Scritto sulla sabbiaLa ricostruzione di Gaza, e la possibile soluzione del conflitto

L’Arabia Saudita si sta imponendo come attore centrale nel futuro del Medio Oriente, accelerando il processo di normalizzazione dei rapporti con lo Stato ebraico. Il ridimensionamento di Hamas e la ricostruzione della Striscia sono priorità ineludibili per le monarchie del Golfo

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Nel libro “Le Ragioni di Israele” pubblicato da Linkiesta Books nel settembre 2024, le riflessioni sui possibili sbocchi della questione palestinese e del conflitto arabo-israeliano trovano spazio in un breve capitolo intitolato – che ambizione! – “Le soluzioni”. In quel testo si passano in rassegna le architetture finora proposte, pensate e discusse in Israele, nei Territori Occupati e dalla Comunità Internazionale.

Dalla più nota e condivisa, ma indebolita dagli ultimi cinquant’anni, dei due popoli, due Stati, a quelle più ardite a tre o a otto Stati-emirati, passando per lo Stato unico binazionale su tutto il territorio della Palestina Mandataria (l’opzione preferita di chi vede la politica come l’arte del narcisismo etico, traduzione all’italiano del più noto virtue signaling, della purezza delle posizioni e dei principi, che purtroppo però non ha possibilità nel mondo reale).

Anche se vari punti di quelle riflessioni (rimandiamo al libro per un’analisi più approfondita) rimangono in piedi solo per una storia diplomatica o nelle rivendicazioni di minoranze politiche, il filo rosso di quei ragionamenti risulta potenziato dagli avvenimenti degli ultimi mesi. Il nostro lavoro è stato dato alle stampe nell’estate del 2024, quando la corsa alla Casa Bianca, attore fondamentale della vicenda, era ancora decisamente aperta. Da settembre a oggi la vittoria politica di Trump e il consolidarsi di quella militare di Israele (non solo a Gaza, ma anche in Libano, nel Golan e in Iran) hanno rinnovato alcune di quelle prospettive.

Da una parte abbiamo un’amministrazione americana imprevedibile, tra fughe in avanti, proposte inaccettabili, marce indietro e ridicoli video prodotti con l’AI: al realismo drastico del suo primo mandato (quello della svolta degli accordi di Abramo), Trump sembra aver sostituito un cinico e bieco brinkmanship: prova a esasperare gli interlocutori e le opinioni pubbliche senza un vero piano, in cerca di eventuali crepe o di reazioni scomposte, in un continuo esercizio di opportunismo aggressivo.

D’altra parte, proprio sulla piattaforma degli accordi di Abramo, assistiamo a nuovi movimenti interessanti da parte delle capitali della regione che davvero possono spingere per soluzioni durature e stabili: Riad, Abu Dhabi, Doha, Il Cairo e Amman (in ordine di importanza). In reazione alla debordante e scomposta propaganda trumpiana, i leader della regione si sono riuniti in Egitto negli scorsi giorni, disegnando una prima proposta di governo e ricostruzione di Gaza. 

La road map disegnata in questo summit prevede una ricostruzione in tre fasi e con altrettanti importanti pilastri: l’emarginazione di Hamas dalla gestione della Striscia, la nomina di un comitato di tecnocrati che dovrebbe gestire la ricostruzione coordinandosi con l’Anp, la presenza di una forza di pace internazionale, ribadendo la posizione araba per la soluzione a due Stati. Il piano, da oltre cinquanta miliardi di euro, è ancora in fase di studio, ed è già stata convocata una più ampia conferenza al Cairo per discuterne i dettagli nelle prossime settimane.

Nel frattempo Mahmoud Mardawi, alto esponente di Hamas, ha espresso la sua soddisfazione per l’esito dell’incontro, ma Trump ha già fatto sapere che non approva questo indirizzo perché non terrebbe conto dell’attuale inabitabilità della Striscia: insiste ancora sulla minaccia della deportazione di massa, impossibile oltre che ingiusta, eppure ancora sul tavolo per alzare la posta (probabilmente costringere Hamas a rilasciare gli altri ostaggi, in linea con l’ultimatum rilanciato sui social nelle ultime ore).

Il sangue freddo dei leader arabi in questo scenario dovrebbe insegnare molto a quelli europei che, pur essendosi anch’essi riuniti per riorganizzare il loro continente alla luce delle spallate di Trump, non riescono a nascondere la loro insicurezza. L’imprevedibilità, l’isteria e la velocità delle dinamiche delle relazioni internazionali (generate in particolare dal nuovo inquilino della Casa Bianca che gioca una partita su più livelli ma senza un’apparente strategia) non permetterebbero particolari ottimismi neanche in Medio Oriente, ma si apre quantomeno una stretta strada che potrebbe portare a una normalizzazione del conflitto: il ridimensionamento e l’isolamento di Hamas, di Hezbollah e dell’Iran, insieme al rinnovato impegno delle monarchie del golfo, sono le buone notizie degli ultimi mesi.

