolescence” sceglie di affrontare il tema dell’adolescenza ben consapevole che sia uno dei più popolari degli ultimi anni. A tredici anni si può provare altro, ben oltre ciò che hanno sintetizzato i ragazzini di “Stranger Things”. Qui l’adolescenza è fatta di corpi in fiore e animi spezzati: tristi. Confusi. Incazzati. A volte per settimane e mesi interi, a volte senza scadenza. Ricordo perfettamente il deserto dentro che ho provato a quindici-sedici anni, ma soprattutto la freddezza con cui questo dolore non veniva minimamente accolto dalla mia realtà quotidiana, dalla scuola, dagli insegnanti. E pensandoci bene, mi sono sempre sentita come se il sistema fosse questo, e non una cosa che capitava solo a me. Gli adulti lo guardavano con sicurezza, il nostro malessere – mio e quello dei miei amici coetanei – a volte come qualcosa di stupido, altre una noia, altre come qualcosa di buffo, un dentino da latte che semplicemente stava dondolando, e andava fatto dondolare. Sarebbe caduto, avrebbe lasciato posto all’altro, la sua versione più adulta, e via.

Questo dolore, che tra i giovani di oggi lascia pochi indizi nel mondo reale, cresce tramite emoticon e reaction, messaggi criptati, incomprensibili per chi è adulto – proprio questo mette in crisi le indagini nella serie: «dinamite, fagioli, “la pillola rossa è tipo “vedo la verità”», spiega il figlio dell’ispettore vedendolo in difficoltà. E così si arriva a capire che, all’interno di un mondo che solo in superficie è circoscritto ai banchi di scuola, a governare sono la Manosfera, “i gruppi della verità”, la regola dell’ottanta a venti (secondo cui l’ottanta per cento delle donne è attratto dal venti per cento degli uomini), la community degli incel, MRA (attivisti per i diritti degli uomini) e PUA (artisti del rimorchio), il cui ego si trasforma in una sorta di violenza autorizzata. Non c’è da stupirsi che i genitori, come sottolinea il figlio di Bascombe, «si muovano a tentoni, senza capire».

The adolescence. Courtesy of Netflix

«Tu mandi i cuori, no? Rosso significa amore, viola eccitazione, giallo “mi interessi, e tu?”, rosa “mi interessi ma niente sesso”, arancione “starai bene”. Tutto ha un significato, papà. Era imbarazzante vederti brancolare nel buio». E adesso che la “stele di Rosetta” di Instagram viene finalmente decifrata, si scopre che Katie – vittima anch’essa delle pressioni sociali e culturali esterne – bullizzava Jamie. Si innesca così un dolore profondo che è sbagliato pensare si possa ridimensionare facilmente: per alcuni, quel dolore diventa un veleno silenzioso, invisibile, capace di trasformarsi nella forma più estrema di violenza. E quando Jamie affronta il suo ultimo incontro con la psicologa, quella stessa violenza che ha ucciso Katye riemerge, stratificata tra le sue buone maniere, la sua educazione, la sua apparente dolcezza. Una compresenza disturbante, che a tratti ci disgusta, a tratti ci spaventa, in altri ancora ci fa provare pietà.

Quando questo diventa un omicidio, a pochi interessa vederlo e parlarne come il risultato di un contesto culturale che non funziona come dovrebbe. Si sceglie la narrazione del male, di quell’ombra oscura e misteriosa che, come Nosferatu, si impossessa di una vita fino a quel momento innocente, maledicendola, sì, ma elevandone anche le capacità intellettuali e di conseguenza il potere fascinatorio. Un assassino, spogliato di quest’aura magica, demoniaca, resterebbe solo un individuo. Un figlio, che potrebbe essere il tuo, che pensi stia giocando a Minecraft, ma in realtà lascia commenti di odio sotto i profili delle ragazze; che pensi stia facendo i compiti o chattando con i suoi amici, e invece, come dice Frank, guarda i video di «quella merda di Andrew Tate». Pensieri che ci rendono impotenti e trasformano in gusci vuoti, come accade ai genitori di Jamie nel quarto e ultimo episodio, divisi tra la convinzione di aver fatto tutto ciò che potevano e il rimprovero. E questo vortice non è solo ciò che forse rende “The Adolescence” una delle migliori serie drama del 2025, ma la realtà che siamo chiamati ad affrontare consapevoli che potrebbe ridurre il nostro il cuore in macerie.

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