Pump It Up! Il dance-fitness in “The Substance”, tra desiderio di perfezione e nostalgia degli anni Ottanta

Da un’atmosfera glamour che appartiene al passato all’odierna ossessione per l’eterna giovinezza, Coralie Fargeat offre l’opportunità di osservare i programmi di allenamento televisivi come non l’abbiamo mai fatto

“The Substance”. Credits: Wonder Pictures

The Substance, il “body horror dell’anno”, è già considerato da molti un film destinato a diventare un cult. Alternando momenti di drammaticità estrema ad altri talmente grotteschi da sfociare nel comico, il film di Coralie Fargeat esplora la “relazione tossica” che molte donne sviluppano con i propri corpi fin dall’adolescenza, in una società che da un lato predica l’accettazione di sé, ma dall’altro promuove un’ossessione per la perfezione e l’idea di eterna giovinezza. In questo contesto contraddittorio è innegabile che agli uomini sia riservato un trattamento speciale: a loro è concesso di ingrassare, essere poco attraenti e addirittura invecchiare – processi che sicuramente affrontano con sofferenza o nostalgia, ma mai (anche se non è proprio giusto generalizzare) come se fosse una tragedia o da questo dipendesse costantemente il senso della loro vita. Questo perché, al contrario delle donne, la loro immagine non è considerata un requisito fondamentale per l’affermazione sociale e lavorativa.

“The Substance”. Credits: Wonder Pictures

Accade allora che ci si trova intrappolate in un loop di interventi di chirurgia estetica, con corpi sempre più gonfiati, tirati, assottigliati e sbiancati che una e una sola certezza danno: il biasimo sociale. Raramente, infatti, questo comportamento viene riconosciuto per ciò che realmente è. Non un capriccio o un eccesso di vanità, ma un vero e proprio disturbo, comparabile all’alcolismo o alla dipendenza da droghe. Ecco forse perché Fargeat ci trasporta nella vita finzionale di una ex-star di Hollywood, Elisabeth Sparkle, che dopo molti anni di successo, vede la sua carriera crollare definitivamente nel giorno in cui compie cinquant’anni.

Il dirigente del canale per cui conduce un programma di dance-fitness – un uomo volgare, in là con gli anni e reso volutamente sgradevole dalle riprese grandangolari (nel film tutti gli uomini vengono rappresentati così) – riesce a malapena a darle una spiegazione. Pretende una nuova “Sparkle”, giovane e sexy, perché è questo che il pubblico vuole. Per Elisabeth l’ultima speranza rimane “the substance,” una sostanza frutto di un progetto scientifico sperimentale, capace di creare – a partire da chi ne fa uso – una versione migliorata di sé: più giovane, più bella, più tutto. Ciò che inizialmente sembra una benedizione si rivela una condanna che la trascina in una spirale in cui il suo corpo e la sua stessa esistenza vengono cannibalizzati da Sue, la sua versione più giovane. Un conflitto che si consuma tra sangue, riflettori e paillettes, e che porta in superficie tutto il dolore che una donna emotivamente distrutta è in grado di provare.

“The Substance”. Credits: Wonder Pictures

Una costante attraversa tutto il film: il programma televisivo di Sparkle Your Life / Pump It Up e il suo set. Un elemento che fin da subito si capisce non essere solo scenografico, ma che anzi trascina dietro sé un insieme complesso di significati, ideali estetici e modelli di comportamento. Per arrivare lì, ogni giorno Elisabeth percorre un lungo corridoio rosso, tempestato dalle copertine del programma ritraenti decine e decine di versioni di sé, più giovani, belle e di successo. Una celebrazione che è anche una prigione soffocante. Figlio diretto dei programmi di fitness che da quasi settant’anni penetrano nelle case delle famiglie americane attraverso la tv, e ora anche tramite le varie piattaforme di streaming, nascono con l’intento di promuovere il benessere fisico, ma negli anni si trasformano progressivamente in qualcosa di più ambiguo e contorto.

