Le ragioni di IsraeleIl grande classico degli antisemiti che si dichiarano solo antisionisti (come se fosse accettabile)

Nel libro pubblicato da Linkiesta Books, Riccardo Galetti e Roberto Sajeva spiegano nascita, evoluzioni e correnti del diritto alla autodeterminazione del popolo ebraico. Una lettura imprescindibile per contestualizzare il pogrom del 7 ottobre e la risposta di Gerusalemme

AP/Lapresse

Questo brano è tratto dal libro “Le ragioni di Israele. Il contesto storico, politico e demografico del conflitto israelo-palestinese, e il futuro dello Stato ebraico e dei suoi vicini”, Riccardo Galetti e Roberto Sajeva, pubblicato da Linkiesta Books. Il volume è in libreria, oppure lo si può comprare qui su Linkiesta store, con spese di spedizione incluse.

Nel surreale dibattito sulla Questione israelo-palestinese il respingere accuse di antisemitismo dichiarandosi però, platealmente e candidamente, “antisionisti” è ormai un grande classico. Come se essere fieramente antisionisti fosse una posizione accettabile e commendevole, una dichiarazione senza sbavature, pienamente nel campo della normale dialettica politica. Questo dato non ci può che portare a una conclusione: quando si parla di sionismo (e dunque di antisionismo ) nella grande maggioranza dei casi lo si fa senza cognizione di causa (vogliamo essere ottimisti: l’unica alternativa sarebbe una deliberata disonestà intellettuale ).

[…] I testi sacri dell’ebraismo, la tradizione, lo spirito e il carattere fondamentale delle comunità ebraiche hanno sempre attribuito alla Terra d’Israele, e a Gerusalemme in particolare, un ruolo centrale ( “Sion” identifica, già in tempi precristiani, l’intera città di Gerusalemme ). “L’anno prossimo a Gerusalemme” è dunque l’augurio che ci si scambia nel giorno di Pasqua, auspicando che sia l’ultimo del lungo esilio a cui gli ebrei sono stati condannati sin dalla distruzione del Secondo Tempio. Questo sentimento collettivo e condiviso, intrinseco all’ebraismo stesso, è dunque uno dei tre fattori che hanno generato il sorgere del sionismo propriamente detto alla fine del XIX secolo.

Il secondo elemento, che assume senza dubbio un ruolo altrettanto centrale nella nascita del sionismo, è quello dell’antisemitismo, che segna la vita (e la morte) delle comunità ebraiche in Europa. E alla questione dell’antisemitismo imperante nell’Europa Orientale del XIX secolo si affianca la constatazione del parziale fallimento delle spinte di emancipazione e assimilazione in Europa Occidentale dopo la Rivoluzione francese. Il celebre caso Dreyfus testimonia le difficoltà e le disillusioni di chi, specialmente di estrazione borghese, aveva scommesso sulla partecipazione a pieno titolo dei cittadini di origine ebraica alla società e ai processi politici.

Il terzo e ultimo dei tre principali fattori che spiegano la nascita del sionismo politico è il più interessante e al contempo il meno dibattuto dal pubblico generale: la nascita del movimento sionista rappresenta l’incontro delle comunità ebraiche europee con la modernità.

Il sionismo nasce infatti in un momento storico di fermento nazionale, di aspirazione positiva all’indipendenza e all’autodeterminazione, di emancipazione e di appelli ai popoli oppressi nell’Europa degli imperi in crisi. Non è un caso che fondatore del sionismo sarà un giornalista viennese, Theodore Herzl, che visse al centro di questi sommovimenti che sconvolgeranno l’Europa. In questo senso forti sono le similitudini tra il Risorgimento italiano e il sionismo politico, individuati non solo da storici e politologi nostrani (financo con l’identificazione di Herzl in un Mazzini ebraico) ma anche da autori israeliani. Il sionismo fa parte, dunque, di quella spinta romantica ottocentesca a un nazionalismo positivo ed edificatore, mezzo per l’emancipazione e l’autorealizzazione dei popoli. E come altri nazionalismi dell’epoca, anche il sionismo costruirà i miti fondativi della nazione: dai Maccabei a Masada, fino alla riscoperta della rivolta di Bar Kokhba e, in epoca successiva, all’epopea dei pionieri delle prime aliyot.

Il sionismo è dunque sicuramente un movimento saldamente europeo e occidentale ma non, come ritenuto superficialmente da alcuni, perché espressione di un disegno imperialista europeo, ma perché figlio di quegli anni straordinari a cavallo dell’Ottocento e del Novecento e del fermento culturale, ideale e di popoli che caratterizzarono il continente.

Le analisi che collegano sionismo a colonialismo, suprematismo e a non ben precisati complotti imperialistici sono in realtà la stanca e sciatta applicazione al teatro mediorientale di qualche reminiscenza di teorie leniniste, mista alle più recenti teorie post-moderne e post-colonialiste. Il sionismo, come stiamo vedendo, ha in realtà radici ideali, spirituali e storiche ben diverse, legate all’autodeterminazione, alla libertà e alla liberazione dei popoli e non a progetti eterodiretti dalla potenza di turno ( per altro spesso ostili ai progetti sionisti ).

Queste tre spinte si condensano dunque nella nascita del sionismo politico di Herzl, storiograficamente identificata nel primo Congresso sionista di Basilea del 1897. Al sionismo religioso si aggiunge dunque il sionismo politico: l’aspirazione di essere a Gerusalemme il prossimo anno non è più un rito della tradizione religiosa, diventa un progetto politico e ideologico per la costituzione di uno Stato ebraico nella Palestina ottomana.

Questo brano è tratto dal libro “Le ragioni di Israele. Il contesto storico, politico e demografico del conflitto israelo-palestinese, e il futuro dello Stato ebraico e dei suoi vicini”, Riccardo Galetti e Roberto Sajeva, pubblicato da Linkiesta Books. Il volume è in libreria da oggi, venerdì 6 settembre, oppure lo si può comprare qui sullo store, con spese di spedizione incluse.

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