Il mondo arabo, conteso tra gli imperialismi di Turchia e Iran, dopo centinaia di anni potrebbe prepararsi a prendere in mano il proprio destino e la sua classe dirigente sembra essersi convinta sulla normalizzazione dei rapporti con Israele (alle giuste condizioni). 

Il prestigio della rivoluzione islamica degli ayatollah sciiti, sebbene sbiadito dagli esperimenti falliti in Siria, Yemen, Iraq e Libano, è forte persino tra i sunniti (persino nella lontana Algeria dove i giovani negli anni Ottanta, oggi classe dirigente, avevano spesso il poster di Khomeyni accanto a quello di Che Guevara); i turchi non sono arabi, come i persiani, ma sono sunniti e militarmente e diplomaticamente molto forti; Israele invece ha le bombe atomiche ma è troppo piccolo e troppo ebraico per diventare egemone nel Medio Oriente (a differenza dei due vecchi imperi musulmani).

Nella prospettiva più ottimistica da parte araba Israele sarebbe un perfetto guardiano delle ambizioni turche e iraniane (e una Palestina indipendente sarebbe il collare con cui tenerlo sotto controllo). In questo quadro, la questione palestinese è geopoliticamente inconsistente ma chi riuscirà a delinearne la soluzione porrà le basi diplomatiche, politiche e giuridiche dei nuovi equilibri della regione.

Dal punto di vista politico, l’Arabia Saudita è in prima fila. Imporre l’autodeterminazione palestinese in cambio della firma degli accordi di Abramo non sarebbe solo lo zucchero per far digerire Israele alle piazze arabe ma cementerebbe la svolta di Bin Salman: modernizzazione interna e ruolo centrale nella Via del Cotone statunitense, alternativa alla Via della Seta cinese.

La Turchia (la potenza meglio posizionata strategicamente tra guerra russo-ucraina e crisi palestinese) contende allo sfiancato Iran il controllo di Hamas puntando sui “moderati”, cercando di ripetere lo schema My Fair Lady tanto efficace con al-Julani in Siria (persino gli Stati Uniti nelle scorse settimane hanno intrattenuto dei colloqui diretti con Hamas, all’insaputa di Israele: la notizia, una volta trapelata, ha preoccupato la leadership dello Stato Ebraico, sempre più scettica sull’affidabilità di Trump).

Gli Emirati Arabi Uniti hanno allevato per anni una nomenklatura palestinese intorno alla controversa figura di Mohammed Dahlan, tra gli architetti della normalizzazione dei rapporti tra Israele ed Emirati, ex plenipotenziario di Gaza prima di Hamas, accusato da al Fatah di aver avvelenato Arafat, nonché ricercato dai cacciatori di taglie di Erdogan per aver contribuito al tentato golpe del 2016. 

Dahlan è scettico sulla soluzione a due Stati, anche se le sue pressioni per gli Accordi di Abramo contengono l’estremo tentativo di raggiungere tale obiettivo. Già nel primo mese di guerra, a dimostrazione della sua influenza, aveva delineato in un’intervista all’Economist grosso modo quelle che sono state le determinazioni del suddetto summit del Cairo, e proprio Dahlan potrebbe avere un ruolo nella gestione della Striscia abbozzata in questi giorni.

In tutti questi movimenti si certifica per l’ennesima volta l’irrilevanza della gerontocratica Anp, considerata solo dalle Nazioni Unite (Guterres era presente al Cairo) e per mera e indolente inerzia dall’Unione Europea. La stessa Anp ha provato nei mesi scorsi a mostrarsi all’altezza del momento conducendo delle operazioni di polizia contro la recrudescenza di Hamas in Cisgiordania, inutilmente perché è comunque dovuta intervenire Israele con l’operazione Muro di Ferro. Dalla normalizzazione del conflitto alla soluzione dello stesso, con l’inverarsi finalmente di uno Stato palestinese, sicuro e credibile tanto internazionalmente quanto internamente, il cammino è lungo, tortuoso e ricco di trappole. 

Il filo conduttore delle nostre riflessioni storiche, politiche, demografiche e politiche in “Le Ragioni di Israele” è proprio il seguente: per fare uno Stato non bastano una conferenza internazionale o il riconoscimento di qualche irrilevante paese europeo. Servono monopolio della forza, istituzioni solide, classe dirigente e società civile. Tutte caratteristiche oggi assenti nel campo palestinese.

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