L’apice di questo cambiamento arriva negli anni Ottanta e Novanta: via libera ai capelli laccati, body dai colori smaltati, muscoli tonici e lucidi che si muovono al ritmo delle hit del momento, addio ai costosi abbonamenti in palestra. Lo sport ora si può fare comodamente da casa, piazzati davanti allo schermo della tv in salotto. Il target è chiaro: casalinghe, adolescenti e chiunque desideri un’ora di evasione quotidiana con la promessa – o meglio, il miraggio – di una vita che può diventare perfetta: diventa un fenomeno nazionale e globale. In Italia il dance-fitness televisivo non attecchisce con la stessa forza che nel Regno Unito e in Germania, eppure certe immagini riescono comunque a infiltrarsi nel nostro immaginario attraverso gli stessi film americani, da Donnie Darko a Il diario di Bridget Jones e Matilde 6 Mitica. In queste pellicole, i personaggi, sintonizzati su programmi di fitness in TV, si ritrovano a ripetere le mosse degli istruttori in un total look fitness-chic.

“The Substance”. Credits: Wonder Pictures

Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, i programmi di fitness fanno il loro debutto sulla rete nazionale americana già nel 1951 con The Jack Lalanne Show, condotto da Jack LaLanne. “Il padrino del fitness” sa come conquistare il suo pubblico: tuta aderente, set minimal e una voce rassicurante. «I’m here for one reason and one reason only: to show you how to feel better and look better, so you can live longer». In questa figura affascinante, ma allo stesso tempo familiare e vicina, le persone trovano un alleato che, per la prima volta, si preoccupa del loro benessere e gliene parla in termini di allenamento fisico, nutrizione equilibrata e pensiero positivo. L’attenzione al benessere rappresenta una vera e propria novità. «Negli anni Cinquanta e Sessanta l’esercizio fisico era considerato pericoloso. Mi dicevano che il mondo sarebbe stato pieno di jogger morti», ricorda il Dr. Kenneth H. Cooper, oggi novantatreenne, che nel 1968 pubblica il best seller Aerobics, portando alle masse le conoscenze che per tredici anni mette a servizio degli astronauti della Nasa.

Eppure, non solo questa “profezia” non si realizza mai, ma nel 1969 il suo approccio ispira Jackie Sorensen per Aerobic Dancing, il primo programma/corso di aerobica al mondo pensato esclusivamente per le donne che combina danza e allenamento tradizionale tra crunch, squat, cha-cha, valzer, samba e swing, sorrisi smaglianti e fondali dai toni pastello. Sono passati meno di vent’anni, eppure il perfezionismo tecnico inizia già a perdere il suo appeal non solo tra il grande pubblico televisivo, ma anche tra i corsi in sala. «Insegni come se dovessimo diventare ballerini professionisti, ma noi vogliamo solo avere il loro aspetto» è quello che si sente dire da uno dei suoi studenti Judi Sheppard Missett, istruttrice di danza jazz di Chicago. Decisa, tutta risposta, fa girare gli studenti di spalle agli specchi, semplifica le coreografie per renderle più divertenti e per allenarli, sceglie le hit del momento. Quello che può sembrare un piccolo aggiustamento si rivela la scintilla per Jazzercise: un programma tv che fonde la danza jazz all’aerobica tradizionale, reso inconfondibile dal caschetto biondo di Judi, dai suoi look colorati, dall’abbigliamento aderente e dalla sua voce squillante. Entro il 2015, raggiunge un fatturato di novantatré milioni di dollari.

“The Substance”. Credits: Wonder Pictures

Il dance-fitness è popolare, ma non ha quel tocco glamour che conosciamo oggi. Per questo, bisogna attendere gli anni Ottanta, con i loro body dai colori sgargianti, scaldamuscoli tirati fin sopra il ginocchio, fasce per capelli strategicamente posizionate per catturare ogni goccia di sudore e outfit studiati per farsi notare ben oltre le mura della palestra. C’è Olivia Newton-John con il videoclip provocatorio di Physical (in cui allena un gruppo di uomini fuori forma fino a vederli trasformarsi in figure scolpite e muscolose) ma soprattutto Richard Simmons: con la sua chioma riccia inconfondibile, le canottiere luccicanti e i pantaloncini corti trasforma il ruolo di istruttore in una celebrità pop.

Anche Hollywood non resiste al fascino di questo mondo. Jane Fonda, già icona del grande schermo, si apre al pubblico condividendo la sua esperienza con un disturbo alimentare e del ruolo cruciale che il fitness ha avuto nella sua guarigione. Crea il Jane Fonda’s Workout e produce il VHS di allenamento più venduto della storia, superando di duecentomila copie le vendite di Star Trek II. D’altro canto, Simmens dichiara guerra al “grasso”, un termine che vuole riappropriarsi con provocatoria insistenza: per anni, la targa della sua auto riporta la scritta “YRUFATT” (Perché sei grasso?). Una scelta che oggi risulterebbe inaccettabile, ma che all’epoca, unita a un’inconfondibile energia e a un singolare senso di euforia, fu determinante.

“The Substance”. Credits: Wonder Pictures

La scena cambia radicalmente avvicinandosi agli anni Novanta, quando la ginnasta e body builder Gin Miller inventa lo step-aerobics che insegna con dei video ispirati alle atmosfere dark dei videoclip su MTV: dietro le quinte negli spogliatoi, musica tribale, corpi seducenti, sudati, scolpiti dalle ombre. Il successo dello step, che Miller stessa brevetta, risiede nella sua semplicità: offre uno spazio personale, un piccolo “mondo” dove ognuno può fare aerobica a modo suo, senza timore di giudizio. Dopo il lancio delle brochure di STEP Reebok, Miller trascorre i successivi quindici anni conducendo workshop in tutto il mondo, consolidando il suo ruolo di star e guida ispiratrice per milioni di persone.

«Oggi chi presenta i programmi di allenamento online non parla nemmeno. Sono ragazze belle, dai fisici perfetti, curate in ogni dettaglio, ben truccate e illuminate alla perfezione. E il pubblico le adora per questo. Per loro non si tratta solo di seguire un allenamento: vuole assomigliare a loro, comportarsi come loro, avere la loro personalità», racconta Gin Miller in un’intervista del 2019, evidenziando un aspetto cruciale: il dance-fitness televisivo completa la sua metamorfosi da metodo di allenamento per persone comuni a spettacolo seguito da spettatori che aspirano al ruolo di protagonista.

Pensiamo al video del 2005 di Hung Up di Madonna: lei, avvolta in un body rosa iconico, si riscalda e balla da sola in una sala vuota. In The Substance, ritroviamo questa dinamica attraverso Elisabeth all’inizio e Sue da metà film in poi, in un’estetica profondamente radicata negli anni Ottanta e Novanta, decadi in cui, come abbiamo visto, si cristallizzano i parametri che ancora oggi regolano la definizione del corpo bello, sano e atletico. Anche nel 2024, davanti a una vetrina con un manichino con su un body rosa metallizzato e dettagli cut-out, la giovane Sue non può resistere.

“The Substance”. Credits: Wonder Pictures

Il motivo è radicato nella sua natura: lei è parte di Elisabeth e con lei condivide tutti i riferimenti culturali della maggior parte delle decadi che abbiamo appena attraversato, quelle in cui era giovane e all’apice della sua carriera. Il desiderio esasperato di Sue di sentirsi sexy, sviluppando coreografie sempre più provocatorie che assecondano la volontà dei dirigenti di sessualizzarla e oggettificarla – nutrendo le fantasie sessuali del pubblico maschile e rispondendo alla necessità di una nuova star da idolatrare, per quello femminile – è la diretta conseguenza della frustrazione di Elisabeth, che invece si percepisce noiosa, insignificante, per nulla attraente, proprio come il programma che le hanno portato via. La lotta tra loro due non è solo fisica, ma anche metaforica della tensione tra chi intravede un futuro davanti a sé e chi invece no.

The Substance segna così il decadimento dei valori originali del dance-fitness televisivo. Quel set, nato inizialmente per il miglioramento personale, offre tutto ciò di cui è in possesso allo showbiz e ora, davanti a noi, non vediamo che un “campo di battaglia” devastato dall’ossessione per la perfezione, e sui cui pavimenti illuminati dai riflettori restano solo i brandelli di un sogno corrotto e malato.

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